Un sogno di cambiamento

cambiamenteDifficilmente vi è stato qualcuno, dal terremoto politico-istituzionale del 2011 in poi, che in cuor suo e a vario modo non abbia coltivato il sogno di vedere emergere dalla società civile una nuova forza politica in grado di cambiare radicalmente le cose.
È stato un sogno trasversale che ha segnato le persone di tutte le appartenenze e le categorie sociali di questo paese.
Più o meno dichiarato, a seconda delle sensibilità e dei contesti relativi, ma un vero e proprio leit motiv di speranza nell’immaginario collettivo di noi tutti.
La politica nuova, quella senza finanziamento pubblico dei partiti, la fine di un asfissiante modo di intendere la relazione tra delegante e delegato, il superamento del grigiore dei partiti mainstream. La società civile che stanca di delegare si riappropria del suo destino, prende in mano la situazione e rinnova un Paese che da troppi decenni attende la sua riforma strutturale.
Una rivoluzione, un nuovo Rinascimento, la speranza che si traduce in una relazione inedita tra cittadino ed istituzioni.

Ora ci pensa la società civile stufa di pendere dalle labbra di personale politico e contenitori del consenso che hanno mostrato, senza ulteriori prove d’appello, tutta la loro inadeguatezza al fine di risolvere i problemi delle persone comuni.
Che bel sogno, risultato?
La nostra società civile non è ancora in grado neanche di immaginare un percorso politico di peso ed autonomo che possa prescindere dalle realtà già consolidate ed organizzate.
Non ha i mezzi, è talmente priva di tali risorse finanziare e ancora così poco abituata all’utilizzo dei nuovi media tecnologici che, partendo dalle sue sole risorse, fa ritornare all’ordine del giorno persino il problema del finanziamento ai partiti.

Sarebbe per la società civile un problema anche trovare 100 individui che siano disposti a mettere dai 2.000 ai 5.000 euro a testa per dare vita ad una iniziativa politica qualsiasi, figuriamoci trovare i mezzi necessari a sostenere una campagna elettorale. Tanto più in questo periodo: la politica attiva, se non si sa usare internet, costa molto anche con la crisi.
La società civile di questo Paese non sa parlare ad altri che al suo segmento sociale di appartenenza, non riesce proprio nemmeno ad abbozzare quel minimo criterio di sintesi necessario a produrre operazioni politiche di peso e trasversali, parla sempre e solo addosso a se stessa, al proprio vicinato sociale ed ideologico.
È stata talmente narcotizzata e rinchiusa nei propri recinti mentali che non riesce neanche a mettere il naso fuori dal suo steccato.

In questi tre anni non abbiamo fatto altro che assistere alle improbabili iniziative di persone che o coltivavano la contraddizione di voler fare le rivoluzioni con le regole del gioco democratico e con tanto di autorizzazioni dell’ordine costituito oppure quelle di chi, radicalizzato al massimo, non aveva neanche i soldi per mettere la benzina al suo mezzo e recarsi da un luogo ad un altro di riunione e vaticinava di rese incondizionate della classe politica al potere, di assalti ai palazzi e corbellerie varie.
Due sintomi dello stesso male, due estremità che non si possono guardare nello stesso istante come le due facce di una stessa medaglia: più che una medaglia, a dire il vero, una patacca.
In questi tre anni la società civile vista all’opera ha fatto rimpiangere, da questo punto di vista, anche la vecchia politica.
Più vile ed affetta da sudditanza di un usciere di Montecitorio oppure disastrata al punto da non riuscire ad esprimere una posizione senza contraddirsi con la successiva.

Questo è stato il riassunto di tre anni di società civile alle prese con un sogno di cambiamento, al momento impossibile da compiere con le sue sole forze.
Si può dire che sia stato utile, tutto questo periodo, per farci capire e toccare con mano i nostri reali limiti?
Sì, perché è solo toccando il fondo delle proprie debolezze senza attribuirsi alibi di sorta che si può iniziare il vero processo di cambiamento nella mente degli uomini e delle donne, in tutti i luoghi ed in tutti i tempi, quindi anche da noi.
Noi abbiamo avuto la classe politica che allo stato attuale ci eravamo meritati ed è solo migliorando prima noi che potremo anche migliorare la qualità civica ed umana di chi deve governare per nostro conto.
La prima regola di ogni forma di vero auto-governo è quella di imparare dai propri errori, senza nasconderli.
La seconda è quella di dire A e farlo oppure evitare.

Non esiste marketing politico capace di sopperire ad un vuoto di contenuto, il buon marketing è un di più, non il surrogato di una sostanza che non c’è. Impariamo a discernere per deliberare, a non farci incantare nelle scelte.
Gli originali, per quanto brutti, hanno sempre un valore maggiore delle fotocopie, così come, in linea di massima, un’acquaforte ha più valore di una serigrafia.
Ergo, se decidiamo di fare a meno di un originale, tanto più dovremo essere restii nei confronti delle sue fotocopie, sbiadite o meno che siano.
Se riparte da queste premesse, la società civile sognante ed in buona fede di questo Paese forse non potrà ancora dare vita ad un nuovo Rinascimento da sola, ma potrà ben sperare di poter cominciare a dire la sua e a farsi veramente sentire.

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