19 luglio 1992: Paolo e la “bella morte”

Nessuno di noi diciottenni aveva chiaro in mente che quell’uomo accaldato e incollato alla sua sigaretta, per le strade di Ortigia insieme a qualche amico, fosse un eroe ancor prima di saltare in aria in via D’Amelio con quella 126 imbottitita di tritolo.

Alla Festa del Fronte della Gioventù del 1990 Paolo Borsellino non venne da magistrato antimafia, da icona, da inarrivabile regista del più grande processo penale della storia, il Maxiprocesso che costò alla mafia 19 ergastoli e pene detentive per 2665 anni di reclusione.

Paolo era lì da amico, da “camerata” (nella più nobile delle accezioni di questo termine, tanto abusato quanto strumentalizzato), da fratello più grande, da nonno desideroso di lasciare qualcosa ai nipoti.

Nessuno di noi aveva ancora visto gli sceneggiati che post mortem ci racconteranno la durezza di quegli anni, l’esilio all’Asinara del 1985 con Giovanni Falcone, per sfuggire alle minacce di cosa nostra mentre insieme scrivono la sentenza del processo “Abbate Giovanni+506”, il maxiprocesso appunto; oppure la difficile quotidianità di una famiglia provata dalla caparbietà di un uomo integerrimo, d’altri tempi, con un senso dello Stato che lo Stato spesso non merita.

Per noi Paolo rimarrà, a lungo, quell’apparizione in Piazza Duomo, senza scorte col fiato sul collo, gli occhiali da sole e l’amico Giuseppe Tricoli, deputato del Movimento Sociale Italiano, a fianco, mentre osserva gli striscioni con la fiaccola tricolore e si dirige verso il Palazzo nel quale consegnerà a quei ragazzi il proprio testamento morale.

Paolo quel giorno non sembrava affatto un uomo pervaso dalla paura della morte, quanto piuttosto uno che con la morte camminava a braccetto, la irrideva, sapeva di doverci avere a che fare e passare molto tempo con lei; eppure la sua voce non tremò neppure un istante quando la evocò, per se stesso e per tutti quelli che avevano osato sfidare il sistema di connivenze, omissioni, esplicite complicità che facevano di rozzi e incolti animali i capi indiscussi della più grande organizzazione criminale del mondo.

“Potrei anche morire da un momento all’altro, ma morirò sereno pensando che resteranno giovani come voi a difendere le idee in cui credono… Ecco, in quel caso non sarò morto invano”.

A noi gelò il sangue, perché non avevamo mai visto un uomo prendere a schiaffi il proprio destino con quella lucidità; Paolo Borsellino, l’uomo, il magistrato, accennò invece un sorriso amaro, quasi che vedesse il film della propria esistenza, compreso l’epilogo del 19 luglio 1992 e l’antefatto di Capaci, quando a saltare in aria sarà l’amico Giovanni Falcone.

Quella Festa del Fronte del 1990 resterà per molti di noi, compreso chi scrive, il momento più significativo della propria esistenza, l’unica vera ragione per la quale ancora oggi possa valere la pena credere in qualcosa, avere un ideale, lottare per esso, indipendentemente da chi per accidente della storia si sia trovato o si trovi a incarnarlo.

Il 19 luglio non è un anniversario, ma la nostra sveglia interiore, il nostro “memento mori”, l’occasione per ricordare a noi stessi che c’è sempre un motivo per vivere e continuare a combattere e per non scoprire in punta di morte, per dirla con il Thoreau de L’Attimo Fuggente, di non essere mai vissuti.

Arrivederci, Paolo, “amico”, “fratello” e “camerata”.

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