Banca Etruria dimostra che quella di Renzi non è rottamazione ma solo una nuova casta

Di Redazione, il - # - Replica

l43-matteo-renzi-140317131143_bigLa vicenda di Banca Etruria lo ha dimostrato definitivamente: quella di Matteo Renzi non è stata una rottamazione intesa come cambio di mentalità ma soltanto un cambio di casta: ha sostituito i vecchi dirigenti (non solo politici) con i suoi fedelissimi, ma la gestione clientelare e familistica delle cose è la stessa di sempre. Ne ha parlato Giorgio Mulè in un suo editoriale su Panorama.

di Giorgio Mulè

All’inizio di ogni anno si corre concretamente il rischio di cadere nella retorica dei buoni propositi. Si declinano speranze, obiettivi, priorità. Ci si illude che sia sufficiente voltare la pagina del calendario da dicembre a gennaio per aggiustare quello che non va. Ma siamo tutti maturi per sapere che non è così.

Varrà la pena, allora, interrogarsi seriamente e riflettere su un punto: la narrazione renziana sulla «rottamazione» e sul «cambiamento» non ha prodotto, nei fatti, semplicemente e molto banalmente la riedizione di una nuova casta di potere? Abbiamo scritto e detto di una schiera di «miracolati» che per il solo fatto di essere passati dalla Leopolda o di avere natali toscani si sono assicurati poltrone in prima fila. I curriculum e le capacità sono andate in secondo piano, con buona pace della meritocrazia, rispetto all’appartenenza.

Si è creato e si infoltisce sempre di più un modello di «Gefolgschaft» contemporaneo, un seguito fatto di accondiscendenti sudditi elevati dal feudatario al rango di cavalieri e dame. Laddove non è stato così, nei luoghi del potere dove cioè si è affacciata una figura terza e non allineata, il risultato è stato prima di fastidio e poi di rimozione. Ciò che suona come una critica o un rilievo viene etichettato come un ostacolo alla «narrazione» e il passo successivo è quello della delegittimazione fino all’espulsione: è successo a manager, politici, imprenditori, giornalisti, giusto per citare alcune categorie.

La nascita di questa nuova casta di potere – una casta che già appare inespugnabile – è stata possibile in primo luogo grazie alla mancanza del presupposto di ogni democrazia, cioè il consenso popolare. La storia di come Renzi arriva a palazzo Chigi la sapete ed è inutile ripeterla. Ma dopo gli scricchiolii alle elezioni regionali del 2015, quest’anno sono all’orizzonte due prove che possono far saltare il banco: le amministrative in alcune città chiave e il referendum sulla riforma costituzionale. Il più grande favore che si potrà fare a Renzi sarà quello di porre questi due appuntamenti come una scelta tra il bene e il male, tra lui e gli altri.

Un’opposizione responsabile e costruttiva trovi piuttosto argomenti seri (ce ne sono a valanga) e personalità credibili (e anche queste non mancano) per proporre realmente un’alternativa. Basta fare un elenco a tavolino dei passi falsi, delle rovinose cadute e delle promesse tradite per sfatare il «mito» di un governo capace di far «cambiare verso» all’Italia. Facciamo qualche esempio: ci siamo lasciati il 2015 con la vergognosa gestione delle banche e iniziamo il 2016 esattamente da questo punto. Non sarà l’istituzione dell’inutile 62esima commissione parlamentare di inchiesta a dirci la verità e a scoperchiare lo scandalo.

La verità è già chiarissima, basta leggerla nei documenti di Bankitalia e della Consob, e affonda le radici in una gestione dei soldi dei risparmiatori familistica, provinciale e spregiudicata. Il tentativo del governo di metterci una pezza con la delegittimazione delle autorità di controllo per non bruciare il ministro Boschi è fallito miseramente. Ci ha pensato il presidente della Repubblica a mettere i paletti, a salvaguardare, come si suol dire, le istituzioni di garanzia. Con la conseguenza che il re (e la regina) si ritrovano ora più nudi di prima.

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