C’è ancora un’Italia che lascia la chiave sulla toppa di casa

12788076_231517407195232_1338697863_nE vogliamo raccontarvela, consentendovi di accompagnare la lettura con una bella carrellata di immagini consultabili sul nostro blog.

L’Irpinia è una terra ruvida, montagnosa, ma bellissima e densa di tesori storici, artistici e naturalistici: si va da Benevento, popolosa provincia che vanta monumenti importanti come l’arco di Traiano e la chiesa di santa Sofia, alla piccola Altavilla, che già nel nome desta quelle reminiscenze araldiche ghibelline che hanno forgiato la storia Europea, per poi arrivare sino a Castelpoto, il paese della “salsiccia rossa”, sulle cui sponde fluviali riposa Manfredi di Svevia, l’imperatore < > cantato da Dante nel III canto del Purgatorio.

Le sinistre Gole di San Barbato ospitano il “Noce di Benevento”, sabbatico sito arboreo di derivazione longobarda che ispirò musicisti del calibro di Paganini e Sussmayr.
Solopaca è un gioiello di gotico e romanico che si estende per lungo su un crinale del monte Taburno; il lago di Telese, pur minuscolo, è di interesse geologico straordinario per la sua profondità e per il suo complesso sistema di cavità sotterranee. Castelvenere ha una tradizione enologica che risale ai Romani, così come gli acquedotti della zona, parte delle cui vestigia impeccabilmente conservate circondano la basilica di Prata di Principato Ultra, fra le pochissime a constare di catacombe collocate a ferro di cavallo alle spalle dell’abside.
Tocco Caudio è un borgo montano di poche anime ove gli abitanti non rinunciano ad abbellire scorci e fontane con fregi comunali pregni di storia e ove persino i “murales”, anziché descrivere il solito ciarpame esotico, decantano le gesta passate ed i trascorsi del luogo.

Sin qui, solo piccoli cenni delle ricchezze avvistate in questa porzione di Sannio denominata Irpinia; eppure, nonostante tanto valore, prestigio e natura, tale nome, Irpinia, rievoca nell’immaginario comune per lo più malcostume politico, ruberie sui fondi per il terremoto, degrado e immondizia; insomma, il solito nichilismo mediatico partigianamente incapace di vedere il sole dietro qualche nube.
Ebbene, noi l’abbiam visitata di recente, e al di là di quanto già entusiasticamente descritto, siamo rimasti sbalorditi dalla qualità della vita della gente comune.

Naturalmente non ci riferiamo ad auto di lusso o a piscine con idromassaggio; ci riferiamo al potersi ancora immergere in una dimensione umana che temevamo scomparsa per sempre, fagocitata da conformismo e globalizzazione.
Altro che arretratezza; qui i nonni ancora sanno raccontare ai nipoti cosa significasse sudarsi da vivere: osservando le scanalature istoriate sul granitico orlo di un pozzo dallo scorrere quotidiano della corda che reggeva la secchia, ragioniamo su quale brutta strada sia stata intrapresa in nome di quel “progresso” e di quei “progressisti” che l’acqua ce la stanno privatizzando e riempiendo di cloro.

E’ stato sorprendente aggirarci fra i vicoli udendo echeggiare voci di bimbi che corrono dietro ad un pallone felici, esattamente come accadeva nell’Italia di cinquant’anni fa’. Chiedere informazioni e ricevere l’offerta d’essere accompagnati personalmente sino al sito desiderato, è da queste parti ancora realistico, come incrociare paesani accoglienti e sempre pronti ad offrirci un buon bicchiere di vino, o commercianti vogliosi di regalarci assaggi delle loro specialità locali.
Che meraviglia poter fare la spesa dal droghiere “latte e diversi”, dove il pane sa ancora di pane e il formaggio di formaggio, senza doverci smarrire in quegli hangar senz’anima gremiti di “umani” ma deserti di “umanità” che sono gli attuali ipermercati e megastore.

Certo, il cibo genuino, lasciato fuori dal frigo, andrà a male dopo poche ore, cosa alla quale non siamo più abituati: ma forse, anziché stupircene, dovremmo domandarci perché, invece, quello che ci propinano le multinazionali si mantiene inalterato per settimane.

Del resto, prendersi cura dei sudati viveri della nostra dispensa dovrebbe essere mansione a cui riservare più tempo di quello che i “tempi moderni” ci inducono a fare.
La domanda sorge quindi spontanea: c’abbiamo davvero guadagnato, come qualche capra modernista ci bela da mane a sera, a vivere così come ci siamo ridotti a vivere?!

Proseguendo il nostro giro, gli anziani del posto ci salutano e ci sorridono ovunque rivolgendocisi con quel simpatico “voi” di ventenniana memoria, così elegante ed affettuoso al contempo, quanto odioso agli spocchiosi radical-chic metropolitani che preferiscono usare il “lei” per tenere le distanze con chi ha le mani sporche di terra.
Sia ben chiaro, non staremo qui a fare un melenso elogio meridionalista e dal sapore pasoliniano; la nostra vuole solamente essere una riflessione umana e sociologica personale fatta ad alta voce; l’attenta descrizione di uno stato d’animo frutto di percezioni emotive e stimoli culturali regalatici visitando un’Italia inspiegabilmente fuori dalle rotte, eppure ben più italiana di tante mete sponsorizzate dagli apparati turistici fighetti e di regime. Anzi, se dovessimo racchiudere in una esclamazione tali percezioni diremmo: “che bello, sembra di stare in Italia!”

A tal proposito un dettaglio ci ha particolarmente colpito aggirandoci per i borghi irpinici: niente inferriate alle finestre e, sovente, porte socchiuse e chiavi sulle toppe. Ebbene, che cosa può spingere a lasciare la chiave sulla toppa di casa, se non un naturale afflato familiare e fiduciario verso la maggior parte delle persone che transitano fuori? Infondo si tratta comunque di estranei; già, ma all’interno di una comunità coesa e organica alla storia e alla portata dell’abitato, grosse sorprese non dovrebbero essercene, e quand’anche ce ne fossero sarebbero eccezioni a cui far fronte con i gendarmi locali di collodiana memoria. Ebbene, per comprendere la differenza, proviamo a fare un ragionamento del genere su quartieri di Roma, Milano, Genova, Firenze: dove vi sentireste più sicuri a passeggiare? E perchè? E’ bene farsi qualche domanda, ogni tanto, non credete?!

Qualche benpensante obbietterebbe che la chiave qui la lasciano sulla toppa perché tanto non c’è nulla da rubare; beh, nelle città globalizzate, anche quando non c’è nulla da rubare, stuprano, ammazzano e se non trovano nessuno occupano: una bella differenza!

Helmut Leftbuster

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Nasce e cresce alla corte della Pittrice Sandra, nota acquarellista romana, conduttrice radiofonica degli anni '90 e patronessa del circolo cultural-gastronomico denominato "Aristocrazia Dvracrvxiana" . Inizia la collaborazione con Qelsi proprio in nome del suo cognome che letteralmente significa "sfata-sinistra" !

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