Così paghiamo Austria e Olanda per smaltire i nostri rifiuti (che li riusano per riscaldarsi)

Di Redazione, il - # - Replica

Cumulo di rifiuti in via Nicolò Spedalieri, oggi 01 novembre 2010 a Palermo. E' di nuovo emergenza rifiuti a Palermo dove cumuli d' immondizia sono accatastati accanto ai cassonetti. La situazione piu' critica e' nel centro storico e nella parte occidentale della citta': nei quartieri San Lorenzo, Zen e Tommaso Natale. ''Stavolta - spiegano dall'Amia, l'ex municipalizzata che gestisce la raccolta - la 'colpa' e' dei trituratori'', le macchine che sminuzzano la spazzatura prima del conferimento nella vasca della discarica di Bellolampo. ANSA/MIKE PALAZZOTTO

L’Italia ogni anno sborsa 150 milioni per esportarli in Austria e Olanda. Dove li usano (gratis) per riscaldare case e uffici. In questa inchiesta approfondita, Il Giornale spiega come l’ideologia dei Verdi Italiani causi un danno enorme al nostro paese in termini economici

di Angelo Allegri

I treni carichi di immondizia, almeno due o tre alla settimana, risalgono lentamente la Penisola fino al confine austriaco. Molti si fermano in riva al Danubio, non lontano da Vienna, alcuni proseguono fino in Ungheria o in Slovacchia. Poi ci sono le navi, stracolme di pattume: partono di solito dalla Campania e attraccano in Olanda, vicino a Rotterdam, o in Spagna, a Palma di Maiorca. È il made in Italy che sarebbe meglio non avere, che anziché farci guadagnare ci costa soldi, che arricchisce gli altri e impoverisce noi. Nel 2014, secondo l’annuale rapporto dell’Ispra, l’Italia ha esportato più di 320mila tonnellate di rifiuti urbani: non riusciamo a trattarli, non sappiamo dove metterli e allora li regaliamo. Ma non è un regalo gratis: se mettiamo insieme i costi per il pre-trattamento (indispensabile per fare viaggiare l’immondizia), quelli per il trasporto, e le tasse che versiamo ai Paesi d’arrivo, lo scherzo ci costa quasi 150 milioni l’anno. Soldi che noi paghiamo e che vanno a beneficio dei contribuenti dei Paesi che accolgono a braccia aperte i nostri rifiuti. Sì, perché l’immondizia tricolore all’estero viene bruciata e utilizzata per produrre energia o calore da riscaldamento: dall’Austria all’Olanda, fino a Budapest a Copenaghen interi quartieri sono riscaldati a spese nostre. Noi paghiamo i costi, all’estero risparmiano in metano e olio combustibile (e in più, come vedremo, ci guadagnano in termini di minor inquinamento). Al danno si aggiunge la beffa considerando che ai 150 milioni di cui sopra dobbiamo aggiungere le multe che periodicamente l’Unione europea ci appioppa per l’ostinazione nel non rispettare le norme europee (…)(…) sui rifiuti, per le discariche abusive e lo smaltimento irregolare. In un’audizione parlamentare del ministro per l’Ambiente Galletti che risale alla primavera scorsa, si mettevano in fila sanzioni per 200 milioni, che nella maggior parte dei casi si ripetono anno dopo anno. «Tra noi e molti Paesi europei, soprattutto del Nord Europa, c’è una differenza di fondo», spiega Nadia Ramazzini, giurista ambientale che con Daniele Fortini, numero uno dell’Ama, l’azienda dei rifiuti romana, ha pubblicato di recente un libro sull’argomento (La raccolta differenziata, Ediesse editore). «All’estero quella dei rifiuti viene considerata una filiera industriale vera e propria, in cui l’immondizia diventa una risorsa preziosa. Qui da noi a farla da padrone sono invece gli aspetti ideologici».

Proprio l’ideologia e la cattiva politica sono le protagoniste del braccio di ferro che da mesi si trascina tra governo e Conferenza delle Regioni sulla costruzione di una decina di nuovi inceneritori (da affiancare alla cinquantina scarsa già esistente), che potrebbero contribuire a superare l’endemica emergenza rifiuti della Penisola. Il via libera ai lavori era contenuto nel cosiddetto decreto «Sblocca Italia» approvato nel novembre 2014. Nel testo i termovalorizzatori vengono definiti «infrastrutture e insediamenti strategici di interesse nazionale», si stabiliscono procedure di autorizzazione semplificate. Quando il ministero dell’Ambiente, come previsto, ha messo a punto il decreto legislativo per passare alla fase operativa, le Regioni hanno però alzato un pesantissimo fuoco di sbarramento. Dal governatore pugliese Michele Emiliano e da quello siciliano Rosario Crocetta le proteste più vivaci: «Io i termovalorizzatori non li farò mai», ha dichiarato platealmente quest’ultimo. Il piemontese Sergio Chiamparino, prima di dare le dimissioni da presidente dalla Conferenza delle Regioni, ha chiesto con una lettera l’istituzione di una «cabina di regia» in cui le decisioni venissero condivise. Il ministro ha risposto che un accordo è possibile ma che non possono essere messe in discussione le scelte già definite, e cioè fondamentalmente quella di costruire i nuovi termovalorizzatori, e così il braccio di ferro è ripreso. In gennaio è previsto un nuovo round di incontri, ma intanto, dopo più di un anno dalla decisione, gli inceneritori sono ancora un lontano progetto.

Il mantra dei governatori regionali contrari ai termovalorizzatori è il richiamo alla raccolta differenziata. E il riferimento sarebbe serissimo se non fossero proprio le legislazioni regionali a trasformarlo in un paravento che sta tra l’ipocrisia e la truffa vera e propria. Per rendersene conto basta guardare ai 20 Piani regionali di gestione dei rifiuti urbani. «Tutti partono da un presupposto», spiega la già citata Ramazzini. «Che l’obiettivo di raccolta differenziata fissato dalla legge, che era al 65% per l’ormai lontano 2012, sia stato raggiunto. Quindi non resta che da provvedere gli impianti per trattare e smaltire il restante 35%. Il problema è che in quasi tutte le Regioni la raccolta differenziata è ben al di sotto della soglia prevista per legge. E quindi impianti e discariche ufficiali non bastano mai». Per dare un’idea di quanto la maggior parte dei piani regionali siano fasulli basta passare in rassegna le cifre reali sulla raccolta differenziata nelle varie parti della Penisola. Le uniche ad avvicinarsi all’obiettivo del 65% sono Veneto e Trentino Alto Adige (entrambe al 64,6%), ma ci sono Regioni come Molise (19,9%), Calabria (14,8%) o Sicilia, al 13,3%, con Province come Enna o Siracusa tra il 6 e il 7%. Eppure nella legislazione regionale tutti sono alla soglia magica del 65%. Ed è per questo che nemmeno l’inadempiente Sicilia ha «ufficialmente» bisogno di inceneritori. Quanto a questi ultimi hanno un tradizionale nemico negli ecologisti. All’annuncio dei nuovi impianti associazioni come il Wwf si sono stracciate le vesti contro «una politica retrograda che non ha spazio in Europa e non ha futuro in Italia» e hanno avanzato la richiesta di rito: «definire piani regionali di gestione del riciclo dei rifiuti, che puntino decisamente alla loro riduzione, al riuso e al riciclaggio dei materiali». A parte il riferimento ai piani regionali (si spera diversi da quelli attuali) è anche l’affermazione sull’Europa ad apparire temeraria. Perché nel resto del continente, soprattutto nel virtuoso Nord, riciclo e inceneritori non sono affatto visti in contrapposizione. Anzi, come dimostra il grafico pubblicato in questa pagina, sono proprio i Paesi più attenti al riuso dei rifiuti a scegliere i termovalorizzatori, respingendo il tradizionale deposito in discarica (ormai ridotto a zero in Germania, il Paese che ha inventato le moderne metodologie di riciclo e che «brucia» i rifiuti in una percentuale praticamente doppia rispetto all’Italia). Il problema è che nel resto d’Europa la pensano in maniera esattamente opposta rispetto agli ecologisti italiani. La Svezia, per esempio, bruciando i rifiuti scalda circa 800mila abitazioni e produce energia elettrica per 250mila. Per raggiungere l’obiettivo importa ogni anno un milione di tonnellate di immondizia. Un Paese di sconsiderati inquinatori? Non sembrerebbe.

Secondo le cifre ufficiali il risparmio nell’uso di olio combustibile è pari a 1,1 milioni di metri cubi e la riduzione delle emissioni di anidride carbonica è pari a quella prodotta da 600mila automobili. Perché a parità di calore prodotto, secondo studi come quelli dell’Epa, l’agenzia dell’ambiente Usa, i termovalorizzatori hanno meno impatto ambientale della maggior parte delle altre centrali e inquinano più o meno come una piccola azienda. Si spiegano così scelte a prima vista incomprensibili se viste dall’Italia, come gli inceneritori nel pieno centro di Vienna (uno disegnato dall’architetto ecologista Hundertwasser) o quelli metropolitani di Parigi. Il caso più estremo è quello della mecca del lusso e dei miliardari di mezzo mondo: il principato di Monaco. In pieno centro, a due passi dall’ospedale intitolato alla principessa Grace e a un tiro di schioppo dalla residenza dei principi, sono accese le caldaie dell’inceneritore di Fontvieille.Quanto all’Italia, abbiamo altri pensieri: ridurre al minimo i danni ecologici legati al mancato smaltimento di 6 milioni di tonnellate di ecoballe sparsi in giro per la Campania; pagare le multe per la discarica romana di Malagrotta (un inferno di immondizia grande come 300 campi di calcio); bonificare e possibilmente chiudere oltre 100 discariche che l’Unione europea considera un pericolo per la salute pubblica. Gli inceneritori, però, per carità, non li vogliamo. Tanto peggio per i principi di Monaco

Riproduzione riservata - ©2016 Qelsi Quotidiano



Seguici

Ogni nuovo post ti verrà inviato alla tua Email

Unisciti agli altri iscritti: