Crisi diplomatica tra Arabia ed Iran: i sauditi giustiziano uno Sheikh sciita

Di Redazione, il - # - Replica

R600x__large_160102-155207_to020116rtx_0140Tra Arabia Saudita ed Iran scende il gelo: i sauditi hanno giustiziato lo Sheikh Nimr al-Nimr, un riferimento nel mondo musulmano sciita e ciò ha provocato la furente reazione dell’Iran, che ha immediatamente sospeso i rapporti diplomatici con l’Arabia Saudita. Cosa sta succedendo ora in medio-oriente ce lo spiega Luca Gambardella su Il Foglio.

di Luca Gambardella

L’esecuzione di 47 prigionieri in Arabia Saudita, tra cui quella di uno dei leader più rispettati del clero sciita, ha causato decine di proteste in tutto il medio oriente. L’uccisione di Nimr al Nimr, oppositore della casa regnante dei Saud e a capo delle proteste contro l’emarginazione della minoranza sciita dell’Arabia Saudita, ha riacceso l’odio settario tra sciiti e sunniti. La Guardia rivoluzionaria iraniana ha minacciato Riad di “vendetta” per l’esecuzione mentre ieri sera migliaia di persone hanno preso d’assalto l’ambasciata saudita di Teheran. Alcuni dei manifestanti hanno fatto irruzione nell’edificio e l’hanno dato alle fiamme. Urlavano slogan contro l’Arabia Saudita e in piazza hanno dato fuoco anche alle foto dei leader dei Saud, chiedendo la rimozione della bandiera saudita dal palazzo. Le proteste si sono diffuse rapidamente in tutta la regione. In Arabia Saudita, qualche centinaio di sciiti ha preso le strade del distretto di Qatif intonando cori contro i i membri della casa regnante. In Iraq, l’ambasciata saudita di Baghdad appena riaperta dopo 25 anni è stata chiusa immediatamente per il lancio di razzi katiusha contro l’edificio. Anche in Bahrein, un paese a maggioranza sciita ma governato da un sovrano sunnita, i manifestanti scesi per le strade per protestare contro l’esecuzione sono stati respinti con i gas lacrimogeni. Altre manifestazioni di protesta hanno avuto luogo in Europa, soprattutto a Londra, davanti all’ambasciata saudita.

L’attenzione internazionale si è concentrata sulla figura di Nimr per la sua influenza nel mondo sciita. Arrestato nel luglio del 2012 con l’accusa di “disobbedienza al governo”, “incoraggiamento alla rivolta” e dell’omicidio di un poliziotto durante le proteste del 2011, i suoi discorsi pubblici erano rivolti contro tutti i regimi dittatoriali del medio oriente, soprattutto contro il regno saudita. Contro la sua condanna a morte si era mossa anche Amnesty International, che aveva accusato la giustizia saudita di non garantire la libertà di espressione e di vizi procedurali nel procedimento contro Nimr. Insieme a lui, le autorità hanno giustiziato simultaneamente altre 43 persone di confessione sunnita e accusate di terrorismo. 45 di questi, hanno detto le autorità saudite, erano di nazionalità saudita (un altro era originario del Chad e un secondo prigioniero era nato in Egitto) e molti di loro erano stati condannati per fatti accaduti una decina di anni fa. Molti erano accusati di appartenere ad al Qaida e di aver pianificato attacchi contro edifici governativi o rappresentanze diplomatiche che avevano causato centinaia di vittime. Tra questi risulta il nome di Faris al Ashuwail, uno dei principali ideologi di al Qaida, arrestato nel 2004 e accusato di aver progettato e giustificato diversi attentati in Arabia Saudita. Il ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti, Abdullah bin Zayed al Nahyan, ha definito le esecuzioni un “chiaro messaggio a chi favorisce il terrorismo per i sediziosi che minano l’unità dei paesi e la pace dell’impero”.

Le condanne a morte eseguite ieri, mai così numerose dal 1980, rischiano ora di avere un impatto sulla battaglia all’estremismo e al terrorismo islamico nella regione. A partire da quei fronti, come Yemen e Siria, in cui la stessa Arabia Saudita è impegnata. La decisione di Riad di procedere all’esecuzione arriva in un momento in cui la regione è attraversata tra l’altro da uno scontro settario tra sunniti e sciiti. Con l’Iran, paese a stragrande maggioranza sciita, che da mesi si sta lentamente riconquistando un posto su vari tavoli della diplomazia internazionale. Sabato, sul sito dell’ayatollah iraniano Ali Khamenei, è stata pubblicata una foto che mostra un combattente dello Stato islamico che decapita un prigioniero e un boia saudita con una spada. La scritta in basso recitava: “Ci sono differenze?”. Su Twitter molti status ricordano i nomi dei sunniti che furono giustiziati dal regime iraniano, alimentando così l’odio reciproco.

L’uccisione di Nimr, secondo alcuni analisti, non sarebbe nemmeno del tutto slegata da una serie di colpi incassati da Riad negli ultimi mesi. L’ultimo dei quali, avvenuto lo scorso dicembre, è l’uccisione di Zahran Alloush, il comandante di Jaish al Islam, una milizia integralista sostenuta dall’Arabia Saudita e rivale del regime di Bashar el Assad. Secondo i ribelli, a uccidere Alloush sarebbe stato un raid aereo condotto dalla Russia che, insieme all’Iran, difende il regime siriano e ha obiettivi diametralmente opposti a quelli sauditi nel paese.

Sul piano politico regionale, le esecuzioni potrebbero comportare conseguenze gravi. L’Iran si era detto disponibile a sedersi al tavolo delle trattative insieme con l’Arabia Saudita per decidere il futuro della Siria. Le condanne a morte, viste innanzitutto da Teheran come una provocazione, mettono ora a rischio questa prospettiva. Allo stesso modo in Yemen, l’Iran potrebbe decidere di rafforzare il proprio sostegno alla setta sciita degli Houthi, in guerra contro i sauditi.

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