Da settant’anni nessuna legge tocca le lobby

lobbistiLe lobby: in Italia hanno trovato un paradiso. Dal 1948 ad oggi infatti non è mai stata fatta alcuna legge per limitarle e/o regolamentarle. Non esistendo alcuna legge in materia, queste hanno totale autonomia: il primo a denunciare il problema lo scorso anno fu Matteo Renzi lo scorso anno, ma il premier ha finora sempre evitato di mettere mano alla questione. A denunciarlo è Carlantonio Solimene su Il Tempo.

di Carlantonio Solimene

Il problema delle lobby in Italia è vecchio almeno quanto quello delle riforme istituzionali. Se ne parla da anni, non è stato mai risolto. Una colpa ancora più grave se si considera che persino Paesi lontani dai primi posti nelle classifiche su trasparenza e corruzione hanno deciso recentemente di dotarsi di uno strumento per arginare i cosiddetti «gruppi di pressione». È il caso, ad esempio, del Cile che nel 2014, dopo dieci anni di dibattito, ha approvato la sua «Ley de lobby» prevedendo registri di lobbisti diversi per ogni branca dell’amministrazione pubblica. In Italia invece se ne parla senza successo addirittura dal 1948 ad oggi. Un periodo di tempo nel quale di disegni di legge sull’argomento ne sono stati presentati una sessantina – dei quali una ventina solo in questa legislatura – ma nessuno finora ha visto la luce.

Restando ai tempi più recenti, a provare ad occuparsene seriamente fu il secondo governo Prodi che approvò in Consiglio dei ministri il ddl Santagata che venne anche calendarizzato nella commissione Affari Costituzionali del Senato ma finì sul binario morto a causa della caduta del governo del «Professore». Da un «Prof» all’altro, provò a regolamentare la situazione anche il governo tecnico di Mario Monti, che agli albori del 2012, in piena crociata pro-austerità, licenziò una direttiva destinata a tutte le strutture che dipendevano dal ministero dell’Economia e da Palazzo Chigi in cui si invitava – oltre a essere «sobri» nelle spese – a non accettare «per sè e per altri, beni materiali, quali regali o denaro, né beni immateriali o servizi e sconti per l’acquisto di tali beni o servizi o qualsiasi altra utilità, diretta o indiretta, da soggetti (persone, Amministrazioni, Enti, Società) in qualsiasi modo interessati dall’attività del MEF che eccedano il valore di 150,00 Euro».

Un disegno di legge che prevedeva simili limiti per i parlamentari fu cassato ancora una volta e lo stesso destino ebbe un analogo provvedimento stidiato mentre a Palazzo Chigi c’era Enrico Letta. Si arriva così in epoca renziana, e il «rottamatore» prova a dimostrare che la «svolta buona» vale anche per la trasparenza. E così nel Def del giugno 2014 viene evidenziata l’esigenza di «un provvedimento legislativo per regolare le lobby e le relazioni fra gruppi di interesse e istituzioni, a tutti i livelli». Il segnale decisivo? Non proprio, visto che a distanza di un anno e mezzo della tanta agognata legge non c’è ancora traccia.

Non che in questi tempi non se ne sia ravvisata la stringente necessità. Due sono gli episodi attinenti assurti agli onori della cronaca. Se ci fosse stata una legge sulle lobby, infatti, il Ercole Incalza, ex «ras» del ministero delle Infrastrutture coinvolto nell’inchiesta della Procura di Firenze sulle grandi opere, avrebbe dovuto tenere nota di ogni incontro avuto con imprenditori e lobbisti vari. E svariati parlamentari – ex grillini compresi – avrebbero dovuto giustificare la cena con i responsabili di Uber resa pubblica, nel luglio 2015, solo grazie al blitz dei tassisti nel ristorante incriminato. In quanto ai regali ricevuti dai Parlamentari, praticamente impossibile stilare una casistica, anche perché chi li riceve si guarda bene dal divulgare la notizia. Ma a fare qualcosa, più che la minaccia di una legge, è stata la crisi economica, che ha allegerito doni e cesti natalizi. Persino quelli che gli onorevoli ricevevano dai leader dei propri partiti. Silvio Berlusconi in passato è stato molto generoso con i gruppi azzurri, regalando gioielli alle donne e iPad agli uomini, finendo talvolta sotto accusa perché le spese sarebbero state sostenute con i fondi destinati ai gruppi parlamentari. Quindi soldi pubblici. Accuse analoghe anche ad Anna Finocchiaro, capogruppo del Pd al Senato all’epoca dei fatti, nella scorsa legislatura. In quel caso, però, l’attività di lobby era semplicemente quella dei leader che provavano a garantirsi la fedeltà dei propri parlamentari. Talvolta, senza successo.

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