de Blasio delude a New York: dopo Obama, la sinistra americana fallisce ancora

Di Redazione, il - # - Replica

de blasioLa sua elezione a sindaco era stata salutata in pompa magna dalla stampa mondiale, sembrava che una nuova era più bella e più giusta stesse iniziando a New York con Bill de Blasio. Dopo due anni di mandato, de Blasio ha invece largamente disatteso le aspettative che si riponevano in lui: ce ne parla Mattia Ferraresi su Il Foglio.

di Mattia Ferraresi

Il settimanale New York ha messo in copertina un Bill de Blasio piccolo piccolo, in castigo in un angolo della pagina bianca, lui che è il sindaco più alto della storia della città e nelle foto di gruppo di solito torreggia sproporzionato su chiunque non sia un giocatore dell’Nba. Titolo: “Chi ha ristretto il sindaco?”. E’ una citazione, per contrasto, di una vecchia copertina che il magazine ha dedicato a un altro sindaco, John Lindsay, il quale invece s’era ingigantito, e la testa era mozzata dalla testata: “Lindsay è troppo alto per fare il sindaco?”. L’occasione del dialogo a distanza è il fatto che entrambi i sindaci hanno avuto le loro magagne con la polizia, Lindsay era in carica durante lo scandalo della corruzione denunciato da Frank Serpico, de Blasio si è ritrovato fra la leggenda nera dello stop-and-frisk, le perquisizioni a strascico, e Black Lives Matter, con gli agenti che gli voltano le spalle quando dice che teme per il trattamento che il figlio afroamericano potrebbe ricevere se incontra un poliziotto. Ma il gran restringimento di de Blasio viene, più in generale, dall’eterno divario fra la campagna elettorale e il governo, il contrasto fra la presentazione di ideali purissimi, eterni, e la grigia realtà della gestione giorno per giorno.

L’eroe dell’ultrasinistra è stato eletto due anni fa per il “secondo lavoro più difficile d’America”, come si dice, sull’onda dello stesso entusiasmo antisistema che ha portato Bernie Sanders a diventare molto più di un piccolo disturbatore della campagna presidenziale, e il contrasto con Mike Bloomberg, un tecnocrate tutto dati e poca ideologia, lo ha fatto apparire come il sindaco dal volto umano dopo la lunga gestione di un efficiente automa. La città vista da de Blasio è il terreno su cui si innesta la grande lotta alla diseguaglianza, fatta di case popolari, aumenti del salario minimo, asili gratuiti, lotta alle scuole charter e tasse per i ricchi. Vasto programma progressista. Alla prova del governo la sua sagoma ideale si è rapidamente rimpicciolita. Se la rivoluzione è arrivata, nessuno se n’è accorto. La popolarità di de Blasio è al 38 per cento (sondaggio Marist College), e soprattutto il 55 per cento dei newyorchesi è convinto che la città stia andando nella direzione sbagliata.

Gli asili gratuiti, il salario minimo dei dipendenti pubblici portato trionfalmente a 15 dollari l’ora, un ambizioso piano per la costruzione di case popolari, in modo da contrastare alla radice le cause dell’aumento degli homeless in città; giovedì la città ha annunciato la nomina di una commissione indipendente per monitorare le attività antiterrorismo della polizia, che secondo gli avvocati per i diritti civili ha sistematicamente violato le garanzie costituzionali nelle indagini dopo l’11 settembre: sono iniziative ad alto contenuto ideologico, proprie di un leader che non fa nulla per nascondere le sue mire nazionali, ma nel frattempo ci sono i buchi nelle strade, il traffico impossibile, la spazzatura sui marciapiedi, l’eterna manutenzione sui ponti, i ratti che proliferano, affiancati da un esercito di procioni e opossum, che sono simpatici solo nei cartoni animati, ed è sulla gestione degli affari ordinari che i cittadini valutano la statura del sindaco, non sulle sue chance di assicurarsi migliori prospettive di carriera. La querelle con il governatore Andrew Cuomo, quintessenza dell’establishment democratico che ha l’ultima parola su quasi tutte le proposte del sindaco – molto di quello che succede a New York si decide ad Albany – è diventata una telenovela politicista, un lotta di potere: “Se qualcuno contesta apertamente il governatore seguirà qualche forma di vendetta”, ha detto de Blasio l’estate scorsa, lui che Cuomo lo ha attaccato con un’intervista al New York Times. Un paio di mesi fa, davanti alla società che conta riunita nella sua magione ha parlato di alcuni sindaci che “nella storia della città hanno fatto cose fondamentali, e quei contributi non sono stati correttamente tramandati nella storia”. Parlava di David Dinkins e di Lindsay, il progressista “troppo alto”, ma in realtà parlava di sé: “Sappiamo dei loro contributi alla sicurezza della città e all’armonia, alle possibilità di una città dove davvero tutti possono vivere insieme. E’ importante onorare questa storia. Che sia la versione più diffusa oppure no non importa, è la verità”. La rappresentazione è quella del sindaco che è finito in crisi di consensi alla prova del governo soltanto perché i veri novatori prendono vie poco appariscenti. Dell’immediato de Blasio non sa che farsene. E’ il politico “più interessato a diventare il sindaco dell’educazione, quello delle case popolari che quello dei buchi riparati sulla strada”, un’uscita che gli è costato qualche punto di consenso, ché i newyorchesi vogliono che la macchina urbana funzioni, non che il sindaco porti la fiaccola della civiltà a tutta la nazione, cosa che già da tempo fa nella veste di animatore di una confederazione di metropoli. Alla frizione con la polizia, arrivata in un anno in cui il numero di omicidi è tornato a crescere, anche se i crimini violenti calano, si è aggiunta la crisi dei senza tetto: la città non ha abbastanza posti per accoglierli, e così de Blasio s’è industriato per trovare soluzioni, perfino le stanze d’albergo, ma i conti della città non potranno sostenere a lungo misure del genere. L’ufficio di Cuomo ha detto che “de Blasio non è in grado di gestire questa crisi” e ha promesso un piano entro la fine di gennaio. E’ il destino del sindaco con grandi ideali e fin qui piccoli risultati, un politico rimpicciolito che i giornalisti di stanza a City Hall hanno soprannominato “de Bla-bla-bla”.

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