“Fuoco amico” sui nostri soldati

fuoco amicoLa curiosità e le speranze riposte nella fiction “Fuoco amico – TF 45 – Eroe per amore” in onda su Canale 5 sono andate deluse fin dalla prima puntata. I tanti svarioni nella ricostruzione di costumi e ambientazione e una trama a dir poco imbarazzante hanno sollevato un’ondata di critiche negative.

Chi sperava che sul piccolo schermo qualcuno finalmente si fosse preso la briga di raccontare il lavoro duro e preziosissimo che i “fantasmi” (così si autodefiniscono) della Task Force 45 conducono contro il terrorismo fondamentalista è rimasto con l’amaro in bocca. Dall’afghana Herat all’Irakena Ebril, questo reparto interforze di corpi d’élite italiani combatte quotidianamente lontano dai riflettori e dai clamori mediatici un’aspra e talvolta sanguinosa guerra contro i talebani o i seguaci di al Baghdadi. 

La sensazione più evidente, dopo aver visto la fiction, è quella di un’occasione sprecata. Non discutiamo delle migliori intenzioni di Raoul Bova (il capitano Enea De Santis), attore protagonista e produttore della fiction, ne le capacità della bella Megan Montaner (l’afghana Samira) che insieme ad un gruppo di attori, alcuni dei quali veterani di analoghi prodotti, recitano con professionalità il loro copione, ma il risultato è decisamente deludente.

Come è stato evidenziato da moltissimi addetti ai lavori, la ricostruzione del contesto, degli equipaggiamenti e delle uniformi è decisamente imbarazzante. Come definire altrimenti le mostrine orgogliosamente in evidenza sul petto di Raoul Bova che comprendono una serie di campagne e onorificenze assolutamente inverosimili? E ancora, fucili d’assalto che sparano senza l’otturatore o con le ottiche di puntamento montate in modo errato, le mitragliatrici sui Lince senza il nastro di munizioni e le manovre tattiche assolutamente non credibili. Eppure, si sono chiesti in molti, lo Stato Maggiore dell’Esercito ha collaborato alla produzione della fiction, quindi non dovrebbe essere molto complicato realizzare un prodotto rigoroso nei dettagli così come sono abituati a fare statunitensi e francesi.

Ardite poi alcune ricostruzioni ambientali contenute nella trama. Il capitano De Santis e la bella Samira si recano da soli e in fuoristrada a Bala Murghab, alla ricerca di testimoni della morte del papà del protagonista. Chi conosce l’Afghanistan e magari c’è stato in missione non avrà potuto non sobbalzare sulla sedia. Quella cittadina, infatti, è in un’area costantemente minacciata dalla guerriglia talebana, al punto che le forze dell’Isaf, dopo aver presidiato la zona per anni realizzando una cosiddetta “bolla di sicurezza”, hanno preferito ritirarsi non prima di avere pagato un tributo pesante in termini di perdite umane (alcune delle quali proprio italiane). Una delle battaglie più aspre combattute dai nostri soldati si è svolta proprio lì. Mostrare Bova e la Montaner girare in quei posti e per le strade di quel villaggio come se stessero facendo un giro turistico nel parco Nazionale d’Abbruzzo è decisamente troppo.

Così come le scene nelle quali la donna musulmana afghana (sempre la bella Samira alias Montaner) riceve da sola in casa propria in pieno centro ad Herat un uomo (sempre De Santis alias Bova), per giunta occidentale, per farci l’amore, proprio  come farebbe una ballerina can can parigina o una studentessa fuori sede ad Amsterdam.

La trama narrativa, poi, ricalca i cliché di tutti i lavori, dalla “Piovra” della Rai  a “Squadra Antimafia” di Mediaset, nei quali il nemico è sempre in agguato nascosto all’interno dello schieramento dei “buoni”. In altre parole anche in TF 45 è la dietrologia a dettare la narrazione.  I “cattivi” si annidano tra i servizi segreti deviati, tra i portatori di interessi occulti,  i comandanti felloni o i superiori ottusi o corrotti con una teoria complottista che liscia il pelo a quella parte di popolo della rete pronto ad abbeverarsi, come fossero verità rivelate, alle tesi più bizzarre e fantasiose.

In questo contesto la presenza dei talebani o del terrorismo islamico, vero obiettivo dei veri soldati della forze speciali italiane in missione fuori area, è un contorno, un’appendice, un dettaglio, un di più. Tutto si svolge seguendo un format che sarebbe andato bene sia per una fiction sulla mafia che sul terrorismo politico interno, sulle stragi italiche, sugli alieni, sull’Area 51 e persino sulle scie chimiche. Il Raoul Bova che interpreta il capitano De Santis somiglia al commissario Cattani, alias Michele Placido nella Piovra o al vice questore Domenico Calcaterra  di Squadra Antimafia. Eroi malinconici, disperati, idealisti dissennati capaci di tutto ciò che è irrazionalmente inconcepibile.

Eppure la storia recente e reale ci ha rivelato che i nostri soldati sono, al contrario, professionisti preparatissimi, sotto il profilo morale, psicologico e militare. E anche tra i nostri 007 sarebbe stato facile trovare modelli positivi da cui trarre ispirazione per ricordarne il sacrificio. Di Nicola Calipari sappiamo tutto, ma agenti dei Servizi come Lorenzo D’Auria, ucciso in missione mentre era ostaggio dei talebani, oppure Pietro Antonio Colazzo, abbattuto dai terroristi all’interno di un albergo di Kabul mentre dal suo cellulare dirigeva l’attacco delle locali forze di sicurezza meriterebbero ben altra considerazione. La  fiction di Mediaset poteva essere l’occasione buona per parlare di questi modelli, non per alimentare la vulgata denigratoria che da sempre caratterizza l’azione della nostra intelligence.

Agli autori sarà sembrato forse banale o retorico ricordare che gli uomini della TF45 hanno pagato un prezzo pesante nella lotta al nemico, quello vero. Ne sanno qualcosa i commilitoni e i familiari di uomini  come il tenente del Col Moschin Alessandro Romani, falciato dal fuoco “nemico” durante una missione lanciata per catturare alcuni attentatori, o i tanti, troppi ragazzi in mimetica rimasti uccisi dalle bombe e dai kalashnikov dei barbuti studenti di Allah, non dal “fuoco amico” di chissà quale industria farmaceutica o fantasiosa “spectre”.

L’amarezza dei familiari dei molti 54 caduti in missione in Afghanistan e la delusione di chi quelle piste polverose le ha percorse davvero traspare ovunque nei commenti in Rete. Non si spiega come mai lo Stato Maggiore dell’Esercito non abbia avuto nulla da obiettare su una trama tanto sconclusionata.

L’unica certezza è che sul piano del rispetto della storia e della cultura militare il nostro Paese è indietro anni luce.

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