I luoghi dove crescono i jihadisti italiani: dagli scantinati ai kebab

moschea-casalinga-Non solo i luoghi di culto sono da monitorare (e sotto osservazione in Italia ce ne sono più di mille): la jihad passa anche per luoghi più difficili da monitorare come scantinati. garage o negozi di kebab. Lo rivelano fonti di intelligence citate da Cristina Giudici su Il Foglio.

di Cristina Giudici

Non è un crescendo rossiniano, quello che sta ascoltando l’intelligence italiana sul fronte islamico, ma una sinfonia inquietante. Al punto che nell’arco di due mesi, i centri culturali islamici da sorvegliare in quanto “luoghi di transito di soggetti sensibili” sono passati da un numero già rilevante (mille, come scritto su questo giornale il 19 novembre scorso), a 1.200. Non si tratta solo di centri islamici, garage, scantinati e moschee abusive, ma adesso anche di negozi di kebab e bar frequentati da immigrati. Spiega una fonte dell’intelligence al Foglio che “il numero è cresciuto grazie alle intercettazioni. Non tutti rappresentano lo stesso livello di pericolosità, ma deve essere controllato ogni luogo di aggregazione in cui si facciano discorsi contro l’occidente. La rete di sostenitori e supporter del jihad è sempre più capillare”. Nella lista vengono annoverate anche alcune madrasse. Scuole coraniche, che si trovano spesso nelle moschee abusive, usate a volte per indottrinare i giovani allievi e vietare loro ogni contaminazione con la cultura occidentale kefir perché “presto il mondo e l’Europa sarà musulmana”, come profetizzano i maestri all’interno di alcune madrasse italiane.

Fra tutte le informazioni che il Foglio è stato in grado di raccogliere per aggiornare la mappa della galassia fondamentalista, ciò che colpisce di più è lo spostamento geografico della rete islamista. Nelle schede dell’intelligence non appaiono più le moschee che abbiamo raccontato per anni come luoghi di transito di mujaheddin islamici o aspiranti tali – quelle cioè quasi tutte concentrate in Lombardi – oggi molte si trovano in Emilia, dove già negli anni 90 predicavano imam pro al Qaida. Tra le moschee sorvegliate se ne trova più di una legata al circuito tradizionale delle associazioni musulmane, i cui leader sono stati per anni interlocutori di istituzioni e addirittura membri della varie consulte create dai governi per avviare un dialogo e prevenire la radicalizzazione. Il proselitismo non avviene solo sul web o fra lupi solitari. Non si tratta solo di immigrati maghrebini, tunisini e marocchini, ma anche di pachistani, che hanno evidentemente lasciato alle spalle la fede qaedista per aderire all’Isis. E sempre più numerosi cittadini di origine balcanica, soprattutto kosovari. Sparsi fra la Toscana, il nord-est, Brescia e anche in Piemonte.

Secondo l’intelligence sarebbero almeno dodici gli imam in Italia che, incuranti dei controlli, parlano apertamente di guerra santa. Inoltre risulterebbe che tra i trecento musulmani considerati più radicali (ora scesi a duecento per via delle espulsioni dall’Italia decise dal Viminale) ce ne sono cento con un profilo “estremamente complesso e problematico”. Che tradotto vuol dire: ci sono cento islamisti che potrebbero trasformarsi in soldati operativi del jihad. Un panorama che spiega la politica severa adottata dal ministero dell’Interno, Angelino Alfano, che sta firmando quasi quotidianamente decredi di espulsione anche di intere famiglie. Secondo alcuni esperti di antiterrorismo perfino l’espulsione può trasformarsi in un’arma a doppio taglio, poiché la rabbia innescata fra immigrati espulsi e rimandati nei loro paesi di origine potrebbe essere un boomerang e innescare progetti di vendetta. Ma la radicalizzazione sta diventando un fenomeno irreversibile in Italia? In una recente intervista il parlamentare del Pd Khalid Chaouki ha usato parole pesanti come macigni, inedite per un musulmano, sulla violenza insita nel testo coranico e nel crescente desiderio di riscatto da parte di musulmani islamisti. Ma nel frattempo è arrivato un debole segnale a cui aggrapparsi. Recentemente due espulsioni sono state decise grazie alla collaborazione dei familiari che hanno segnalato alla polizia la radicalizzazione di alcuni parenti. Non era mai accaduto prima ed è un fatto inaudito, ma chi si occupa di antiterrorismo sa bene che i controlli preventivi e le operazioni di intelligence non bastano: per sconfiggere il terrorismo bisogna creare un varco all’interno della comunità musulmana.

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