Il calvario dei Marò: 4 anni di manipolazioni, illegalità e violazione di ogni diritto

Di Rosengarten, il - # - Replica

maròSono trascorsi 4 anni dal quel maledetto 15 febbraio del 2012, quando gli indiani vollero attribuire la responsabilità dell’uccisione di due pescatori indiani a bordo del peschereccio St Antony, avvenuta al largo delle coste dello stato indiano del Kerala, alla petroliera italiana Enrica Lexie ed a due dei sei Marò dei Nuclei Militari di Protezione (NMP) imbarcati in servizio antipirateria. Quattro anni durante i quali due fucilieri del San Marco sono stati privati della loro libertà, tenuti in prigionia lontani 6500 km da casa, in attesa di non si sa cosa visto che l’inchiesta su quell’incidente e la relativa istruttoria sono state chiuse da inquirenti e magistratura dell’India da due anni, senza che ciò abbia generato l’esito ovvio, scontato, “normale” in tutti i Paesi civili in cui vigono lo stato di diritto e la democrazia: il rinvio a giudizio od il proscioglimento degli indagati. Nè l’uno, nè l’altro per Max Latorre e Salvo Girone, che a tutt’oggi sono in stato di detenzione, anche se uno dei due per motivi di salute è in permesso in Italia sino ad aprile, senza che nessuno in India, nè la Corte Suprema, nè il tribunale creato ad hoc per istruire un processo, abbiano potuto formulare uno straccio di capo di imputazione nei loro confronti. Allora perchè li detengono e li fanno oggetto di accuse infamanti e del tutto gratuite ed infondate?

Tante sono le prove della malafede posta dagli indiani nella conduzione di questa allucinante vicenda, del fatto che l’impianto accusatorio nei confronti dei Marò sia frutto di un complotto ordito deliberatamente per creare un caso, frutto di un teorema che l’assoluta mancanza di qualsiasi elemento probatorio sul quale fondare le accuse rende solo una congettura campata in aria, senza alcuna base d’appoggio. Il fulcro della tesi del complotto che noi sosteniamo da 4 anni è il video delle dichiarazioni rilasciate a caldo appena dopo l’arrivo in porto dal comandante del St Antony Fredy Bosco, che destituiscono di ogni fondamento la ricostruzione dell’incidente fatto dagli inquirenti keralesi. La notte del 15 febbraio di 4 anni fa, il St Antony arrivò alle 23.30, i moli traboccavano di curiosi affollati attorno alle numerose postazioni di radio e TV indiane, ed il Bosco riferì che qualcuno aveva sparato loro addosso “un paio d’ore fa, non si sa chi”.

In tutto il mondo le ore 23.30 meno 2 fanno le 21.30; nel Kerala e nel resto dell’India invece no, fanno le 16.30, perchè altrimenti l’orario non combacia con quello di fax, telefonate ed e-mail scambiate dalla Lexie con l’MRCC (Maritime Rescue and Coordination Center) di Mumbai, con l’MSCHOA (Maritime Security Center, Horn Of Africa) di Djibuti, con la società armatrice F.lli D’Amato di Napoli, con la Capitaneria di Porto di Kochi. Ma è credibile che nell’immediatezza di un fatto, per quanto traumatico esso possa essere, ci si possa confondere tra il giorno (le 16.30) e la notte (le 21.30), tra l’aver navigato per sette ore o per due ore soltanto, tra il non aver potuto leggere il nome della nave e l’improvviso “ricordarsi” che il nome era Enrica Lexie?

Per non dire che degli omicidi di Ajesh Binki e Valentine Jelestine, questi i nomi delle vittime, non si sa nemmeno quando siano avvenuti, perchè nessuno, nemmeno in sede di esame autoptico, s’è posto il problema di stabilire l’ora del decesso. Senza questo elemento di partenza su cosa le hanno basate le indagini, sui tarocchi? Poi il valzer dei proiettili: dapprima definiti dall’anatomopatologo non compatibili con le armi dei Marò, poi invece dichiarati compatibili secondo una versione contraffatta a mano del rapporto balistico originale; poi però si torna parzialmente indietro e nel rapporto ufficiale dell’incidente fatto pervenire dal ministero degli Esteri indiano alla Marina Militare italiana si dichiara nuovamente la loro compatibilità con quelli in dotazione ai Marò, ma che però i proiettili assassini non furono sparati dalle armi con le matricole di Latorre e Girone, bensì da quelle corrispondenti ai numeri di matricola di altri due dei Marò a bordo della Lexie, loro mai indagati. Per concludere infine questo grottesco giro di valzer con la farsa di Amburgo, dove al Tribunale del Mare gli indiani hanno inviato, chissà forse per disattenzione perchè le bugie hanno le gambe corte, il referto originale del prof Sisikala, quello che descrive in dettaglio, con tanto di misure al millimetro, l’ogiva ritenuta in uno dei due cadaveri, una seconda fu ritrovata a bordo, che appartiene a proietttili che non sono compatibili con quelli dei nostri fucilieri. Quindi li vogliono processare, anzi continuare a detenere senza neanche il conforto di un esame balistico positivo. E’ con questa gente che noi ed i Marò abbiamo a che fare.

Ora è inutile stare a rifare l’elenco della serie di menzogne, di omissioni e di manipolazioni messe insieme dagli indiani in quattro anni in un patchwork accusatorio raccogliticcio, senza capo, nè coda entro il quale si sono incartati da soli e dal quale non sanno più come uscir fuori. Nel frattempo l’India col suo oltraggioso atteggiamento verso i Marò ha accumulato gli strali di innumerevoli ricorsi giudiziari e proteste diplomatiche dell’Italia, le due risoluzioni di condanna per violazione dei più elementari diritti umani dell’Alto Commissariato Onu di Ginevra, la nota di protesta dell’ambasciatore tedesco a New Delhi per lo stesso motivo, la delibera Ue presa all’unanimità per sospendere a tempo indeterminato la ratifica dell’accordo di libero commercio tra Ue-28 ed India, l’interdizione dell’India decretata dal veto italiano di ottobre 2015 alla partecipazione al progetto MTCR (Missile Technology Control Regime) cui partecipano 34 Paesi, in pratica tutti meno l’India, all’esclusione dall’NSG (Nuclear Suppliers Group), il club degli autorizzati allo sviluppo ed alle forniture del nucleare per usi civili, senza dire dello stop imposto a tutte le richieste di adesione indiana ad una serie di importanti progetti tecnologici internazionali, tra i quali ricordiamo il Wessenaar Arrangement e il The Australia Group. E tutto questo per tenere due innocenti in stato di fermo senza porre limiti di scadenza alla loro illegale custodia preventiva.

Ora la palla passa alla Corte Arbitrale Permanente dell’Aia, cui l’Itlos di Amburgo ha trasmesso i fascicoli per competenza. Il Tribunale del Mare lo scorso 24 agosto prese una decisione pilatesca: intimò all’India di sospendere qualsiasi azione giuridica nei confronti di Latorre e Girone, negando di fatto all’India di potersi arrogare il diritto di giurisdizione sul caso Marò. Però lì si fermò e non ebbe o non volle agire di conseguenza inficiando ogni decisione legale sino ad allora presa dalla Corte Suprema indiana, inclusa quella di detenere, seppure in regime di custodia domicialiare, i due Marò indagati. Adesso la decisione di merito è rimbalzata alla Cap dell’Aia, dove si terranno due udienze ad hoc il 30 ed il 31 di marzo. Per quella data, Italia ed India predisporranno le rispettive memorie a favore della liberazione di Latorre e Girone, o del persistere del loro stato di detenzione cautelare preventiva. Preventiva di cosa che son già passati quattro anni e non si sa quanti altri, secondo gli indiani, ne servirebbero per avviare un procedimento giudiziario? E non parliamo di imputati rinviati a giudizio, ma di eterni indagati nonostante le indagini siano chiuse e concluse. Bello il diritto indiano.

Se per una volta prevarrà la ragione, dopo un paio di settimane, diciamo a metà aprile, ci si aspetta che la Cap dell’Aia ponga fine alla custodia cautelare dei Marò, disponendo di rimetterli a piede libero, o di sottoporli ad un regime di libertà vigilata in Italia od in un Paese terzo, la Svizzera o la Germania, o magari in Scandinavia per esempio. Del resto non riusciamo ad immaginare come l’Aia potrebbe accogliere l’istanza di custodia indiana, cioè di una parte che produce un referto dal quale si evince che i Marò sono estranei alla sparatoria, che se per caso fossero stati coinvolti personaggi a bordo della Lexie i responsabili sarebbero altri e non gli attuali indagati (cioè nero su bianco gli indiani vogliono processare due indagati che ritengono estranei ai fatti, al posto di altri due che secondo loro invece c’entrano, mah), che c’è una discrasia di 5 ore tra la morte presunta dei pescatori e gli spari partiti dalla Lexie, che il peschereccio scena del crimine, per precisa iniziativa della polizia del Kerala, è stato rottamato e poi demolito con tutti i vetri intatti e senza essere mai stato periziato dagli inquirenti, nè messo a disposizione della difesa.

Superato questo scoglio, poi la Corte dell’Aia si prenderà almeno un altro paio di anni per emettere una sentenza vincolante e dirimente sul quesito di giurisdizione, per il quale, diritto internazionale alla mano, l’Italia ha molte frecce al proprio arco, anche se nella fattispecie mancano precedenti specifici cui rifarsi. Ma per tutto c’è una prima volta e la sentenza Latorre-Girone rischia di fare giurisprudenza, con ciò facendo passare i nostri due fucilieri alla storia in chiave positiva, non per il calvario che stanno vivendo. Forza ragazzi, siamo con voi.

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