Il Jobs Act non funziona: la disoccupazione torna a salire

Jobs_ActLa disoccupazione torna a salire: nell’ultimo trimestre è tornata all’11,4%. É segno che il Jobs Act di Renzi non funziona o almeno è insufficiente. Ne ha parlato Andrea Telara su Panorama.

di Andrea Telara

Di nuovo in rialzo, seppur di un decimo di un punto. E’ l’andamento del tasso di disoccupazione in Italia che a dicembre, secondo l’Istat, è salito all’11,4% dal precedente 11,3% di novembre. Nel mercato del lavoro, dunque, c’è stata una piccola doccia fredda per il governo, che da mesi evidenzia con grande enfasi la flessione che si registra da tempo nel numero dei senza-lavoro. E invece, nell’ultima frazione del 2015, la disoccupazione ha purtroppo rialzato un po’ la testa, con un calo degli occupati di 21mila unità. Su base annua, a quasi 12 mesi dall’entrata in vigore del Jobs Act, il bilancio resta comunque nel complesso positivo. Tra gennaio e dicembre 2015, il numero dei disoccupati (cioè delle persone che cercano un impiego e non lo trovano) è diminuito infatti di 254mila unità. Nello stesso tempo è cresciuto di 109mila unità il numero degli occupati, cioè gli italiani che hanno un lavoro.

Si tratta di cifre che vanno salutate con favore ma che non sono certo esaltanti, giacché i disoccupati totali sono ancora quasi 2,9 milioni in tutta la Penisola. Ecco allora che sorge spontaneo un interrogativo: i piccoli progressi registrati nell’ultimo anno sono davvero merito del Jobs Act, la riforma del lavoro del governo Renzi che ha rottamato l’articolo 18 e reso più facili i licenziamenti per i neo-assunti? Oppure il merito è in realtà della timida ripresa registrata dal pil (+0,7%), dopo anni di recessione?

Forse è ancora presto per dare una risposta definitiva, giacché dall’Istat arrivano dati contrastanti. Una prima analisi hanno provato a farla nel sito Lavoce.info alcuni studenti di economia riuniti, nel gruppo Tortuga. Passando in rassegna i dati sul mercato del lavoro, il gruppo Tortuga evidenzia come, nell’ultimo anno, vi sia stato un incremento notevole delle assunzioni a tempo indeterminato (+440mila circa tra gennaio e novembre) che non si è tradotto però in una crescita consistente dell’occupazione (che, a detta dell’Istat, è aumentata appunto di poco più di 100mila unità). Molti contratti a tempo determinato sono dunque stati probabilmente firmati da lavoratori che avevano già un’occupazione stabile e hanno semplicemente cambiato azienda. A questi, si aggiungono poi i contratti a termine o di apprendistato convertiti in assunzioni stabili (95mila in tutto, tra gennaio e novembre).

Queste trasformazioni, va ricordato, sono state spinte soprattutto dagli sgravi di cui hanno beneficiato le aziende fino al 31 dicembre 2015, con l’azzeramento dei contributi per tre anni per quegli imprenditori che proponevano fin da subito un contratto a tempo indeterminato ai neo-assunti o convertivano un’ assunzione precaria in un inquadramento stabile. Dal 1° gennaio 2016, però, questi sgravi sono stati notevolmente ridotti (cioè più che dimezzati) e non è detto che quest’anno la tendenza ad assumere in forma stabile continui ad aumentare con forza come è avvenuto nel 2015. “Se il tempo indeterminato rimarrà la forma contrattuale centrale nei prossimi anni”: scrive il gruppo Tortuga, “le conseguenze positive sull’ occupazione, la produttività e la crescita potrebbero effettivamente arrivare.” L’aumento degli impieghi duraturi potrebbe infatti favorire l’investimento nella formazione del lavoratore, oltre che consentire una maggiore stabilità economica alle famiglie”.

Tuttavia, il gruppo Tortuga evidenzia un particolare importante: con l’arrivo del Jobs Act, il contratto a tempo indeterminato non è più quel posto fisso a vita tanto sognato da Checco Zalone nel film Quo Vado? E’ stato infatti creato il nuovo contratto a tutele crescenti che consente agli imprenditori di licenziare anche senza giusta causa, liquidando un indennizzo in denaro proporzionale agli anni di carriera. C’è dunque il rischio è che molte le aziende, allo scadere dei tre anni di sgravi contributivi, tornino ad assumere a termine, liberandosi invece dei contratti “stabili” siglati negli anni precedenti. Il tempo dirà se questo scenario è destinato ad avverarsi. Intanto, il gruppo Tortuga analizza quella che è la realtà di oggi: per adesso, il risultato principale dell’arrivo del Jobs Act e degli sgravi contributivi sulle assunzioni è una massiccia virata sui contratti a tempo indeterminato, non certo un boom dei posti di lavoro.

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1 Comment

  • Giovanni Bravin Reply

    3 febbraio 2016 at 10:07 am

    Usiamo dizioni italiane per una Leggina sul lavoro!
    Quando i parlamentari usano termini inglesi, lo fanno per nascondere fregature o usano l’inglese impropriamente. Se usano termini in latino, il latino usato è maccheronico, usano sempre l’accusativo anche quando dovrebbero usare il nominativo. L’italiano usato si presta ad interpretazioni, o modifiche applicative.

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