Il patrimonio della DC è finito in Croazia

Di Redazione, il - # - Replica

DemocraziaCristiana DC GalleriaFotografica1231014804Che fine ha fatto il patrimonio della Democrazia Cristiana al momento della sua dissoluzione? Incredibile ma vero, è finito in Croazia, in un complesso gioco di scatole cinesi. Ne ha paralto Pietro Di Leo su Il Tempo.

di Pietro Di Leo

Se la Democrazia Cristiana è stata, negli anni, il simbolo di certe tortuosità, sia politiche che verbali, tipiche della Prima Repubblica, altrettanto lo è stata la vicenda del suo patrimonio, liquefattosi nel giro di sette anni, dal 1998 al 2005. Un ammontare di oltre 500 immobili, frutto di sottoscrizioni dei tesserati, donazioni, finanziamenti e ricavato delle famose Feste dell’Amicizia.
Dal momento in cui quel patrimonio è stato inizialmente affidato a quattro società casseforti (l’Affidavit, la Sfae, l’Immobiliare e la Ser), al complesso percorso di scissioni politiche delineatosi tra sigle e siglette ha corrisposto quello, ancor più complicato, di passaggi di proprietà e scatole cinesi che hanno finito per inghiottire il tesoro di mattoni. Una vicenda ingloriosa su cui Pierluigi Castagnetti, divenuto da poco segretario del Ppi, decise di vederci chiaro intentando un’azione giudiziaria agli inizi del decennio scorso. E quel che se uscì, anche ad opera di numerose inchieste giornalistiche, ebbe del paradossale.

Un filo rosso che collega l’Italia alla Croazia, sede di misteriose società immobiliari, una delle quali avente come sede legale una baracca, un canovaccio di personaggi pittoreschi. Tipo un prestanome con doppio passaporto italo–croato trovatosi, di fatto, intestatario di un immenso patrimonio, un povero Cristo che viveva alla giornata, tra lavoretti saltuari, inconsapevole. Questi si trovò intestatario di beni per oltre 23 milioni di euro, inconsapevole immobiliarista per aver «messo le firme».
Altro punto su cui si polemizzò molto, negli anni, fu la vendita per 34 miliardi di Palazzo Sturzo, all’Eur.

Voluto da Amintore Fanfani, contava in tutto sette piani, per un totale di 53mila metri quadrati. Era il cuore amministrativo della Dc, fino al momento in cui le inchieste di Tangentopoli portarono a un progressivo smantellamento di dotazioni e organici. Nella spartizione toccò in sorte, a titolo gratuito, al «ramo» dei popolari di Marini e Castagnetti. Fu poi venduto, per ripianare i debiti, a 34 milioni di euro a una società che poi lo rivendette, addirittura nello stesso giorno, per 52 milioni di euro a una banca. Con una plusvalenza, quindi di 18 milioni.

In questo modo si estinse l’ipoteca sull’immobile, con un avanzo di 7 milioni che poi finirono in una fiduciaria. La plusvalenza fu comunque smentita dalla società interessata come una sorta di compensazione per dei lavori eseguiti sull’immobile. Una storia molto complicata, quindi.

Un’inchiesta del Mondo documentò molto approfonditamente quella transazione, su cui non pochi furono gli aspetti quanto meno «curiosi», messi in luce anche da una puntata di Report, nel maggio 2014, intorno a cui si scatenarono numerose polemiche. Nella stessa puntata, poi, Gianfranco Rotondi raccontò un aspetto di colore. La sede della Dc a Bevagna, in Umbria, era una torretta in cui si favoleggiava stazionassero i fantasmi dei militanti defunti. «Di notte le loro anime tornano», disse Rotondi riportando le parole di un abitante del luogo. Chissà se almeno loro, dall’altra parte, conoscono i tanti misteri del patrimonio democristiano.

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