Il presidente della Cassazione: “Reato di clandestinità inutile”

canzio cassazioneAnche il primo presidente della Cassazione, Canzio, scende in campo contro il reato di clandestinità: nel discorso di inaugurazione dell’anno giudiziario, ha dichiarato che è una misura inutile. Ne ha paralto Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera.

di Giovanni Bianconi

«Sarebbe auspicabile che il legislatore evitasse di intervenire sul tessuto normativo con modifiche troppo frequenti, spesso ispirate a logiche emergenziali poco attente ai profili sistematici dell’ordinamento». Al suo esordio pubblico davanti al capo dello Stato e alle più alte cariche pubbliche, nel discorso d’inaugurazione dell’anno giudiziario 2016, il primo presidente della Corte di Cassazione Giovanni Canzio, nominato un mese fa, lancia anche un chiaro messaggio alla politica e alle sue istituzioni: l’amministrazione della giustizia è materia troppo seria e delicata per interventi che non siano meditati, razionali e valutati nelle loro conseguenze. Anche ascoltando ciò che viene rappresentato dai magistrati che applicano le leggi.

Canzio si rivolge direttamente a governo e Parlamento citando «due esempi di attualità»: il reato di immigrazione clandestina e la prescrizione. Sul primo punto, «non vi è dubbio che la risposta sul terreno del procedimento penale si è rivelata inutile, inefficace e per alcuni profili dannosa. Mentre la sostituzione del reato con un illecito e con sanzioni di tipo amministrativo, fino al più rigoroso provvedimento di espulsione, darebbe risultati concreti». La polemica è recentissima: tutti gli operatori della giustizia «bocciano» il reato introdotto nel 2009 dal governo di centro-destra; l’attuale Parlamento aveva deciso la depenalizzazione ma il governo Renzi s’è fermato nel timore che l’opinione pubblica ne avrebbe avuto una cattiva «percezione». Adesso il primo giudice d’Italia torna sull’argomento e invita a una nuova riflessione, vedremo con quali effetti.

«Quanto alla prescrizione – prosegue Canzio – si è più volte ribadito che essa, irragionevolmente, continua a proiettare la sua efficacia pure nel corso del processo, dopo l’avvenuto esercizio dell’azione penale o addirittura dopo che è stata pronunciata la sentenza di condanna di primo grado, mentre sarebbe logico, almeno in questo caso, che il legislatore ne prevedesse il depotenziamento degli effetti». Su questo tema il governo ha presentato una proposta che «congela» i tempi (rispettivamente per due anni e un anno) dopo le condanne di primo e secondo grado, ma le divergenze tra Partito democratico e Nuovo centrodestra ne hanno finora impedito l’approvazione. I dati sui procedimenti che vanno in fumo per la tagliola della prescrizione (abbreviata da un’altra riforma del governo di centro-destra) continuano a «destare preoccupazione»: nei primi sei mesi del 2015 si sono prescritti 16.362 processi in primo grado e 11.903 in appello; in tutto il 2014 furono rispettivamente 23.740 e 24.304.

Il presidente della Cassazione difende l’interpretazione della legge da parte dei giudici, e al tempo stesso raccomanda ai magistrati di esercitare le proprie funzioni con «equilibrio e moderazione nel linguaggio, sobrietà nei comportamenti, leale collaborazione con le istituzioni». Alla Corte suprema spetta poi il compito di uniformare le interpretazioni delle norme, ma si tratta di un’istituzione «in profonda e visibile crisi di funzionamento». I nuovi procedimenti che arrivano ogni anno continuano ad essere più di quelli smaltiti «nonostante l’aumento di produttività di ciascun consigliere»: nel 2015 hanno prodotto in media 487 provvedimenti a testa. Ma nel settore civile restano circa 105.000 fascicoli aperti, e la durata media di un processo nell’ultimo grado di giudizio è arrivata a tre anni e otto mesi. Un debito pubblico giudiziario che secondo Canzio va affrontato attraverso «un piano straordinario di riduzione dell’arretrato» . Per esempio con la revisione della giurisdizione speciale nel settore tributario, che assorbe il 32,7 % delle pendenze: meglio le sezioni specializzate presso tribunali e corti d’appello. Nel settore penale, il primo presidente si augura una rapida approvazione della riforma governativa all’esame del Senato, che dovrebbe ridurre e razionalizzare le impugnazioni delle sentenze.

In ogni caso, conclude Canzio, «noi giudici abbiamo il dovere di avviare un virtuoso percorso interno di autoriforma che, ancor prima dell’auspicato intervento esterno, faccia leva sulle capacità di auto-organizzazione». Resta però l’appello a governo e Parlamento, chiamati ad «apprestare tutte le misure necessarie» per far funzionare meglio la giurisdizione. Che non può ridursi a «meccanico esercizio ragionieristico di numeri» né a un «nudo efficientismo senz’anima che rischia di piegare i nobili orizzonti costituzionali verso un inaccettabile modello di magistrato-burocrate, preoccupato più della difesa del proprio status che della tutela dei diritti altrui».

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