Il sommergibile dimenticato al cui interno giacciono ancora 52 soldati italiani

12834446_10209670426262555_957146862_nSe ne sta parlando con insistenza da circa una settimana. E di fatto, l’iniziativa in questione, oltre ad essere di grande rilevanza culturale, è decisamente di impatto, vista l’ignoranza in merito della maggior parte dei salernitani e degli italiani in generale. Provate a chiedere ai vostri amici che cosa era il Velella, la maggior parte di loro vi risponderà allargando le braccia. E non è una questione di mera età anagrafica: il problema è trasversale, il termine Velella non dice nulla perché in Italia non c’è il culto di commemorare chi ha combattuto e servito la patria. Chi è morto per la stessa.

In Italia un banco di nebbia fitto ed impenetrabile non consente di veder chiaro sulla Seconda Guerra Mondiale. E’ una ferita ancora aperta, ci piace pensare. Anche se l’opera di mistificazione della realtà, ad opera dei vincitori, o comunque di distorsione della stessa, ha poco, forse nulla, a che vedere con quella ferita che ancora oggi deve totalmente rimarginarsi.

Morirono in tanti, in troppi. Morirono soldati, morirono civili. Uomini, donne e bambini. Morirono tutti. Chi non da un punto di vista corporale sicuramente da un punto di vista mentale. La guerra è così, uccide tutti prima ancora di essere combattuta. Salerno per questo soffre ancora. E soffre perché l’Operation Avalanche rappresentò il colpo di grazia dato ad una popolazione già stremata di per sé dalle tragiche condizioni economiche e da una povertà galoppante: i salernitani avevano poco, quasi nulla. La guerra portò via anche quello.
Chi sopravvisse ha voltato pagina. Lo ha fatto per allontanare quei ricordi di fame e di sofferenza, l’ha fatto per provare a guardare in avanti sperando in una vita migliore.
In questo silenzio, però, c’è un sommergibile che ancora parla. O meglio, ci prova. Prova a farlo dai fondali antistanti a Punta Licosa, ma sta a noi sentire il suo richiamo. E’ il richiamo delle lamiere squarciate, dei soldati ancora al suo interno, ben 52, di quelle carte di bordo che potrebbero dire tanto, forse troppo, che potrebbero riscrivere la storia. Il sommergibile Velella detiene il triste primato di essere stato l’ultimo sommergibile italiano perduto nella guerra contro gli Alleati: fu silurato dal sommergibile britannico Shakespeare il 7 settembre 1943. L’Armistizio era stato firmato da qualche giorno, al netto della comunicazione ufficiale che avvenne il giorno 8. Una situazione taciuta, forse, per sotterrare, nel caso di specie affondare, eventuali responsabilità delle truppe alleate che avrebbero poi certamente dovuto scontare davanti alla corte marziale. Silenzio dunque. Sperando che il Velella cadesse nell’oblio.

L’associazione culturale Salerno Capitale è quindi intervenuta. Chiamata così per rimembrare soprattutto il periodo aureo longobardo e quello normanno, l’associazione si occupa di informazione. Prova cioè ad informare gli internauti delle bellezze che il territorio salernitano offre, delle sue eccellenze, del perché essere salernitani, al netto di tutto e tutti, deve essere un orgoglio e non una croce. Spesso al Sud c’è pessimismo, si va via prima ancora di aver provato a restarci. L’associazione è utopistica in questo, vuole far riscoprire il vantaggio di vivere in un territorio ricco di cultura. Non è facile, ma ci prova. E, tra i suoi tanti servizi, è tornato alla mente proprio il Velella. Ne parlavano i nonni dei fondatori di Salerno Capitale, ma quella triste storia era sempre stata riposta in un cassetto, di quelli che prima o poi vanno riaperti.

Beh, quel cassetto è stato aperto questa settimana. Grazie all’ iniziativa dell’Associazione, ma soprattutto grazie alla senatrice Eva Longo che, accogliendo l’istanza dei fondatori, ha prontamente provveduto a portare il triste accadimento in Parlamento. L’ha fatto presentando una interrogazione ai Ministri della Difesa, dei Beni Culturali e dello Sviluppo Economico, sottoscritta poi da ben 19 parlamentari. Un tentativo ed un modo concreto per dire all’Italia che il Velella è lì ed aspetta soltanto di essere ripescato. E’ un dovere, prima di tutto, morale. Un segno di riconoscimento verso chi ha dato tutto, finanche la vita, per l’Italia ed oggi, in cambio del suo sacrificio, giace ad 8,9 miglia dalla terra, nei fondali della costiera cilentana nel silenzio generale.

Se un giorno il Velella verrà recuperato, l’associazione lascerà eventuali croci di merito ad altri, perché il suo obiettivo prescinde da tutto. Ed è, in piccola parte, già stato raggiunto, portando alla vostra conoscenza un episodio dimenticato da più di 70 anni, facendo riemergere il sommergibile nella mente e nel cuore di tanti salernitani ed italiani che, prima di oggi, non conoscevano questa triste storia.

Soltanto ricordando, non dimenticando, si ripudia realmente la guerra. Soltanto ricordando chi servì l’Italia perdendo la vita, quei militari vivranno per sempre.

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