La parabola di Ingroia: niente gogna per gli “amici” indagati

Ingroia (difensore di Maniaci): “Nel caos, ho letto qualcosa, non ho letto il provvedimento, ma rilevo la sussistenza del reato di violazione del segreto d’ufficio perché qualche pubblico ufficiale ha fornito filmati e intercettazioni, prima ancora che l’indagato ne fosse a conoscenza. Lo denunceremo alle procure di Palermo e Caltanissetta”.
Giusto! Bravo! Oh, che bravo questo Ingroia! Non si pubblicano le intercettazioni in questo modo, ma che vergogna!
Ingroia, Ingroia… A leggere questo cognome si fa fatica a pensare che sia l’avvocato difensore di Pino Maniaci, lo showman, presentatore, anchorman antimafia di Telejato, fino a ieri icona del giornalismo contro le cosche, da ieri piccolo ricattatore di provincia in attesa di giusto e regolare processo.
Quando Ingroia era l’osannato PM della DDA di Palermo era la stagione nella quale il fine giustificava i mezzi: questo ha causato la pubblicazione sulla stampa di qualsiasi conversazione, telefonata, sussurro fra gli indagati e gente anche fuori dalle inchieste, amanti, amiche, amici, passanti.

Tutto lecito, tutto giusto, compresi i divorzi e le cause civili. L’obiettivo era “stremare” gli indagati, metterli alla gogna, distruggere le loro esistenze ben prima del regolare processo e della garanzia dei diritti individuali, farli parlare, confessare, fornire elementi per altre indagini, trovare i quarti, quinti, sesti livelli, anche infangando innocenti o mettendo in piazza pruderie e vizi privati.

Secondo Antonino Ingroia, nel frattempo svestitosi della toga e passato anche dalle grinfie dell’amico Crocetta che lo nominò Presidente della partecipata “Sicilia e-servizi”, finito in una inchiesta per assunzioni facili e tornato a fare l’avvocato, adesso dovremmo “dare la caccia al pubblico ufficiale che ha diffuso la notizia”, perché Maniaci è amico suo, oltre che suo assistito.

La magistratura merita rispetto assoluto e ancora di più la meritano quei PM che combattono la mafia, ma la parabola di Ingroia è un pessimo servizio alla credibilità dell’Istituzione stessa, perché dimostra come il ruolo travalichi le regole, il delirio di onnipotenza prevalga sulle norme giuridiche e la bava alla bocca obnubili la mente di chiunque.

Il PM d’assalto, quello che non batteva ciglio quando Espresso e Repubblica anticipavano a mezzo stampa ogni inchiesta, ogni trattativa stato-mafia, ogni romanzetto d’appendice a quelle annesso e connesso, ha pensato bene di trasformarsi in un paladino del garantismo, dopo aver tentato di entrare in politica con un proprio partito e aver sperimentato la durezza del “dura lex, sed lex” nella sua breve esperienza da boiardo alla Regione Siciliana.

Conosce talmente bene il meccanismo da pensare di poter ribaltare il tavolo senza pagare dazio, chiedendo per il suo amico-assistito “garanzie” che da PM non si sognava neppure di tutelare.

Maniaci è la nemesi dell’Ingroia giustizialista, con questa vicenda in bilico fra ricattucoli di provincia, “femmine” e mariti gelosi, banalizzazione e strumentalizzazione dell’antimafia.

Una storiaccia dalla quale, senza anticipare giudizi, viene fuori tutto lo squallore di un sottobosco di pseudo-eroi accecati dalle luci della ribalta, innamorati della loro immagine televisiva, “onnipotenti”, come tutti quelli che pensano di non poter essere sottoposti a giudizio.

E si, caro Ingroia, per Maniaci chiediamo a gran voce il rispetto del Codice, delle garanzie costituzionali, delle procedure, del diritto alla difesa, della presunzione d’innocenza.

ingroia maniaciLo chiediamo perché questa è civiltà giuridica, questa sconosciuta, ma ci faccia il piacere di non farci la morale e non spiegarci cosa sia giusto e cosa sbagliato: non ne ha il diritto e non è proprio nella posizione (storica) per farlo.

 

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