Le uccidono il figlio: non la risarciscono ma la stangano di tasse

6407-malagiustiziaSuo figlio è stato ucciso e nella causa civile l’assassino è stato condannato a 617mila euro di risarcimento, che la donna, non ha mai visto. Il tribunale però le ha già richiesto l’imposta di registrazione della sentenza di circa 25mila euro che è arrivata con gli interesse a oltre 35mila: ne ha parlato Domenico Ferrara su Il Giornale.

di Domenico Ferrara

La legge non ammette ignoranza. E neanche buonsenso. Figuriamoci poi gli esattori delle tasse.

Hai voglia di parlare di rapporto più umano con i contribuenti. Quando si tratta di riscuotere le imposte, gli occhi del Fisco non battono ciglio. Ne sa qualcosa la signora Maria Rosaria Alfiero, madre di un figlio ucciso il 18 marzo 1997 con un colpo di pistola alla nuca all’età di 28 anni a Pontecagnano, in provincia di Salerno. La giustizia penale fece il suo corso e l’omicida venne condannato a 13 anni di carcere. Quella civile invece vide la prima luce nel 2011 quando la seconda sezione civile del tribunale di Salerno condannò il killer a un risarcimento nei confronti della famiglia di un valore complessivo di 617mila euro circa.Di questi soldi, la famiglia Alfiero non ha visto ancora nemmeno un centesimo. E le uniche cose che hanno ricevuto sono stati gli avvisi di pagamenti prima dell’Agenzia delle Entrate e poi di Equitalia. Motivo? L’imposta per la registrazione della sentenza di risarcimento danni a loro favore. Parliamo di una cifra di 25mila euro che, sommata agli interessi e alle spese accumulate con gli anni, nel giro di poco tempo è lievitata fino ad arrivare a 35.309 euro.

Questo è l’importo dell’ultimo bollettino di Equitalia che Teresa Alfiero, sorella della vittima, ha ricevuto lo scorso 26 gennaio.«Sono una cittadina italiana che ha sempre pagato le tasse. Sono disperata. Ho perso un fratello, non abbiamo visto ancora un euro, mio padre è morto di crepacuore qualche anno dopo e mia madre ormai è rassegnata. È giusto tutto questo? Ho 60 giorni di tempo per pagare la grande ingiustizia altrimenti pignoreranno i miei beni. Dov’è lo Stato? Chi mi tutela?», denuncia la signora Alfiero.Sul tema in questione, la giurisprudenza è poco chiara. In virtù del Dpr 30 maggio 2002 n 115 e del Dpr 26 aprile 1986, n. 131, l’imposta di registro spetterebbe alla parte soccombente. Peccato che una cosa sia la norma, un’altra la prassi. E se il condannato non ha modo di saldare il suo debito col Fisco (come nel caso in questione) è la parte lesa a subire. Infatti, l’ente di riscossione provvede a inviare l’avviso di pagamento a tutte le parti in causa, incurante dell’esito giudiziario e di chi sia la parte vittoriosa. Insomma, pagare e sorridere. Nonostante ci sia solo da piangere.

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3 Comments

  • Giovanni Bravin Reply

    3 febbraio 2016 at 10:13 am

    Applicazione del proverbio:
    “Debole coi forti, forte coi deboli!”.
    Senz’altro non hanno applicato gli stessi metodi con Apple!
    La AdE accerta un’elusione di 100 ma si accontenta di incamerarne 30…..

  • 174VAM Reply

    3 febbraio 2016 at 3:28 pm

    Il pagamento delle spese di registrazione delle sentenze segue la soccombenza;
    è vero che l’agenzia delle entrate può richiedere indifferentemente ad entrambe le parti, ma in caso di richiesta alla parte “vincente” questa ha comunque a disposizione “metodi” per “ovviare” alla richiesta (in questo caso quantomeno “inopportuna”)
    L’avvocato della signora dovrebbe darsi un attimo da fare

    • Giovanni Bravin Reply

      3 febbraio 2016 at 7:07 pm

      In pratica, potrebbe chiedere la “compensazione delle spese” ma è difficile che la concedano….

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