L’ignoranza di non saper distinguere tra un indagato e un condannato

Di Eugenio Cipolla, il - # - 1 commento

ilaria_cucchi_inviata_rai_645Alla fine anche Lucia Uva ha seguito l’esempio (malsano) di Ilaria Cucchi e ha deciso di pubblicare su Facebook la foto dell’agente indagato per la morte del fratello Giuseppe, deceduto in ospedale a Varese nel 2008 dopo aver passato una notte in caserma. “Io non mi pento di quello che ha fatto”, ha detto Ilaria Cucchi. Non si pente lei, neppure dopo che l’agente messo alla pubblica gogna dal suo post su Facebook ha ricevuto decine di minacce di morte.

Stamattina, intervistata dal Corriere della Sera, la sorella di Stefano Cucchi ha preso le distanze da tutto questo, dicendo di non essere responsabile se qualche esaltato, subito dopo la sua azione, ha scelto di minacciare quell’agente. Che è come se accendessimo un fuoco in parco e non ci riterremmo responsabili di un possibile e molto probabile incendio. Tuttavia, metafore a parte, il gesto di Ilaria Cucchi, così come quello di Lucia Uva, non sono dettati solo dalla rabbia e dalla voglia di giustizia, che comunque non sono una giustificazione per tutto questo, altrimenti potremmo tranquillamente tornare alla legge del taglione, ma da quell’ignoranza, figlia della cultura giustizialista, che non riesce a distinguere tra un indagato e un condannato.

E non è un certo un caso se alla Cucchi, sull’onda emotiva della morte del fratello, fu offerta una candidatura nelle liste di Antonio Ingroia, un po’ il maggiore esponente del giustizialismo mediatico italiano. Dice lei che le intercettazioni dove gli agenti si vantano sono prove schiaccianti sulle loro responsabilità. Dice la legge italiana, e soprattutto la Costituzione, con la quale gente come la Cucchi si riempie la bocca, che un imputato non è colpevole sino a sentenza definitiva.

Dice il buonsenso, infine, che nemmeno le intercettazioni possono ritenersi prove così evidenti per il semplice fatto che, al telefono, ci vantiamo un po’ di tutto, costruiamo la vita che vorremmo avere, proiettiamo nel reale ciò che avremmo voluto fare e che non abbiamo mai fatto. Ricordiamo tutti, giusto per fare un esempio, quel signore di 78 anni che, al telefono con l’amico, si vantava di essersene fatte 10 in una sera, una dopo l’altra. Ok, magari all’apparenza non c’entra nulla, ma è indicativo di come spesse volte, dietro una cornetta, diventiamo davvero creativi.

@eugcipolla

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  • monica cappellini

    CON DI VI DO!!!!!!!!!!




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