Obama si autocelebra ma in realtà è succube dell’Iran

Di Redazione, il - # - Replica

obamaBarack Obama celebra ovunque l’accordo con l’Iran e l’avvio di normali relazioni come un grande successo diplomatico; in realtà il prezzo che paga per il riavvicinamento a Teheran è piuttosto alto, come spiega su Il Foglio Mattia Ferraresi.

di Mattia Ferraresi

Con l’enfasi delle grandi occasioni, Barack Obama ha magnificato i “progressi storici” fatti con l’Iran “attraverso la diplomazia” nel contesto dell’accordo nucleare appena implementato, il New York Times e la stampa d’establishment si tolgono il cappello per salutare la liberazione del giornalista Jason Rezaian e nello stesso respiro esalta la “visionaria determinazione” del presidente che ha scelto la strada della “paziente diplomazia”. E’ una vittoria “intelligente e disciplinata” delle arti diplomatiche che rende “il mondo più sicuro” e Obama un leader più autorevole. Questa versione trionfale del fine settimana di prigionieri rilasciati, sanzioni revocate e introdotte, scricchiola se si considera che Rezaian e gli altri tre americani detenuti in Iran non sono stati liberati nel contesto di uno scambio di prigionieri, ma l’Amministrazione ha pagato un riscatto per riavere le persone che Teheran teneva in ostaggio. Il prezzo è l’amnistia per sette cittadini con passaporto iraniano a processo negli Stati Uniti, e il ritiro delle denunce per altri quattordici ricercati dalle autorità. Oltre a questo ci sono i cento miliardi di dollari in sanzioni scongelate che la Casa Bianca ha ufficializzato domenica, inaugurando la fase operativa dell’accordo nucleare con l’Iran.

La Casa Bianca insiste che le due partite, i prigionieri e le sanzioni, sono separate, ma anche volendo credere che la loro risoluzione contemporanea sia una pura coincidenza, la Reuters sabato scriveva che, nel corso delle trattative sulle sanzioni, “il ministro degli Esteri Javad Zarif ha avvertito il segretario di stato, John Kerry, che una mossa avrebbe potuto far saltare lo scambio di prigionieri che le parti negoziavano in segreto da mesi”. Se anche Washington le considerava vicende separate, per Teheran erano unite, eccome. Così si è chiarita la dinamica: Rezaian era un ostaggio del regime, è stato fermato e imprigionato per diciotto mesi ingiustamente, senza potersi difendere da accuse nebulose e inafferrabili, e come per tutti gli ostaggi la sua custodia era funzionale al riscatto. Non è stata dimostrato alcun reato commesso dal giornalista del Washington Post, l’idea stessa che possa essere parte di uno scambio di prigionieri condannati da tribunali americani mostra chi, in questo rapporto, impugna il manico e chi arretra di fronte alla lama. E’ ardito rappresentare tutto questo come il trionfo della diplomazia, che è la disciplina che dovrebbe evitare le estorsioni malavitose di concessioni fra stati sovrani.

La “visionaria determinazione” di Obama è talmente visionaria che non si è resa conto che la concessione alla politica degli ostaggi fatta a Teheran è un precedente pericoloso. Se al regime è riuscito una volta di ottenere un risultato politico facendo leva su un prigioniero americano, cosa gli impedirà di fare la stessa cosa in futuro per ottenere nuove concessioni, per evitare ispezioni nucleari, per non dovere sottostare a tutte le condizioni imposte – queste sì – dalla diplomazia? Nelle prigioni iraniane ci sono già un paio di ostaggi che potrebbero tornare utili per il prossimo round di negoziati. In questo contesto la liberazione immediata dei marinai americani – ma non dopo avere umiliato l’avversario imponendo scuse ufficiali dei soldati in favore di telecamera – si mostra per ciò che è: una sceneggiata canzonatoria messa in piedi per mostrare che l’Iran è un paese normale che rispetta le norme internazionali, non un regime che cattura nemici appena può. Anche su questo il New York Times ha le idee chiare: “Normalmente questo episodio avrebbe causato una crisi”, mentre un paio di telefonate hanno risolto tutto. Il fatto è che l’ostaggio non era su quella nave, ma in una prigione di Teheran. Infine, Obama ha trovato anche la foglia di fico per coprire le sue debolezze: le sanzioni per il programma missilistico convenzionale. L’America ha punito undici soggetti che collaborano all’espansione dell’arsenale iraniano, manovra che gli consente di dire che “rimaniamo saldi nell’opporre il comportamento destabilizzante dell’Iran”, incluse le “minacce a Israele e ai nostri partner del Golfo”. Ma la punizione è talmente lieve e la minaccia tanto incerta che a breve giro di posta Teheran ha annunciato che il programma missilistico continuerà indisturbato. La Casa Bianca spiega al mondo che l’America in questo negoziato parla a bassa voce ma ha in mano un bastone bello grosso, come vuole l’antica regola di Teddy Roosevelt; peccato che Teheran tenga in ostaggio Obama e la sua politica.

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