Parte dall’Iowa la corsa alla Casa Bianca con Trump e Clinton in pole position

trumpclintonIl prossimo 1° febbraio prende avvio con i caucus nello stato dell’Iowa la corsa alla Casa Bianca che si concluderà tra quasi 9 mesi. L’Election Day è infatti fissato all’8 novembre, mentre il nuovo capo dell’esecutivo Usa, nonchè 45° presidente della storia, si insedierà alla White House il 20 gennaio del 2017, nel cosiddetto Inauguration Day. Questi nove mesi vedranno il susseguirsi di tutta una serie di eventi e di appuntamenti elettorali, la cui attesa crescerà sino a divenire spasmodica con il passare dei giorni e delle settimane. Un’interminabile serie di comizi, di appelli e di appassionanti dibattiti che incolleranno di fronte alle TV ad ogni ora del giorno e della notte centinaia di milioni di americani e di spettatori di tutto il mondo. Questo richiederà ai candidati ed ai loro staff di supporto di affrontare tour massacranti stato per stato in ogni angolo del Paese per illustrare il proprio programma ed incontrare fans, gente comune e leaders della società civile, della produzione, della finanza, delle professioni, dello spettacolo, dello sport, delle comunità e delle maggiori confessioni religiose.
Ai nastri di partenza si sono schierati 15 candidati, 12 in campo per il GOP (Grand Old Party, cioè i Repubblicani) e solo tre per il Dem (Democratic Party). Già questo fatto è indicativo della situazione: nel GOP ancora non è emerso un candidato forte, nonostante da mesi stia spopolando il miliardario Donald Trump che è sceso in campo per non darla vinta ad una sinistra che con Bill Clinton prima, e l’afro-americano Barack Obama dopo, si è dimostrata immorale, statalista, depravata e clientelare, che ha più volte portato gli Usa sull’orlo del baratro del default ed ha creato un esercito di 50 milioni di parassiti dissoluti e nullafacenti per scelta, che campano sulle spalle di chi lavora. Una sinistra che ha rinunciato alla politica estera facendo perdere parecchi consensi, e talvolta persino la faccia, ad un Paese che per decenni ha rappresentato nel mondo un punto di riferimento costante per la difesa degli ideali di libertà, di democrazia e di assoluto rispetto della legalità.
Tra i 12 candidati del GOP ancora in corsa dei 22 che si erano inizialmente proposti, di cui 8 si sono già ritirati dalla competizione ed altri due non raccolgono consensi in nessun poll del GOP, quelli che sembrano meglio attrezzati per arrivare sino in fondo, “fenomeno Trump” a parte, cioè l’irruzione sulla scena politica di un 69nne ricchissimo uomo d’affari del Queens, New York City, sono al momento : Ted Cruz, 45 anni, origini cubane, nato in Canada da madre americana e padre cubano, ragione per la quale molti lo ritengono costituzionalmente ineleggibile, attuale senatore el Texas; Marco Rubio, 44 anni, origini cubane, ma nato a Miami, la città degli esuli sfuggiti alle grinfie di  Castro, ed attuale senatore della Florida; Jeb Bush, 62 anni, ex governatore della Florida, il cui unico merito politico appare quello di essere figlio e fratello di ex presidenti degli Usa; Benjamin Carson detto Ben, 64 anni, neurochirurgo in pensione, direttore per 29 anni della Clinica di Neurochirurgia infantile dell’Ospedale Johns Hopkins di Baltimora, mai stato in politica, super-conservatore, unico candidato di colore nelle presidenziali 2016. Tra gli altri candidati del GOP, si segnalano gli attuali governatori di New Jersey, Virginia, Ohio, Kentucky e l’ex AD di Hewlett-Packard.
I Dem presentano al via solo tre candidature perchè ritengono di avere in Hillary Clinton una candidata fortissima, appoggiata dalla base di un partito in disfacimento, ma che ha occupato per 16 degli ultimi 24 anni la poltrona presidenziale a Washington. Un partito cui, per attirare e conservare il consenso elettorale, sono politicamente rimaste solo le armi della demogagia spicciola e dell’immigrazione clandestina, ma nessun valore morale, nè alcun ideale. Un partito che, per farlo apparire forte, ha voluto presentare un candidato apparentemente senza concorrenza interna, tanto da far ritenere inutili, perchè dall’esito scontato, le primarie dei Dem, anche se Bernie Sanders, senatore del Vermont, l’altro candidato dei Dem, che con i suoi 73 anni è il più anziano del lotto, non la pensa così. Infatti Sanders ha letteralmente distrutto la Clinton in un faccia a faccia condotto all’interno del Dem, nel quale ha accusato la sua avversaria alla nomination di aver votato l’autorizzazione della guerra in Iraq e di essersi adoperata, nella veste di Segretario di Stato Usa, per il bombardamento della Libia, gettando nel caos quel Paese e destabilizzando l’intera regione. Accuse cuil’ex first lady, nonchè compatita moglie tradita dall’influente marito Bill in diretta ed in mondovisione, non ha saputo in alcun modo replicare in modo convincente.
Una Hillary Clinton che nelle presidenziali del 2008 fu umiliata e letteralmente stracciata da Obama di cui divenne poi fedele ed acritica servitrice. Un candidato che da Segretario di Stato ha “collaborato” con Obama a fare esplodere la crisi libica con tanto di uccisione dell’ambasciatore Usa a Tripoli e di suoi tre collaboratori, alla  catastrofe della Primavera Araba, all’uccisione di Osama Bin Laden – chissà, forse per non lasciarsi dietro uno scomodo testimone – alla guerra ad Assad in Siria che di fatto ha costituito un supporto all’Isis, alla crisi nucleare iraniana. Poi, tra i candidati Dem, c’è anche Martin O’Malley, 53 anni, governatore del Maryland, che nei sondaggi è confinato nella regione dello zero-virgola per cui neanche lo consideriamo. Un’incapace maneggiona della politica ed un pervicace socialista come Sanders: questa  è l’offerta dei Dem al Paese per la scelta del presidente, con la prospettiva per gli elettori di quella parte politica di dover scegliere tra l’una e l’altro, il che è molto peggio del dover scegliere tra la padella e la brace.
A livello nazionale i sondaggi concedono al momento un consistente vantaggio a Trump e Clinton, ma si tratta di una situazione dinamica ed in continua e rapida evoluzione, che può modificare anche di molto le posizioni in campo. Tra i candidati del GOP, Trump guida con il 36.2 %, seguito da Cruz col 19,3 %, da Rubio con l’11 %, poi da Carson col 7,8 % e da Jeb Bush con il 5 %. Tra i Dem, Clinton conduce col 52,5 % delle intenzioni di voto, seguita da Sanders col 37,5 %. Lontanissimo dai due O’Malley col 2,2 %.  Più interessanti ed articolati appaiono i polls del test elettorale dell’Iowa, perchè è il primo luogo dove gli elettori si apprestano a votare realmente, non in modo virtuale. Nel GOP conduce Trump, ma con solo il 32,6 % dei consensi, davanti a Cruz col 26,6 %, a Rubio col 13,3 % ed a Carson col 7,6 %. Rispetto al dato nazionale, Trump perde 3,6 punti, mentre con l’avvicinarsi del voto reale sembrano accelerare i due “cubani” Cruz e Rubio. Le percentuali indicate sembrano testimoniare di una situazione di grande incertezza nel GOP. Ma è solo un fatto temporaneo, perchè basta che un paio di candidati, ad esempio Carter e Cruz, ne appoggino un terzo dirottando verso di lui i propri voti, ad esempio su Rubio, ed ecco che questi diventerebbe un candidato forte, con quasi il 50 % dei voti già in una fase molto preliminare delle primarie.
Più intrigante la situazione in campo Dem. Nei polls dell’Iowa la Clinton con il 46,1 % ha ripreso la leadership su Sanders accreditato del 45,8 %, dal quale era però stata superata appena due giorni fa (46 % contro 45,8 %). Stando a queste cifre, la situazione per il “socialista” Sanders appare tutt’altro che compromessa, soprattutto se si considera che i polls delle primarie del New Hampshire del 13 febbraio, le prime dopo i caucus dell’Iowa, forniscono previsioni funeree per la “raccomandata” di Obama, con un Sanders dato al 53 %, contro il suo miserrimo 39 %. Insomma, si prospetta una clamorosa inversione di tendenza tra i Democrats, con la “prediletta” Hillary che da scontata protagonista rischia di divenire la valletta della cenerentola Sanders trasformata in principessa. Musica per le orecchie dei fans del GOP nella prospettiva che gli americani siano chiamati a scegliere il presidente tra un candidato imbevuto di anacronistica ed improbabile ideologia socialista ed icone credibili del sogno americano.
Il meccanismo elettorale

L’Iowa è uno stato del Nord confinato tra i fiumi Missouri ad ovest e Mississippi ad est, che conta circa tre milioni di abitanti ed è famoso per tre cose: l’orgoglio della sua popolazione autoctona costituita da tribù di indiani Iowa della famiglia dei Sioux, che per non trattare e scendere a patti con i “visi pallidi aggressori” preferirono migrare spontaneamente dai loro territori in Oklahoma (nome che significa pelle-rossa); l’avere dato i natali a Marion Robert Morrison, meglio noto con lo pseudonimo di John Wayne, l’icona trasportata sul set cinematografico del conquistatore americano di frontiera coraggioso e patriottico, strenuo difensore della legge; i caucus delle presidenziali, che secondo una consolidata tradizione americana, sono le consultazioni che aprono la lunga serie delle primarie e che quindi offrono un primo, importante riscontro delle ambizioni elettorali dei vari candidati in corsa. L’Iowa è un piccolo stato, la sua capitale Des Moines non arriva a 180mila abitanti, per cui il suo peso politico è pressochè trascurabile. Però, se è ovvio che un candidato che “vince” in Iowa non possa trarre alcun vantaggio concreto in termini elettorali per avvicinarsi alla Casa Bianca, è anche vero che la sconfitta in Iowa per un candidato può rivelarsi una pesantissima pietra tombale calata a seppellire le proprie velleità di tagliare per primo il traguardo di Washington.

Il meccanismo per arrivare all’elezione del presidente degli Stati Uniti è abbastanza articolato e non facilissimo da descrivere in dettaglio, anche perchè ci sono molte differenze procedurali tra i 50 stati dell’Unione ed anche all’interno dei due maggiori partiti, il GOP ed il Dem. Per semplificare al massimo, si può dire che alla fine il presidente verrà eletto a maggioranza semplice da 538 delegati eletti nei collegi elettorali di ogni stato dell’Unione, che chiameremo Grandi Elettori (GE). Il candidato che si aggiudicherà almeno 270 voti sarà il nuovo presidente degli Usa. La cifra di 538 GE deriva dal fatto che, come stabilito dalla Costituzione, essa coincide con il numero di rappresentanti complessivamente inviati al Congresso dai 50 stati dell’Unione, ovvero 2 senatori ciascuno stato per un totale di 100, più un numero di deputati che è proporzionale alla popolazione di ciascuno stato, sino alla concorrenza di 435 rappresentanti, cui corrispondono altrettanti GE. A questi 535 vanno poi aggiunti i 3 GE attibuiti a Washington D.C. (Distretto di Columbia, cioè il piccolo territorio insinuato tra Virginia e Maryland che accoglie e circoscrive la capitale federale) col che si raggiunge il fatidico numero di 538.

Se ne deduce che ai fini del raggiungimento della soglia di 270 GE necessaria ad eleggere il nuovo presidente, l’importante non è tanto il numero di stati conquistati, quanto il loro peso elettorale. Per esemplificare, possiamo osservare che lo stato il cui peso è di gran lunga quello preponderante su tutti gli altri è la California, che con 53 rappresentanti alla Camera ed i 2 senatori dispone di ben 55 GE, grazie al fatto che da solo quello stato accoglie oltre il 12 % dell’intera popolazione residente negli Usa. Il secondo stato più popoloso, cioè il Texas, dispone di 34 GE, per cui per pareggiare i 55 voti della California il candidato perdente in questo stato dovrebbe assicurarsi, ad esempio, la vittoria oltre che nel Texas, anche in Pennsylvania, o nell’Illinois, stati che dispongono di 21 GE ciascuno. Ci sono 12 piccoli stati che, come l’Iowa, hanno un solo rappresentante alla Camera e che pertanto possono eleggere solo 3 GE, con l’eccezione dei territori di Guam, Isole Vergini Usa, Samoa Usa, Isole Settentrionali delle Marianne e Porto Rico ai quali è assegnato un solo delegato senza diritto di voto, per cui questi stati dispongono solo di 2 GE.

La competizione elettorale si articola in tre fasi successive. La prima, quella che sta per essere avviata in Iowa, si svolge internamente ai due maggiori partiti, ciascuno dei quali dovrà scegliere il proprio candidato presidente da opporre a quello dell’avversario. A tal fine, questa prima fase vedrà lo svolgimento delle primarie e dei caucus di partito con l’obbiettivo dichiarato di selezionare non tanto il candidato migliore, che altrimenti Obama non sarebbe mai entrato alla Casa Bianca se non da turista, quanto quel “candidato forte” che più di ogni altro appare in grado di ricevere il più ampio consenso elettorale e di primeggiare nella corsa finale per la Casa Bianca, facendo così affermare il proprio partito ed il relativo programma di governo. Le primarie sono delle vere e proprie kermesse popolari, oceanici raduni di fans che stravedono per i loro idoli della politica, ma sono organizzate dai singoli stati. Ogni candidato illustra pubblicamente il proprio programma e spiega le ragioni per cui la base del partito dovrebbe conferirgli la “nomination”, ovvero quali sono le motivazioni che lo accreditano delle migliori possibilità di affermazione su quello che sarà il competitor alla presidenza designato dal partito avversario. Le votazioni si svolgono in collegi elettorali con i risultati comunicati dopo scrutinio.

I caucus hanno la stessa finalità delle primarie, cioè la selezione del candidato presidente, dalle quali differiscono sia perchè sono organizzati direttamente dai partiti invece che dagli stati, sia per le modalità procedurali che li fanno apparire come delle grandi assemblee condominiali, piuttosto che dei raduni politici. Essi si svolgono informalmente, nei luoghi più a portata di mano, scuole, chiese, palestre, in grandi spazi pubblici o persino in residenze private. I candidati si distribuiscono in vari punti all’interno della sala assembleare avendo di fronte a loro gruppi di loro personali sostenitori. La causa di ogni candidato viene perorata da un relatore, scelto tra i suoi più fedeli sostenitori, che rappresenta le qualità del suo favorito e la bontà del programma proposto, nonchè le ragioni per far cadere su di lui la scelta di candidato presidente. Alla fine delle presentazioni, si svolgono immediatamente le votazioni per i vari candidati in lizza, che avvengono quasi sempre per alzata di mano. Ad ogni candidato viene associata una lista di GE. Dopo la nomination, alla fine delle primarie, sarà la lista collegata al candidato presidente ad essere sottoposta a votazione nello stato, insieme a quella che avrà prevalso nel partito avversario. Gli elettori inclusi nella lista del candidato vincente saranno i GE di quello stato.

Questa fase delle primarie, in cui si registrerà una drastica scrematura dei candidati in corsa – le campagne elettorali sono un salasso economico ed i candidati poco appoggiati in genere si arrendono subito dopo i primissimi test elettorali – si concluderà il 7 giugno con test condotti in 10 stati, tra i quali spicca la spesso decisiva California, con l’appendice del 14 giugno con le primarie di Washington DC. Quest’anno il cosiddetto Super Tuesday, cioè il martedì col maggior numero di test elettorali in contemporanea, cadrà il 1° marzo, quando gli elettori saranno chiamati a partecipare alle primarie di 10 stati ed ai caucus di altri 5. Una vera pietra miliare della campagna elettorale per cominciare a capire quali sono i candidati in grado di affermarsi nelle fila dei rispettivi partiti.
I candidati superstiti delle primarie di GOP e Dem continueranno a darsi battaglia sino alle Conventions, veri e propri bagni di folla per i supporters dei partiti più popolari, dove si procede alla “nomination”, cioè all’investitura ufficiale dei due candidati di ciascun partito, tra quelli ancora in corsa, che dovranno contendere la carica di presidente e vicepresidente degli Stati Uniti ai loro competitor designati dal partito avversario. Quest’anno, il GOP ha deciso di tenere la sua Convention dal 18 al 21 di luglio presso la Quicken Loans Arena di Cleveland, Ohio, mentre la Convention Dem è in programma la settimana successiva, cioè dal 25 al 28 luglio e sarà ospitata al Wells Fargo Center di Philadelphia, Pennsylvania.
La seconda fase della campagna elettorale prende avvio subito dopo la conclusione delle Conventions, quando si entra nella fase più viva della serratissima battaglia politica condotta dai due nominati di GOP e Dem, ed i loro vice, cui partecipano anche eventuali candidati indipendenti o di partiti minori che tentano di fare da terzo incomodo. E’ allora che il confronto tra i candidati presidenti si fa serrato, duro e senza esclusione di colpi, in aperta contrapposizione a livello ideologico, di programmi, di idee, di promesse. L’obbiettivo è catturare il più ampio consenso degli elettori per cercare di conquistare il maggior numero possibile di GE nell’Election Day che cade per legge il martedì successivo al primo lunedì del mese di novembre, cioè in pratica tra il 2 e l’8 novembre.
In effetti, a questo punto le cose si complicano perchè ci sono ben 32 stati più Washington DC cui è riconosciuta la facoltà di far svolgere “early voting”, cioè di anticipare dai 4 ai 50 giorni la consultazione elettorale dell’Election Day che, come detto, quest’anno cade il giorno 8 novembre. Poi c’è da considerare la miriade di norme che stato per stato regolano le procedure del voto per posta, che di solito viene sollecitato con l’invio agli elettori interessati di appositi moduli con largo anticipo, alcune settimane almeno, sul termine dell’Election Day. Inclusa Washington DC, sono 28 gli stati che consentono il voto postale incondizionato, 21 quelli che invece richiedono provate motivazioni per consentire di votare per posta. Nelle più recenti presidenziali, oltre il 30 % dei voti è stato espresso per posta, una consistenza che può stravolgere il risultato rilevato con i voti subito scrutinati nei collegi elettorali.
Un’altra complicazione riguarda il fatto che con le presidenziali si svolgono anche le elezioni legislative, cioè dei rappresentanti del Congresso. In effetti ad essere completamente rinnovata è la Camera con l’elezione di tutti i suoi 435 deputati il cui mandato è biennale, con possibilità di conferma. Invece solo un terzo dei senatori decade, secondo un meccanismo di rotazione per il quale il mandato al Senato ha la durata effettiva di 6 anni. Questo meccanismo può produrre una situazione che è tipica del sistema presidenziale statunitense, cioè quella in cui il presidente può non disporre della maggioranza al Congresso, con la conseguenza di un pesante condizionamento dell’attività del suo esecutivo. Alle ultime elezioni legislative di Medio Termine, quelle del 2014, il GOP ottenne una vittoria tanto schiacciante, quanto clamorosa, fatta passare sotto silenzio dalle sinistre di tutto il mondo, che ha determinato questa configurazione del Congresso americano: alla Camera, completamente rinnovata due anni fa, il GOP confermò e rafforzò la sua maggioranza conquistando 247 seggi, contro i 191 dei Dem; al Senato il GOP è arrivato a 54 senatori, contro i 46 dei Dem, cui ne strappò ben 9 capovolgendo la maggioranza prima appannaggio del Dem.
Se a novembre di quest’anno si confermasse questo quadro politico, il candidato presidente del GOP potrebbe teoricamente contare sul voto di 301 Grandi Elettori, quello del Dem su 237. Sulla base di queste cifre si dovrebbe concludere che quella del candidato del GOP che otterrà la nomination, quella verso la Casa Bianca sarà una comoda passeggiata, più che un corsa affannosa. Ma non sarà così, perchè da qui a 10 mesi, come insegna la storia delle presidenziali, tutto o molto può cambiare. Anche perchè un conto è votare per le legislative, un conto scegliere il Presidente. Comunque, per completare il quadro, ad oggi il GOP governa in 31 stati su 50 e controlla 68 camere legislative su 98. Una maggioranza politica straripante come non si verificava da 88 anni, cioè dal 1928 e che ha un nome: Effetto Obama.
Le premesse offrono buone prospettive al GOP di tornare finalmente alla White House a rimettere le cose a posto. Ora non ci resta altro che tuffarci nelle primarie e seguire gli eventi. Stavolta noi siamo fiduciosi, perchè con due “cubani” in grado di attirare le simpatie elettorali dei latinos che costituiscono un serbatoio elettorale importante e spesso decisivo, che quindi hanno serie possibilità di trasferirsi a Washington, nonchè le attese di una vasta middle-class che Obama ha mortificato ed umiliato cancellandola dalla società statunitense, stavolta il clientelismo e le promesse elettorali del Dem rischiano di fare cilecca e di essere ignorate da larghi strati delle fasce sociali, anche tra quelle dei meno abbienti che sono state lo zoccolo dure dello statalismo obamiano.
Rosengarten

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Romana, 19enne, studentessa al Department of Economics presso Primaria Università Usa, ama la discomusic, la storia, la natura selvaggia, gli animali e la finanza etica, ma soprattutto viaggiare. Abituata a lottare contro due fratelli più grandi per trovare uno suo proprio spazio vitale, formazione cattolica, schierata a destra, idealista si contrappone al dissoluto materialismo dilagante di una sinistra immorale, rozza e corrotta. Nel tempo libero si diletta in cucina. Tanti, troppi amici, poco tempo da dedicare a loro.

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