Pensa un po’, quel Di Canio è un “fascista”

di_canio_gettyBravo, competente, grandissimo conoscitore del calcio inglese, simpatico (e se vi stesse antipatico la cosa non cambierebbe di una virgola), professionale come pochi.
Mai un accenno in diretta alle sue idee politiche, mai una parola fuori posto, mai una stronzata buttata lì con leggerezza.

Sky “sospende” la collaborazione di Di Canio con la rete, dopo le solite infinite polemiche, per il reato (televisivo) di apologia del tatuaggio fascista.

Avrebbe potuto anche mostrare il tatuaggio di Pol Pot, Stalin, Pinochet, Jack lo Squartatore o il mostro di Milwaukee, ma sospendere un conduttore non per quello che dica o faccia in televisione, neppure per quello che pensi, ma per quello che abbia tatuato sulla pelle chissà quanti anni fa, è una ridicolaggine senza precedenti.

Anche pericolosa, visto che il reato d’opinione epidermico non si era ancora visto.
Sarebbe bastato, per non urtare nessuna sensibilità, dirgli di indossare una maglia a manica lunga dalla puntata successiva.
Forse.

Paolino Di Canio è stato ingenuo, orgogliosamente “coatto” nel presentarsi in video con le maniche corte, ignaro di finire sacrificato nel tritacarne del politicamente corretto.

Lui, il laziale del saluto romano sotto la curva, non finirà condannato per apologia del fascismo, come alcune anime belle e con il piglio dei legulei asserisce sui social, invocando Scelba e ogni richiamo antiliberale alla censura delle idee: i contorni del reato di apologia del fascismo sono stati riscritti mille volte dalla Consulta e ormai è acclarato che debba essere chiara nel “colpevole” la volontà, con opere e omissioni, di “ricostituire il partito fascista”.

E Paolino, lo sa bene anche lui, non vorrebbe neppure la “reunion” degli Irriducibili della Lazio.

Chi esce peggio da questa storiaccia è proprio Sky, così tollerante nei confronti di certa televisione-spazzatura, mascherata dal bouquet di canali tematici e generalisti, eppure così reattiva nel metter in naftalina “uno bravo”, capace e competente, ipocritamente colpevole di aver mostrato sulla pelle un tatuaggio ben visibile anche quando giocava al calcio.

Un trascinatore, sul campo e fuori, che ha allenato con successo bianchi, neri, ebrei, buoni e cattivi, senza che neppure uno ne parlasse male per le sue idee o per i suoi comportamenti extra-calcistici.

Ai vessilliferi di certo antifascismo, poi, cosa dovremmo contestare? Esistono in ragione della permanenza in vita del fascismo immaginario che combattono, quindi per loro è indispensabile “salvare” il nemico, “nutrirlo”, vestirlo con l’abito della festa per poi poterlo massacrare alla prima occasione utile.

Fino agli strepiti e ai gridolini indignati di ieri Paolo Di Canio era un commentatore sportivo mai noioso e meticoloso, col passato burrascoso da borgataro un po’ coatto, coi tatuaggi del Duce e con le foto sotto la curva, ma piaceva per quel suo modo di parlare di calcio, senza che la politica abbia mai fatto capolino da un suo intervento, da una battuta, da un sorriso ammiccante.

Da oggi è un’icona, un perseguitato politico, un idolo, un maitre a penser.

Bravi, avete fatto il solito capolavoro.

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