Per Eurostat la ripresa è un miraggio, ma per Renzi è tutto ok

Di Rosengarten, il - # - 1 commento

renzipadoanNon si è dovuto aspettare molto perchè il trionfalismo sbandierato da Renzi nel fare il bilancio di fine anno del suo governo si dimostrasse la solita millanteria infondata ed ingiustificata del premier, che infatti è stata subito smentita, cifre alla mano, dai dati sull’economia snocciolati dall’Eurostat, l’equivalente dell’Istat a livello Ue 28. Tra i tanti, c’è un dato che ci pare il più significativo di tutti, quello relativo alla produzione industriale che fornisce un’idea, anche qualitativa, sulle possibilità di crescita della ricchezza nazionale la quale, a sua volta, esercita un effetto diretto sull’occupazione, il gettito fiscale, qualità e diffusione dei servizi sociali, ovvero sul benessere della società nazionale e sulla qualità della vita in senso lato. Ed è qui che possiamo cominciare ad intonare il de profundis.

Tutti i principali Paesi europei hanno già recuperato gran parte delle perdite accusate durante la devastante recessione intervenuta a partire dal 2008. Invece, a dispetto della bacchetta magica che Renzi sfoggia nelle sue logorroiche ed interminabili interviste-fiume rilasciate h24 ai media, a tutti i media nazionali, nel Bel Paese la produzione industriale continua ancora a segnare il passo e fa registrare addirittura un -31 % (sì, il dato è corretto, proprio meno trentuno percento) rispetto ai massimi raggiunti prima della crisi. Si dirà: ma Renzi che c’entra? Lui nel 2008 stava alla Leopolda, mica a palazzo Chigi. Ed invece c’entra e pure tanto. Vediamo perchè.

Rispetto ai livelli minimi raggiunti durante la fase recessiva, l’Italia ha recuperato solo il 3 %, che è un niente se si tiene conto della congiuntura incredibilmente favorevole che in un colpo solo ha visto crollare il prezzo del greggio del 60 %, la Bce riversare sull’eurozona una valanga di miliardi di euro – il Quantitative Easing – con costo del denaro praticamente a zero, perchè in effetti lo 0,015 % è niente, e la forte rivalutazione del dollaro a livelli impensabili sino a poco tempo fa, tutti fattori che indubbiamente hanno offerto un prezioso aiuto alle nostre esportazioni che hanno tenuto a galla la baracca.

Se il Renzi politicamente borderline, quello che ha di fatto esautorato il Parlamento con il suo tsunami di decreti-legge, fosse almeno intellettualmente onesto, quel misero +3% (che risulta quasi in un – 30 % rispetto ai livelli pre-crisi) lo andrebbe a confrontare con il +5,4 % della Gran Bretagna, il +7,5 % della Spagna, il +8 % della Francia, lasciando perdere il + 27 % della Germania per evitare di metterci tutti a piangere. Quindi i numeri, non le chiacchiere, certificano ed evidenziano come questi Paesi abbiano tratto il massimo profitto dalla favorevole congiuntura internazionale, e lo abbiano fatto adottando misure che evidentemente sono risultate assai più efficaci, ancorchè molto meno propagandate, di quelle che Renzi contrabbanda come “riforme epocali di cui il Paese aveva bisogno e che SOLO LUI è stato in grado di fare, e senza le quali non avremmo cambiato verso”. Ma cambiato verso a cosa?

Il trend del Pil italiano del 2015 è stato il più deludente d’Europa, facendo registrare un incremento sì positivo, ma modestissimo, pari allo 0,8 %. Un dato che peraltro non è strutturale, cioè non è dovuto a precise iniziative legislative mirate alla crescita ed aventi effetto duraturo e permanente sul sistema produttivo e su quello fiscale, ma che è maturato solo grazie alla tenuta delle esportazioni, favorita da una congiuntura positiva forse irrepetibile nel breve e medio termine. Rischiamo quindi di aver perso definitivamente il treno della ripresa, perchè depurato della svalutazione dell’euro, del ridotto costo del denaro e dei vantaggi della bolletta energetica in calo per il crollo del greggio, in termini reali il Pil del 2015 è rimasto praticamente piatto, con crescita dello 0,2 %, cioè di nulla, rispetto a quello fallimentare del 2014. E Renzi c’era sia nel 2014, che nel 2015.

Ovviamente, dati così deludenti sui fronti del Pil e della crescita industriale non possono che ripercuotersi negativamente sul mondo del lavoro e dei consumi. Si tenga presente che a spanne ed a livello macro, un Pil positivo tra l’1,2 e l’1,5 % consente di mantenere i livelli di occupazione, mentre per creare nuovi posti di lavoro effettivi, veri, non quelli che Boeri per compiacere il premier spara al rialzo spacciando le stabilizzazioni dei precari per nuove occupazioni, occorre una crescita di almeno il 2,5 % (legge di Okun). In un Paese come l’Italia, se si tornasse a questo tipo di crescita si potrebbero creare almeno 500mila nuovi posti di lavoro veri l’anno. Ma per passare dallo 0,8 % al 2,5-3 % il passo è molto più lungo della gambetta di Renzi che si è completamente consegnato allo Job’s Act per rilanciare l’occupazione. Ma è stato un non senso, un vero infortunio del nostro premier ritenere che a rilanciare il lavoro bastasse una legge, anzi un contrastatissimo decreto legge, al contenuto del quale a nessuno è stato concesso di contribuire in Parlamento.

E’ come disporre di una auto bella, comoda e veloce, ma che senza i soldi per la benzina rimane tristemente ferma al palo. La legge sul lavoro è un’arma formidabile per razionalizzare ed incentivare l’economia, in quanto consente di spostare quantità anche enormi di risorse umane, capitali ed investimenti da settori tecnologicamente e funzionalmente vetusti ed obsoleti, veri rami secchi del sistema produttivo, verso i nuovi settori dell’economia che tirano e offono maggiore redditività che il progresso tecnologico e le mutate esigenze di una società dinamica fanno emergere nel tempo. Ma preso di per sè, lo Job’s Act non funziona se non viene applicato in un contesto di necessarie riforme, nessuna delle quali è stata presa in considerazione da Renzi. Ci riferiamo alla riforma della Giustizia per velocizzare i procedimenti del mondo del lavoro e dell’economia, lo snellimento della burocrazia che attira capitali ed investitori e toglie parecchio spazio alla corruzione, la drastica revisione del sistema fiscale e dei costi del lavoro che penalizzano pesantemente gli imprenditori in Italia. Senza tutto ciò, la riforma del lavoro gira vuoto e non produce gli effetti sperati.

Ed infatti le cifre ci mostrano impietose la grande difficoltà di questo governo a riassorbire il tasso di disoccupazione, in particolare quello relativo ai più giovani. Renzi s’è vantato che nel terzo trimestre 2015 la disoccupazione sia regredita scendendo all’11,5 %. Ma non si è accorto che mentre in Italia il tasso scendeva di 1,6 punti percentuali in un anno, esso si era già da tempo assestato sui livelli pressochè fisiologici del 4,5 % in Germania e del 5,2 % in Gran Bretagna. Il nostro 11,5 % è confrontabile con il 10,8 % della Francia, il quale è comunque un valore più basso del nostro nonostante sia il peggior dato registrato da 18 anni in qua dai nostri cugini d’oltralpe. E persino il catastrofico 21,6 % della Spagna acquista vivida luce nelle valutazioni degli addetti ai lavori considerato che in un anno Rajoy l’ha abbassato di quasi 5 punti, che è tre volte di più dell’1,6 % di Renzi. Per quanto riguarda i giovani, il tasso di disoccupazione in Italia ha recuperato rispetto ai minimi del periodo più buio della crisi lo 0,9 %, cioè la metà dell’1,9 % della Spagna, un terzo del 2,7 % della Germania ed addirittura poco più di un quinto del 4,2 % della Gran Bretagna.

Con questi presupposti, il confronto con gli altri Paesi che in Europa contano è impietoso. Il tasso di occupazione dei giovani tra i 15 ed i 24 anni è un avvilente 15,1% nello Stivale governato da Renzi, contro il 17,7 % di quella che secondo Renzi sarebbe la “derelitta” Spagna, e lontanissimo da quelli registrati nei principali Paesi europei :il 29 % in Francia, il 43,8 % in Germania ed un incredibile 49 % in Gran Bretagna. Ma a Renzi tutto questo sta bene perchè secondo lui noi “siamo ripartiti” ed “ora non siamo più secondi a nessuno”. Ma perchè prima di parlare non si informa leggendo i report statistici?

Qualcuno particolarmente scrupoloso potrà forse obbiettare che dietro a quello striminzito 15,1 % di giovanissimi che trovano un lavoretto si cela la realtà assai positiva di un incremento dei ragazzi che si dedicano allo studio. Sbagliato. Perchè nel 2015 si è assistito in Italia ad una vera e propria fuga dalle università. Se dal 2007-2008 le immatricolazioni sono scese di 40mila unità (fonte Ocse), quest’anno, dopo cioè che Renzi ha provveduto a “cambiare verso”, le nuove iscrizioni sono state solo 267mila, quasi 9mila meno dell’anno scorso. In un anno solo abbiamo perso un quarto di tutte le matricole che avevamo perso negli ultimi 8 anni, un dato che ci riporta al livello di 25 anni fa e conferma una tendenza in atto molto negativa che invece di invertirsi, con Renzi si consolida ed accelera pure. Ed è tutta farina del sacco del putto fiorentino che a Palazzo Chigi gioca col joy stick con i dati virtuali per vincere sempre, invece di valutare fatti ed andamenti reali dei macrodati per orientare la sua azione di governo.

E qui si entra nel merito della narcisistica, e per molti versi volgare, provocatoria ed insolente auto-celebrazione che il premier ha voluto regalarci per tentare di rovinarci le feste di fine anno. Una autocelebrazione che ha riassunto in 15 punti gli obbiettivi raggiunti dal governo nel 2015. Non vogliamo entrare in una puntuale disamina degli stessi, che oltre che noioisa sarebbe anche inutile dato che tutti si possono rendere conto delle menzogne propalate dal premier nell’assurda elencazione di obbiettivi che lui dichiara di aver raggiunto senza invece nemmeno averli sfiorati. Però ci sono tre o quattro punti che vanno sottolineati con maggiore attenzione, quelli sui quali la perfidia del presidente del consiglio ha raggiunto il suo acme.

Le elemosine. Renzi si è vantato di aver mantenuto gli 80 euro sulle buste paga inferiori ai 26mila euro lordi l’anno. Però dimentica di dire che la Ue, ed un coro unanime di economisti, hanno più volte sottolineato come questa misura non sia strutturale e che si configuri come una delle voci della spesa pubblica improduttiva, quella spesa che invece si sarebbe dovuta contrarre evitando gli sprechi e muovendo le leve della spending review. Una voce questa letteralmente sparita dall’agenda del governo e di cui Renzi si è ben guardato dall’accennare nella squallida kermesse della Leopolda di fine anno. Questo vale anche se Padoan ha fatto il gioco delle tre carte trasformando una dazione clientelare in detrazione fiscale. In effetti, i 10 miliardi con cui Renzi cerca di comprare il voto dei meno abbienti è un onere passivo che per non appesantire il deficit di bilancio e fare “brutta figura” in Europa, viene tranquillamente gettato nella discarica del debito pubblico, che infatti sale anzichè decrescere a dispetto del diminuito fabbisogno finanziario sbandierato dal governo. La Renzi e C. sta facendo a livello finanziario quello che la camorra ha fatto in Campania: una terra dei fuochi, ma della finanza invece che dei liquami tossici.

Immigrazione problema europeo. Renzi s’è vantato di essere riuscito a trasformare in europeo un problema che prima era prevalentemente italiano, quello degli immigrati. Ora finalmente, afferma, non siamo più soli su questo fronte drammatico. Una vera forzatura in malafede della realtà oggettiva la sua. Il problema è divenuto europeo quando un milione di individui sono arrivati in Europa transitando dall’Asia Minore attraverso i Balcani ed i Carpazi. Fino a che s’è trattato di qualche decina di migliaia di immigrati sbarcati in Sud Italia il problema era giustamente solo italiano per due motivi: primo, perchè l’Italia ha accolto tutti, mischiando rifugiati con clandestini e terroristi, e lo ha fatto rifiutandosi di censire quelli che arrivavano e dei quali giustamente gli altri si sono rifiutati di occuparsi; secondo, perchè il trattato di Dublino prevede che gli immigrati siano gestiti dal Paese in cui sbarcano e vengono accolti. Se si voleva evitare il problema, come sarebbe stato giusto fare, sarebbe bastato fare respingimenti di clandestini e tenersi i profughi delle guerre in atto in Africa e Medio Oriente, invece di mandare le nostre navi a prenderli a casa loro.

Dal rigore alla crescita. Renzi s’è vantato di avere convinto (lui ha detto imposto..) all’Europa una svolta a 180 gradi, passando dal rigorismo di Schäuble alla flessibilità di bilancio, con possibilità di sforamento del 3% nel rapporto tra deficit e Pil. Falso. Questa è una misura ora in vigore, ma che viene approvata caso per caso, e che certamente non lo sarà per l’Italia che grazie alle sinistre ha accumulato un debito pubblico vergognoso, umiliante e deprimente. L’anno scorso la Francia, con l’avallo di Juncker che pure è un sacerdote del rigore contabile, ha sforato Maastricht del 4,3 % e nessuno se ne è risentito o preoccupato. Ma il fatto è che il debito pubblico francese rappresentava un virtuoso 56,5 % del Pil nel 2014 e del 56,1 %, mezzo punto in meno, nel 2015, non un putrido 133 % come in Italia. Questo è dovuto al fatto che mentre in Francia funziona un piano di rientro per abbassare l’indebitamento al 54,5 % entro il 2017, in Italia l’indebitamento continuerà a crescere puntando quota 150 % a causa dei mancati tagli degli sprechi e di un vero rilancio dell’economia come si dimostra con il fatto che Renzi NON ha cancellato il Senato, anzi lo ha trasformato in una struttura funzionale al Pd, NON ha messo mano alla spending review, NON ha veramente chiuso le province che sono state trasformate in generatori di clientele e corruzione, nè ha ridimensionato le Regioni, vere voragini della spesa pubblica improduttiva, NON ha pagato le Pmi, altra procedura di infrazione avviata in Europa, NON tutela l’Italia nelle sedi europee.

L’unica squadra che conta veramente per spingere verso l’adozione di politiche di crescita nella Ue è quella capitanata dal cerbero ed intransigente Jean-Claude Juncker. L’unico modo per avere voce in capitolo sulle politiche di sviluppo è di fare parte di quella squadra. Ebbene, l’unico funzionario italiano che faceva parte del Gabinetto di Juncker, il dr. Carlo Zadra, sì è dimesso il 2 gennaio scorso e se n’è andato ieri. Quando si è trasferito a Piazza Colonna, Renzi ha insistito con la Ue per avere l’inutile (per noi che non siamo in grado di esprimere alcuna linea di politica estera) carica di ministro degli esteri della Ue per la Mogherini, un’incapace della quale a volte c’è persino da dubitare dell’esistenza, ma non ha mosso un dito per entrare nelle stanze dei bottoni di economia, finanza e gestione dei debiti.

Ora presso l’ufficio di Juncker è in pendenza la richiesta targata Renzi-Padoan di allentare dell’1 % il deficit su Pil da rispettare per l’anno in corso. Una misura che vale 16 miliardi che potrebbero essere impiegati in modo proficuo, come per la spesa pubblica produttiva (investimenti sulle infrastrutture di grande utilità), la riduzione delle tasse d’impresa che Renzi sì è già rimangiato, l’introduzione dello splitting fiscale almeno per le famiglie in maggiore difficoltà, incentivi a consumi e produzione. Ma con l’indebitamento che ci ritroviamo, le folli spese clientelari di Renzi e nessuno a perorare la nostra causa nel team di Juncker, cosa volete che ci manderanno a dire da Bruxelles se non un chiaro e tondo no? Renzi dice di voler cambiare verso, ma per un premier il suo è uno slogan bruttissimo, perchè solo gli animali fanno versi, non chi dovrebbe sedere responsabilmente su una poltrona come la sua.

Riproduzione riservata - ©2016 Qelsi Quotidiano
  • Giovanni Bravin

    Rosengarten, condivido in toto!
    Se esprimessi i miei giudizi su Renzi, Mogherini, ISTAT sarei querelabile.
    Notoriamente l’avvocatura di stato lavora per costoro con soldi pubblici, mentre io dovrei pagarmi l’avvocato e con sicurezza di vittoria, rivedrei i miei soldini tra anni. Siccome sono disoccupato, preferisco tacere, ma non dimentico…




Seguici

Ogni nuovo post ti verrà inviato alla tua Email

Unisciti agli altri iscritti: