Perché i mercati non hanno creduto alla bad bank

PadoanLa scorsa settimana i mercati hanno accolto con scetticismo l’accordo sulla bad bank: per quale motivo? Sono molte le perplessità degli operatori su questo accordo: ce le spiega su Panorama Andrea Telara.

di Andrea Telara

In rialzo di oltre un punto percentuale. E’ l’andamento in mattinata della borsa di Milano, che finalmente ha ritrovato sprint dopo due sedute da dimenticare. Soltanto ieri, Piazza Affari ha perso quasi tre punti e mezzo, soprattutto per una ragione: il giudizio negativo dei mercati sull’accordo raggiunto tra il governo italiano e l’Ue sulla bad bank, cioè la nuova procedura di gestione delle sofferenze bancarie.

A molti osservatori ed esponenti comunità finanziaria, l’intesa firmata a Bruxelles è sembrata un modesto palliativo. Angelo Baglioni, professore della Cattolica ed esperto di economia monetaria, l’ha definito addirittura “un accordo siglato per salvare la faccia”, volto a dimostrare che “il governo ha mantenuto la sua promessa di risolvere il problema delle sofferenze bancarie e che la Commissione Ue non è poi così cattiva come qualcuno vuole fare credere”.

Perché i giudizi sono così severi? A deludere i mercati e gli osservatori sono stati alcuni dettagli tutt’altro che trascurabili, su cui si basa il nuovo meccanismo di gestione delle sofferenze. Per capire meglio le cose, occorre fare qualche passo a ritroso e partire dal perché è stata firmata l’intesa a Bruxelles tra il ministro dell’economia, Pier Carlo Padoan e il commissario Ue alla concorrenza, Margrethe Vestager. Le banche italiane oggi sono piene di sofferenze, cioè di prestiti che rischiano seriamente di non essere più ripagati per un totale di oltre 200 miliardi di euro. Da qui, la necessità di fare pulizia nei bilanci di molti istituti di credito, eliminando i crediti maggiormente a rischio di insolvenza. In che modo?

Per lungo tempo è circolata l’ipotesi di creare una bad bank, cioè una nuova società in cui tutte le banche potessero conferire le proprie sofferenze. Poi, si è preferita una soluzione ibrida: non ci sarà una bad bank unica ma ogni istituto potrà creare, su basi volontarie, tante diverse società-veicolo (special purpose vehicle) in cui piazzare i propri prestiti in sofferenza. In un momento successivo, questi finanziamenti a rischio potranno essere cartolarizzati, cioè trasformati in strumenti finanziari (assed backed securities-abs) da vendere sul mercato agli investitori, per esempio a dei fondi speculativi.Gli abs sono una particolare categoria di obbligazioni che hanno alla base dei crediti sottostanti. Su questi titoli, opererà in parte una garanzia pubblica. In pratica, se il credito sottostante salta, a rimborsare il valore dell’asset backed securities ci penserà in ultima istanza lo stato. Lo scopo di tale garanzia è far sì che questi strumenti finanziari abbiano un certo appeal sul mercato e che la cartolarizzazione dei prestiti in sofferenza diventi un’operazione più facile per le banche di quanto non lo sia oggi.

Tutto bello, se non fosse appunto per qualche dettaglio che rischia di trasformare l’intera operazione in un flop. Innanzitutto, l’accordo prevede che la garanzia statale operi soltanto a prezzi di mercato (calcolati con un meccanismo un po’ complicato che prende a riferimento i contratti derivati cds-credit default swap). Ciò significa, in sostanza, che se un credito valeva inizialmente 100 e oggi vale 50 perché ha un’alta probabilità di non essere rimborsato, beneficerà della garanzia pubblica soltanto per quest’ultima cifra e non per importi superiori. Altrimenti, vi sarebbe un aiuto di stato che è vietato dalle norme Ue.

Ma c’è anche un altro particolare che non va trascurato. La garanzia pubblica sui titoli frutto di cartolarizzazioni opererà solo parzialmente, cioè su strumenti finanziari che hanno ricevuto un rating superiore all’investment grade (la tripla B). Ecco allora che sorge spontaneo un interrogativo: in assenza del salvagente statale, chi sarà invece interessato ad acquistare dalle banche le obbligazioni più rischiose e con rating basso, frutto della cartolarizzazione dei prestiti maggiormente sofferenti? Probabilmente, come sottolinea Baglioni sulle pagine del sito laVoce.info, i compratori non mancheranno ma si troveranno per lo più in una categoria di investitori: i fondi speculativi che saranno disposti a sottoscrivere i titoli soltanto a prezzi molto bassi, visto che si tratta di strumenti finanziari assai rischiosi. Ecco allora che, scrive Baglioni su Lavoce, “le banche potrebbero avere poca convenienza a fare queste operazioni di cartolarizzazione perché, facendole, sarebbero costrette a svendere le proprie sofferenze e a contabilizzare delle perdite immediate in bilancio”. Meglio dunque tenersi in pancia i prestiti “marci” e sperare comunque di recuperare qualcosa con i propri mezzi. Proprio per queste ragioni, la soluzione della bad bank all’italiana rischia di fare flop e, allo stato attuale, ha già deluso i mercati.

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