Primarie Usa 2016: la melina dei Democrats ed il tormento del GOP

Di Rosengarten, il - # - Replica

698d023e-9f13-481e-97a0-1b44fb6a04ccL’esito delle folkloristiche primarie svoltesi recentemente nel New Hampshire, con sezioni anche con soli 9 elettori che hanno aperto a mezzanotte e chiuso sei minuti dopo, giusto il tempo di scrutinare quei pochi voti contati sulle dita delle mani, riflette la gattopardesca affermazione di Tomasi di Lampedusa, per cui “bisogna cambiare tutto per non cambiare niente”. Nel caucus dell’Iowa tra i Dem si era affermata la Hillary Clinton, anche se solo per una manciata di voti, meno di una cinquantina su oltre 200mila. Nel NH a vincere, anzi a stravincere, è stato Bernie Sanders con un divario mortificante per la ex first lady, 60,4 % a 38 %. Ma è come non fosse successo niente, perchè il 20 febbraio, la Clinton restituirà pan per focaccia a Sanders in South Carolina, terra di afroamaricani, latinos e chicanos, visto che dopo avere perso di 22 punti adesso rischia di vincere con lo stesso scarto, come sembra indicare il 58 % a 37 % dei polls, anche se questo s’è un po’ ridotto dai 30 punti che c’erano tra loro sino a tre giorni fa. Quindi tutto come prima, o quasi.

I Dem hanno schierato ai nastri di partenza solo tre concorrenti, di cui uno, il governatore del Maryland Martin O’Malley s’è subito arreso prima ancora che si chiudesse il caucus dell’Iowa. Dei due rimasti in pista a competere alla nomination di Philadelphia, uno, la Clinton, gode dell’appoggio totale ed incondizionato dell’establishment del partito, dei poteri forti e della finanza d’assalto che, tenendo saldamente in mano i cordoni della borsa, fa il bello ed il cattivo tempo tra i Democrats, altro che lobby! Quindi la Clinton, almeno nelle intenzioni iniziali, corre pro-forma e la sua è vista solo come una passarella per mettersi in mostra, pavoneggiarsi di fronte alla claque ed alle ovazioni di entusiasti fans a pagamento ammaestrati da un’attenta regia, per raccogliere i più ampi consensi possibili tra l’elettorato con l’appoggio dei media, Washington Post e New York Times in prima fila. Sanders avrebbe dovuto, sempre nelle intenzioni dell’apparato centrale democratico, fungere da galoppino della puledra di razza Clinton, per accompagnarla e sostenerne l’andatura, come succede nell’ippica quando un due anni di nobili ascendenti deve cercare il miglior tempo di qualifica possibile alla vigilia dell’esordio in pista.

Per molti, Sanders sta invece dimostrandosi avversario scorbutico per la Clinton, capace addirittura di sovvertire un pronostico polarizzato da tempo e secondo programmi tutto a favore di quella che viene prospettata e pubblicizzata come la “prima donna presidente” della storia americana. Sondaggisti, anchormen, opinion makers ed analisti della politica ci raccontano che il “socialista” miete il consenso di oltre l’80 % dei giovani elettori e che addirittura sopravanzi la Clinton nelle simpatie dell’elettorato femminile, come se alle donne non importasse molto di mandare alla Casa Bianca una di loro se essa è la Clinton, il che è verosimile. Per cui Sanders avrebbe valide carte da giocare al tavolo della nomination Dem per tentare di vincere la partita.

Tutte balle. Se tra i due ci fosse una vera competizione, Sanders non avrebbe perso ogni occasione per attaccare la Clinton sul suo disastroso passato da Segretario di Stato dell’Amministrazione Obama, durante il quale ha favorito e contribuito a determinare quel caos totale in Medio Oriente, nel Nord Africa e nel Maghreb del quale il terrorismo, in particolare quello fomentato dal fondamentalismo di Al Qaeda, dello Stato Islamico, da Boko Haram e da altri gruppi oltranzisti, si nutre e trova una sua ragione di esistenza. Oppure l’avrebbe attaccata per l’email-gate o per i suoi torbidi legami – ed un compenso sospetto di 650mila $ per non meglio specificate “prestazioni professionali” – con quegli ambigui ambienti di Wall Street da cui il “socialista” prende sistematicamente le distanze. Poi c’è un altro aspetto odioso nell’atteggiamento pubblico della Clinton, che dà molto fastidio anche a molti sostenitori dei Democrats, ma che Sanders si è sinora ben guardato dal mettere in rilievo. Ci riferiamo alla clamorosa presa di distanze della Clinton dal presidente Obama dopo i disastrosi fallimenti di politica estera, culminati nei fatti di Libia costati la vita all’ambasciatore Usa ed a tre funzionari d’ambasciata.

Tre anni fa la Clinton passò il testimone della politica estera americana a John Kerry e si defilò facendo cadere sulle spalle di Obama anche colpe e responsabilità che erano state solo sue. Tornò nell’ombra grigia tra politica ed impegno sociale, dalla quale è emersa saltuariamente e solo quando c’era da mettersi in mostra senza doversi impegnare in nulla, o per abbracciare cause già vinte. Non è un caso che Obama, nel dichiararsi neutrale nella corsa alla nomination abbia detto di Sanders che è un uomo saggio ed onesto, che saprebbe cosa fare in ogni occasione, mentre ha definito la Clinton a “wicked-smart”, un termine che tradotto dal dialetto bostoniano, come il presidente ben sa per aver frequentato la Harvard Law School, suona come “paracula”, cioè un’incapace, ma furba opportunista che sa trarre vantaggio da ogni situazione. Se lo dice lui…

Bernie Sanders ne avrebbe avuti di spunti per attaccare la Hillary Clinton. Invece niente, zitto e mosca, solo melina tra loro. Lo stesso dicasi della Clinton che a sua volta potrebbe attaccare Sanders per le sue anacronistiche utopie post-marxiste, per non dire dell’autolesionistico e velleitario statalismo di cui è permeata la sua proposta politica. Niente, calma piatta e totale assenza di vento. La scorsa settimana a Milwaukee i due hanno dato vita al loro primo dibattito TV in funzione primarie. Noia mortale. I due non si sono mai attaccati, l’unico accenno polemico è stato quello della Clinton quando ha affermato che “Sanders fa promesse che non possono essere mantenute”, pallida provocazione alla quale Sanders neanche ha replicato, nonostante le sue promesse siano esattamente le stesse di quelle fatte dalla Clinton. La realtà delle cose è che la moglie dell’ex presidente che per non dimettersi riuscì a dimostrare che l’amore orale con una stagista non è tradimento coniugale, va forte con le minoranze (si fa per dire) degli afroamericani e dei latinos.

Sanders attira le simpatie, come accennato, di giovani e donne come fa come la carta moschicida con gli odiosi e fastidiosissimi insetti, per cui messi insieme i due formerebbero un binomio imbattibile. Ed allora è già stato tutto scritto, i due andranno insieme di conserva sino alla convention di Philadelphia perchè potranno mietere consensi complessivamente dai giovani, dalle donne, dagli afroamericani e dagli ispanici, dei nullafacenti mantenuti – da non confondere con disoccupati e senzatetto – e contare sull’appoggio dei poteri forti, della finanza speculativa, degli ambienti intellettuali, delle spettacolari prese di posizione dei divi hollywoodiani in difesa dei presunti diritti civili violati dei diversi e delle minoranze, cioè la decadenza morale tutelata per legge, per non dire dell’immigrazione libera e senza regole. I due quindi, non si pesteranno i piedi ed andranno all’avventura di conserva: Clinton e Sanders come Bianca e Bernie. In premio avranno garantita e senza colpo ferire la nomination per la presidenza (Hillary-Bianca), e la vice presidenza (Bernie).

Già, Bianca e Bernie, proprio come nel cartoon di Walt Disney uscito in America nel 1977 col titolo The Rescuers, I Soccorritori. La cosa più traumatica e sconvolgente che potrà succedere nel campo dei Dem da qui a luglio è che alla fine Sanders riesca a convincere l’establishment, risultati delle primarie alla mano, a capovolgere l’attuale gerarchia stabilita a tavolino, provocando un rigurgito di quella democrazia popolare di cui una volta l’America andava fiera e menava vanto, ma che ora sembra essere stata malinconicamente riposta in un cassetto.

Neanche nel GOP il New Hampshire ha cambiato nulla ed i repubblicani continuano a vivere un vero dramma politico. In Iowa Trump aveva vinto, ma solo di un soffio sulla coppia di “cubani” formata da Ted Cruz, senatore del Texas, e Marco Rubio, giovane senatore della Florida, senza cioè quel margine di vantaggio di assoluta sicurezza di cui il miliardario del Queens era accreditato alla vigilia. Lo stesso è accaduto nel NH dove dietro a Trump è cambiata la gerarchia nel gruppo degli inseguitori, con il senatore dell’Ohio Kasich emerso dall’anonimato dell’Iowa come secondo classificato, ma alla lontana, a precedere tre aspiranti nominee compresi nell’angusto spazio di un punto percentuale, tra l’11,7 % di Cruz ed il 10,5 % di Rubio, con l’ambizioso, ma evanescente Jeb Bush tra i due con l’11.0 %.

Trump continua a vincere, sta ancora saldamente in testa nei sondaggi nazionali, ma la sua sarebbe una vittoria di Pirro in cui i danni sarebbero di gran lunga superiori ai benefici. La tragedia per il GOP è che Trump, con chiunque esso decida di far coppia eleggendolo proprio vice, non ha alcuna possibilità di affermarsi nella corsa alla Casa Bianca. Secondo i sondaggi, non avrebbe scampo in un testa a testa con la Clinton, mentre sarebbe addirittura travolto nel confronto diretto con Sanders. Figuriamoci con i due messi insieme a fare coppia. Il tormento del GOP è che Trump continua a vincere solo perchè alla sue spalle non c’è ancora un concorrente in grado di mettersi in luce e questa situazione di grande incertezza è un bruttissimo segnale inviato all’elettorato, perchè è indice della mancanza di un candidato forte, credibile e carismatico, capace di far saltare il patto scellerato in chiave clientelar-statalista dei Dem.

Lo scetticismo circa le possibilità di affermazione di Trump è anche dettato dal fatto che qualora alla fine, contro tutto e contro tutti, egli dovesse strappare la nomination a Cleveland, un attimo dopo negli Usa si smetterebbe di parlare di politica e verrebbe messa in campo la macchina del fango, che forse le esternazioni del Papa hanno già messo in moto, quella che noi in Italia ben conosciamo per averla vista in azione contro tutti i governi nazionali e locali non di sinistra. Tirerebbero in ballo la non credibilità di Trump nei rapporti con l’Europa, l’inaccettabilità delle sue posizioni radicali sui presunti diritti civili, sul terrorismo, in economia, nella gestione degli immigrati con il minacciato sbarramento all’ingresso dei musulmani irregolari, una comunità che Obama, durante il suo mandato, ha fatto sviluppare a velocità tre volte superiore a quella di ogni altra e che ora conta molto negli States. Vedremmo lo scatenarsi di tutta la stampa americana, con passato, presente e futuro di Trump passato al setaccio, esaminato alla lente d’ingrandimento e scoppierebbe un caso o uno scandalo al giorno. Non per niente, dalla California Obama, interrogato in merito, ha sentenziato che “Trump non diventerà mai presidente”, mica ha detto che non pensa che ce la possa fare. Per tutto quello che è l’ambiente della politica statunitense, si può essere convinti che la nomination di Trump costituirebbe una resa di fatto del GOP alla prepotente arroganza dei Dem, la rinuncia dei repubblicani ad andare alla Casa Bianca.

Comunque, ancora non tutte le speranze sono perse. Il 20 febbraio si terranno le primarie del GOP in South Carolina ed il caucus Dem in Nevada, con repliche il 23 in Nevada col caucus del GOP ed il 27 con le primarie Democrats in South Carolina. Nel GOP, i polls danno Trump saldamente in testa dappertutto; tra i Dem la Clinton è nettamente in vantaggio nelle primarie del South Carolina, ma si annuncia un testa a testa nel caucus del Nevada, 46,5 % a 46 % per la Clinton. Domani si svolgerà in Nevada un dibattito TV tra i candidati del GOP che stando alle dichiarazioni della vigilia si annuncia a dir poco cruento. Trump ha sbandierato ai quattro venti che vuole distruggere il “bugiardo” Ted Cruz, quest’ultimo indirizzerà i suoi strali contro Trump, ma si legge tra le righe l’intenzione, qualora la sua offensiva non sortisca gli effetti sperati, di gettarsi lancia in resta contro Rubio. C’è anche Bush, il cui ultimo desiderio prima che i suoi ricchissimi sponsors lo abbandonino costringendolo al ritiro, pare essere quello di voler far fuori Rubio dalla corsa alla nomination, una sorta di suicidio da novello Sansone, con trascinamento di tutti i filistei nel suo fatal destino. Poi c’è Rubio, l’unico che parla, o che vorrebbe parlare di politica e di proposte serie, che avendo tutti contro, per reazione non potrà che mettersi contro tutti. Dietro le quinte c’è Kasich, che dopo qualche affondo ora si tiene “autorevolmente” in disparte e non partecipa più alla rissa, nella quale spera che il numero di vittime sia il più largo possibile. Ne vedremo delle belle.

Il calendario ci propone nel breve volgere dei 10 giorni che vanno dal 20 febbraio al 1°marzo primarie in South Carolina, Alabama, Arkansas, Oklahoma, Georgia, Massachusetts, Tennesseee, Texas, Vermont e Virginia; caucus Dem e del GOP in Nevada, Virginia, Colorado, Minnesota; poi i caucus del GOP in Alaska, North Dakota e Wyoming e quello dei Dem in American Samoa. La sera del 1° marzo ne sapremo certamente di più e soprattutto sapremo se sopravviverà qualche residua speranza del GOP di poter contendere con fondate possibilità la presidenza alla parte più disfattista e moralmente degradata della società americana. Ed è incredibile questa smania di autolesionismo, della serie facciamoci del male, in un partito di grandi e nobili tradizioni, il quale, come non succedeva dal 1928, oggi controlla il Congresso, sia la Camera che il Senato, la Corte Suprema, governa in 38 stati su 50 ed ha solide maggioranze in 68 delle 98 assemblee legislative in funzione negli Usa. Si può regalare così la White House alla minoranza chiassosa di immigrati irregolari, di terroristi dormienti ed attivi e di nullafacenti?

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