Primarie Usa: in New Hampshire Sanders e Trump favoriti

sanders trAlla vigilia delle attese primarie del New Hampshire per le nomination di GOP e Dem di domani, in corso quando in Italia sarà notte fonda, impazzano le previsioni in merito ai favori che potranno strappare agli iscritti dei due partiti gli ancora numerosi candidati in corsa. Nonostante alcuni incidenti di percorso che li caratterizzano e di cui diremo, i forerunner dei due schieramenti, Clinton e Trump, sembrano  nella circostanza in grado di mantenere le loro posizioni di complessiva leadership a livello nazionale. Nella media delle medie dei sondaggi prodotti da innumerevoli istituti di rilevazione statistica cui noi ci rifacciamo, relativamente al NH Trump guida il fronte del GOP con il 31 %, con una lieve flessione di un paio di punti rispetto a tre giorni fa, davanti a Rubio che da parte sua è protagonista di una lenta, ma costante ascesa che lo ha portato a superare il 15 %, con un miglioramento di 3 punti rispetto all’ultima rilevazione. Dietro di loro, un po’ a sorpresa, Kasich sopravanza Cruz, mentre al quinto posto appare all’improvviso dal nulla l’ambiziosissimo Jeb Bush che sfiora il 10 %, grazie alla scelta di rinunciare al caucus dell’Iowa dove non aveva chances, per trasferirsi armi e bagagli nel New Hampshire dove ha condotto una capillare campagna elettorale per una decina di giorni. Considerando che quello stato conta solo 1,5 milioni di abitanti, in pratica ha avuto il tempo di contattare personalmente una significativa parte dell’intera cittadinanza.
In campo Dem, non mutano le posizioni annunciate alla vigilia nel NH, anche se c’è da registrare una forte ripresa della Clinton su Sanders, il cui vantaggio valutato in una trentina di punti nel New Hampshire, si è più che dimezzato, come segnala il 54 % a 40 % a favore del “socialista”. Dicevamo degli inciampi in cui sono incorsi la Clinton ed il miliardario Trump nelle loro ultime uscite, tra i quali brillano una improvvisa intransigenza dell’ex first lady, quasi una ossessione a favore della pena di morte largamente osteggiata all’interno del suo partito, in gran parte favorevole alla sua abolizione in tutti gli stati dell’Unione, e l’invocazione del “paperone del Queens” del ricorso alla tortura come brutale, ma efficace ed a volte indispensabile metodo di indagine. Segno che è in atto una stolida corsa verso posizioni radicali di candidati che non sanno più dove andare a pescare per arrestare emorragie di consenso che li riguarda e da cui sono terrorizzati in chiave nomination.
Nell’armadio della Clinton ci sono un paio di scheletri niente male. Il primo, di cui abbiamo già accennato, riguarda il periodo in cui ha ricoperto la carica di Segretario di Stato Usa ed indirizzava e gestiva la politica estera degli Stati Uniti utilizzando, invece di quello governativo superprotetto, il proprio account personale per lo scambio di posta elettronica, che come ha dimostrato l’Fbi conteneva informazioni “classified”, cioè secretate e non divulgabili, e dati sensibili per la sicurezza nazionale e della sua persona. Vedremo domani cosa deciderà il giudice federale in merito ai futuri sviluppi del procedimento avviato a carico della Clinton ed eventuali conseguenze sulla sua eleggibilità. Nella vicenda, quello che rende insopportabile la pretendente alla presidenza è il suo voler sminuire la vicenda con una faciloneria che lascia perplessi in un personaggio che ambisce al ruolo di politico più potente del mondo. Poteva scusarsi ammettendo che si è solo trattato di una sua leggerezza, ed invece no.
Prima ha sminuito di qualsiasi valore il contenuto delle sue e-mail (ma allora perchè le scriveva? ndr), poi adesso che è stata smentita dall’Fbi per 172 almeno di esse, afferma che “vabbeh, mi son sbagliata, ma quella è una prassi che seguono molti politici con incarichi di governo”. Alla faccia! Come auto-assolversi per un furto perchè il mondo è pieno di ladri impuniti. Poi è uscito fuori che ha avuto un compenso di 650mila dollari dalla borsa di New York per non meglio precisate collaborazioni. Molti osservatori hanno causticamente commentato “che nessuno regala niente, per cui se Wall Street ha sganciato quella somma, avrà avuto un suo ritorno dalla Clinton”. Sull’argomento lei glissa e dichiara di aver scritto l’introduzione a tre convegni finanziari  per “bacchettare” gli operatori di borsa, quegli squali della finanza d’assalto che “con il loro modo di fare rischiano di far naufragare l’economia”, Ma sono in pochi a credere che quegli implacabili speculatori siano così masochisti da pagare per essere insultati e criticati dalla Clinton.
Anche Trump si è fatto molto notare in negativo di recente. Lui ha condotto dure battaglie contro la politica economica di Obama e dei Dem che ha oggettivamente favorito la forte delocalizzazione delle manifatturiere statunitensi, con gravi perdite di occupazione e di ricchezza nazionale. Poi però si presenta in Iowa con furgoni carichi di 400mila cappellini rossi col suo nome, ed altri gadgets per i suoi fans, tutti made in Mexico, con la scusa che là son costati meno che a farli fare da ditte americane. Poca roba sul piano pratico, ma in politica la coerenza trascende il mero valore economico delle cose e quando viene meno inficia la credibilità di un personaggio così esposto alle critiche come è lui, con ovvie ripercussioni negative sul partito che lo sostiene. Questo episodio viene a valle dell’incidente con la Megyn Kelly, l’anchorwoman di Fox News, quando il magnate newyorkese disertò un confronto televisivo con Ted Cruz, per protesta contro le presunte scarse capacità professionali della conduttrice. Ora è vero che in Megyn Marie Kelly, prima nota come Kendall, regina ammiratissima di Vanity Fair, l’avveneza supera di gran lunga le capacità professionali di giornalista e moderatrice, ma questo non era motivo valido per disertare un dibattito cui aveva dato la sua piena disponibilità, e neanche per umiliare pubblicamente la moderatrice. Risultato: la Kelly ha firmato un contratto per un libro di memorie in cui lo scontro con Trump sarà un degli argomenti più piccanti, una specie di memoriale che frutterà, nelle previsioni, una decina di milioni di dollari per diritti d’autore. Lei guadagna e lui, Trump, perde quota trav i suoi fans. Bel risultato.
In questa fase iniziale delle primarie i polls sono necessariamente ancora molto volatili, perchè i candidati sono molti, non di tutti si conoscono ancora vita, morte e miracoli, i fattori in gioco e le condizioni al contorno mutano quasi quotidianamente. Allora più che fare previsioni sulle nomination, appare più intrigante fare il gioco delle coppie, cioè mettere i principali protagonisti della corsa presidenziale a confronto due a due, in testa a testa diretti. E’ chiaro che a decidere le elezioni alla fine saranno gli indecisi, i quali ancora non sanno per chi voteranno, ma che hanno già una percezione della personalità dei candidati e della loro accettabilità complessiva umana e politica. In merito a questi aspetti, l’Università di Quinnipiac nel Connecticut ha condotto uno studio parecchio complicato, i cui principali risultati, che noi limitiamo ai candidati attualmente più accreditati, sono riassunti nel seguente specchietto autoesplicativo:
Clinton  vs Trump  : 46% – 41 %;    Clinton   vs Cruz : 45 % – 45 %;  Clinton vs Rubio : 41 % – 48 %
Sanders vs Trump : 49 % – 39 %;   Sanders vs Cruz : 46% – 42 %; Sanders vs Rubio : 43 % – 43 %
Come si può rilevare, se la nomination Dem arriderà alla Clinton, essa andrebbe  alla Casa Bianca solo se l’avversario designato dal GOP fosse Trump, sarebbe impegnata in un serrato testa a testa con Cruz, ma sarebbe battuta da Rubio. Se il nominato fosse Sanders, per i Dem la musica sarebbe molto diversa, perchè lui prevarrebbe facilmente su Trump con un 10 % di scarto, batterebbe di misura Cruz, e se la batterebbe sino all’ultimo voto con Rubio. In sintesi, stando alle previsioni di oggi, ai Dem converrebbe nominare alla presidenza Sanders, accreditato della possibilità di prevalere su due dei tre possibili suoi avversari del GOP, mentre la Clinton sembra poter concorrere con fondate speranze di spuntarla solo nel caso il suo avversario fosse Trump. In campo Gop, il nominato forte risulta essere Rubio, che non parte battuto con nessuno dei due avversari Dem, ed anzi appare in chiaro vantaggio sulla Clinton. A questo proposito, rileviamo che tra gli elettori certi di votare per il candidato del GOP, tra quelli che ora voterebbero per Trump ben il 60 % si sono dichiarati disponibili a cambiare candidato abbandonando Trump nel corso della campagna elettorale, solo il 40 % circa quelli disposti a fare lo stesso con Rubio e con Cruz, candidati che agli elettori repubblicani appaiono quindi più affidabili dell’attuale forerunner. Si va allor verso uno scontro finale Sanders- Rubio? Chissà; gli astri ancora tacciono, ma i numeri dicono questo.
Rosengarten

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Romana, 19enne, studentessa al Department of Economics presso Primaria Università Usa, ama la discomusic, la storia, la natura selvaggia, gli animali e la finanza etica, ma soprattutto viaggiare. Abituata a lottare contro due fratelli più grandi per trovare uno suo proprio spazio vitale, formazione cattolica, schierata a destra, idealista si contrappone al dissoluto materialismo dilagante di una sinistra immorale, rozza e corrotta. Nel tempo libero si diletta in cucina. Tanti, troppi amici, poco tempo da dedicare a loro.

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