Usa 2016, Iowa : Cruz vola, Trump frena, Rubio brilla, Sanders spaventa la Clinton

iowaPartenza col botto delle votazioni per la nomination dei candidati dei due maggiori partiti americani, i repubblicani del GOP ed i Democrats, road to Washington per le presidenziali Usa 2016. Pronostici stravolti, o quasi. Alla vigilia del caucus nelle fila del partito dell’elefantino Trump dominava la scena con un margine tra i 7 ed i 13 punti sul suo più immediato avversario, il senatore del Texas Ted Cruz di origine cubana, mentre molto più distaccato figurava l’altro “cubano” Marco Rubio, attuale senatore della Florida. Invece si è assistito ad una facile affermazione di Ted Cruz che ha strappato il 27,65 % dei voti, davanti ad un frastornato Donald Trump che rispetto ai sondaggi perde più del 12 % dei consensi accumulati in una campagna elettorale che sin qui si era dimostrata per lui ed i suoi supporters entusiasmante e travolgente. Con il suo risicato 24,31 % Trump ha rischiato di perdere anche la seconda posizione a favore di Rubio, che ha quasi raddoppiato il 12 % che gli veniva preconizzato alla vigilia. Dispersi gli altri candidati del GOP, a cominciare da Jeb Bush, che capita l’antifona, ha fatto i bagagli per trasferirsi da subito nel New Hampshire, a preparare le primarie del 9 febbraio in quello stato, una battaglia che sarà decisiva, dentro o fuori, per le sorti dell’ex governatore della Florida, figlio e fratello di due ex presidenti degli Stati Uniti.

Se Atene-Trump piange, Sparta-Clinton certo non ride. All’incartapecorita ex first-lady per lunghi tratti della serata sono riapparsi i fantasmi di un passato ancora recente. Nel 2008 si presentò con sorrisi smaglianti e corolle di fiori certa della nomination grazie all’apparato del partito generosamente messo a sua completa disposizione. Al caucus dell’Iowa si presentò uno sconosciuto avvocato di colore di Chicago, tale Barack Obama, che sorprese tutti e stracciò la Clinton. Sapete poi tutti come andò a finire nel 2008 e poi anche nel 2012 quando l’ineffabile Hillary non ci provò nemmeno a ricandidarsi. O quando prima ancora nel 1976, un oscuro produttore di noccioline della Georgia, tale Jimmy Carter sbaragliò il campo partendo dall’Iowa ed imponendosi a George Wallace di cui i bookmaker davano per scontata l’elezione. La Clinton ha tremato per tutta la serata perchè Sanders l’ha impegnata in uno spasmodico testa a testa conclusosi al fotofinish: 49,89 % per la Clinton, 49,54 % per il socialista Sanders che ha procurato uno bello spavento alla consorte di un decadente Bill, per l’occasione precettato dal partito per cercare appoggi e favori.

L’Iowa ha smentito una leggenda metropolitana che aleggiava sul capo di Trump, cioè che lui sarebbe a prova di gaffes e di figuracce, e che i suoi elettori sarebbero disposti a perdonargli sempre tutto. Forse era così sin tanto che si trattava di dare battaglia sui principi e gli ideali della destra americana, ma ora che la competizione elettorale entra nel vivo, anche nel Tea Party, cioè nell’area più conservatrice ed idealista dei repubblicani, si fa strada la necessità di trovare un candidato che non sia solo “bravo e simpatico” e che scaldi il cuore, ma che sia soprattutto in grado di battere il materialismo, il clientelismo e lo statalismo di Hillary Clinton, una politica di nessuno spessore, quasi una prestanome dei poteri forti, ma che ha alle spalle, come sa benissimo il suo unico avversario Bernie Sanders, una formidabile macchina da guerra messa insieme dall’establishment democratico con l’appoggio di lobbies potentissime, il fior fiore della stampa Usa, con i moderati Washington Post e  New York Times in prima fila. Trump è abituato a dire tutto quello che pensa, e pensa tutto ciò che dice, un tratto caratteriale che non sempre è un pregio per chi vuol fare fa politica. Trump ha passato gli ultimi giorni a litigare con tutti, col vertice del partito, con quelli che lo accusano di farsi pagare per apparire in TV, persino con Megyn Kelly, la moderatrice di Fox News da lui duramente ricusata tanto da disertare per (infantile) protesta il confronto con Ted Cruz per organizzare il quale si era speso un milone e mezzo di dollari. Alla lunga queste sono cose che si pagano ed infatti a Trump sono costate care.

L’Iowa è un piccolo stato del Midwest, se tutti gli aventi diritto avessero votato sarebbero stati meno di 300mila a recarsi nelle 1770 circoscrizioni elettorali. In tutto fornisce tre voti elettorali, quelli che servono per eleggere il presidente, su 538, un’inezia. Quindi, i causcus dell’Iowa non sono i primi perchè sono importanti, ma sono importanti perchè sono i primi. Chi vince in Iowa ottiene poco sul piano concreto, ma chi perde può perdere moltissimo o tutto. Sponsors e sostenitori smettono di finanziarti, la tua visibilità scema e ti ritrovi all’improvviso fatto fuori senza più possibilità di recupero. Trump, forse paga la sua antipolitica, il suo modo a volte duro e strafottente di proporsi. Ieri, in un garage di Des Moines abbiamo captato un frammento di un suo discorso ai suoi fans. Parlava dei giovani americani che vanno a combattere in Medio Oriente armati delle armi più tecnologiche, moderne e sofisticate, che dovrebbero fare un sol boccone del nemico e che invece possono essere facilmente neutralizzati ed uccisi con una bomba a mano od una mina anticarro. E sottolineava che o alla guerra si va per fare la guerra, oppure meglio lasciar perdere, rivendicando i fasti di quando l’America era e si comportava da grande potenza.

Aveva ragione, ma ormai sono sempre meno quelli disposti a seguirlo perchè da non politico, al di là di affermazioni iperboliche, non è molto bravo a vendere la sua immagine e le sue idee. Anche se la strada verso la nomination per Cleveland è lunga e ricca di possibili colpi di scena, l’Iowa lascia intravedere per la nomination in campo repubblicano un testa a testa tra i due “cubani” Cruz e Rubio, in stretto ordine alfabetico, con il secondo che ci appare favorito sul primo, ma è solo un nostro convincimento. Diverso il discorso in campo dem. Lì si assiste ad un confronto sulla carta impari tra un candidato istituzionale, che gode del sostegno e di tutte le risorse organizzative e finanziarie del partito. A  Des  Moines i fans di Hillary Clinton sono stati portati con centinaia di pulmann e viaggi organizzati dal partito. I fans di Sanders si sono organizzati in proprio, e si sono recati in Iowa con propri mezzi ed a proprie spese. Dopo i primi discorsi, i sostenitori della Clinton sono stati portati sempre in pulmann in vari ritrovi della cittadina per incontrare gli elettori. Quelli di Sanders si sono  precipitati fuori da garages, scuole, biblioteche, palestre e sono andati in giro al freddo a perorare la causa di Sanders col porta a porta.

Ci ha molto impressionato un momento del caucus della Clinton. Al Forum Democratico conclusivo, quando la ex first-lady ha chiesto all’audience “any questions?”, cioè se ci fossero domande, ha alzato la mano tale Taylor Gipple, un giovanissimo elettore democratico, che ha rivolto ad una disorientata Hillary Clinton questa domanda, che ha poi fatto il giro dell’America: “Signora, sembra che là fuori ci siano molti giovani, come del resto me stesso qui dentro, che sono sostenitori veramente appassionati di Bernie Sanders, mentre non vedo alcun entusiasmo tra i giovani che sostengono lei. Anche se a quelli della mia età non risulta che lei sia una disonesta (ma forse ne ha intesi tanti di adulti che lo sostengono da tempo, ndr), mi piacerebbe sapere da lei perchè non c’è entusiasmo tra i suoi sostenitori”. 

L’Iowa ci ha mostrato una Clinton grigia, una burocrate di partito, una omologata delle istituzioni e di un modo vecchio e superato di fare politica nei corridoi, una raccomandata dei poteri forti restii a rinunciare ai propri privilegi, una cui relativamente poche, ma potentissime concentrazioni finanziarie elargiscono montagne di fondi per l’organizzazione ed il sostegno della sua campagna elettorale. Noi certo non condividiamo la politica statalista e rinunciataria del socialista Sanders, che vuole dare l’assistenza sanitaria gratis a tutti, cosa encomiabile, ma senza rendersi credibile specificando con quali risorse farlo, secondo un vecchio vizio delle sinistre che promettono di distribuire ciò che non hanno e non sanno produrre. Ma al confronto della Clinton, il vecchio Bernie brilla come un arcobaleno, sa accendere la speranza nei più giovani, lui che è il più anziano di tutti i candidati ed è coerente. Va in giro con un cartello in cui ha scritto “non voglio i soldi di Wall Street” ed accetta solo i contributi dei suoi sostenitori, pochi dollari per volta, ma  raccolti capillarmente  e dati con entusiasmo. Per questo può battere la Clinton, come l’Iowa ha prospettato con i suoi inattesi risultati.

Ora sui farà sul serio. Prossimo appuntamento nel New Hampshire per le prime primarie che per Trump e Clinton non promettono nulla di buono. Tra i Dem, i sondaggi danno nettamente in vantaggio Sanders con un demoralizzante, per la Clinton, 56 % contro il 37 % delle intenzioni di voto. In campo GOP, i polls appaiono ancora in linea con quelli rilevati a livello nazionale :Trump 33 %, Cruz 11.5 % e Rubio 9.5 %. Ma anche una settimna fa in Iowa era così ed abbiamo visto come poi il voto reale abbia capovolto molto posizioni della vigilia. Vedremo soprattutto se Trump saprà recuperare questo passo falso o se ha precocemente imboccato il viale di un mesto tramonto delle sue aspirazioni presidenziali.

Rosengarten

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Romana, 19enne, studentessa al Department of Economics presso Primaria Università Usa, ama la discomusic, la storia, la natura selvaggia, gli animali e la finanza etica, ma soprattutto viaggiare. Abituata a lottare contro due fratelli più grandi per trovare uno suo proprio spazio vitale, formazione cattolica, schierata a destra, idealista si contrappone al dissoluto materialismo dilagante di una sinistra immorale, rozza e corrotta. Nel tempo libero si diletta in cucina. Tanti, troppi amici, poco tempo da dedicare a loro.

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