Gianfranco e l’altalena della storia

La parabola di Gianfranco è il grafico della storia della destra di governo contemporanea: lui, il Capo indiscusso, l’abbronzato post-fascista non inviso ai salotti buoni, il successore designato del Berlusca, il traghettatore della storia missina dal ghetto a Palazzo Chigi, crolla dopo aver raggiunto la vetta, esattamente come Alleanza Nazionale e i suoi rappresentanti, travolti da una “fine della storia” da far impallidire Fukuyama.

Il personaggio era già controverso: “fascista del 2000” con gli occhiali spessi un dito quando si trattava di ridicolizzare il velleitario tentativo di sfondamento a sinistra di Pino Rauti e riconquistare il popolo missino, poi post-fascista, post-missino, post-tutto, nel tentativo di accreditarsi con la buona stampa e la finanza internazionale, indispensabili per succedere (prima o poi) a Silvio Berlusconi.

Quelli che danno addosso ai Colonnelli, colpevoli di aver anticipato uno “spalmamento” su Berlusconi, non hanno la benché minima idea dell’aria che si respirasse in via della Scrofa. A quelle latitudini neppure andare al cesso era ammesso senza il parere vincolante del Presidente o di qualche suo fedelissimo.

Il ducismo ancestrale, viscerale e genetico, del militante medio proveniente dalle file del Movimento Sociale, trasforma Gianfranco in un semi-dio, antipatico e scostante, con potere di vita o di morte (politica, si intende) sul primo dei dirigenti come dell’ultimo dei militanti.

I Colonnelli abbozzano, raccolgono, condividono sempre, consci che l’uomo immagine è lui, l’uomo baciato dalla fortuna, quello che vince il Congresso del Fronte della Gioventù pur avendolo perso, quello che si ritrova candidato Sindaco di Roma nel posto giusto al momento giusto.

E chi lo contesta?

Non conviene.

Meglio sopportarne le bizzarrie da monarca assoluto, la corte dei miracoli, il difficile e controverso rapporto con le donne della sua vita, sempre in prima linea, sempre determinanti, sempre invasive e pervasive.

Le donne, sempre le donne e la vanità del personaggio guidano il suo dito nel celeberrimo “non ci sto”, politicamente uno dei suicidi meglio riusciti della storia repubblicana, quando lo spilungone consegna la testa di Silvio su un piatto d’argento ai nemici dell’Italia, alla congiura di Palazzo, al balletto impazzito dello spread.

Suicidio per lui, omicidio della storia di governo della destra italiana.

Gianfranco si fida degli editoriali della stampa di sinistra, storicamente il bacio della morte, e si avventura nel deserto, portando con se qualche raccogliticcio fedelissimo, mentre il mondo aennino si sfilaccia, implode, si disintegra.

Cosa volete che sia la casa di Montecarlo?

Semplicemente il simbolo di questa parabola, la prova del nove della scàrsa attitudine di Fini nel “portare i pantaloni”, la dimostrazione di quanto fosse sopravvalutata la sua presenza sulla scena politica.

Montecarlo è il casinò nel quale cinquant’anni di storia sono stati puntati su un numero, perdendo tutto miseramente e ricacciando il mondo Della destra nella marginalità pre-Novantadue.

Buona fortuna, Gianfranco, non è stato bello conoscerti.

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