Roger, il diciottesimo sigillo

Lo so, faremo arrabbiare i grandi conoscitori del tennis, gli innamorati della geniale intemperanza di McEnroe, i cultori della maschera proto sovietica di Ivan Lendl, i necrofili estimatori di Rod Laver, ma non possiamo non elevare agli onori dell’altare la bellezza estatica di Roger Federer, del suo tennis, del suo mondo.

Re Roger vince gli Australian Open a trentacinque anni, dopo un lungo infortunio, dopo aver saccheggiato ogni possibile “hall of fame”, dall’Atlantico agli Urali.
Vince contro Nadal, l’eterno rivale muscoli e potenza, al quinto set, dosando energie ed emozioni con il bilancino del farmacista, rovescio dopo rovescio, ace dopo ace.

Piange, Re Roger, sfinito ed emozionato.

In quel pianto c’é l’inarrivabile grandezza dei “numeri primi”, quella che colloca l’uomo e il tennista lassù nell’Empireo del tennis: antidivo, con una moglie “normale”, Mirka Vavrinec, con la quale vive da sedici lunghi anni, lontani dal gossip e dalle riviste patinate, insensibile alle sirene del successo e delle lusinghe tentatrici del denaro, tanto denaro, che gira intorno al tennis professionistico di vertice.

Questo è Roger, questo è il suo mondo, il suo tennis: e chi se ne frega se non sarà il migliore di tutti i tempi, cosa tutta da dimostrare.

A noi basta averlo visto piangere, su quel campo di Melbourne, a trentacinque anni, dopo aver tirato l’ultimo colpo a un centimetro dalla riga.

Chapeau, Roi Roger.

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