Cosa c’è davvero dietro l’attacco elitario contro il 2,4% di deficit

Il Governo ha stillato la nota di aggiornamento al DEF, programmando il deficit dei prossimi tre anni al 2,4%. Per l’informazione mainstream e il cancan delle opposizioni neoliberiste ed euriste, si è trattato di un affronto alla sacra religione ordoliberista. I pronostici fatti e paventati, tra uno stridulo e l’altro, sono stati a dir poco catastrofici: povertà, distruzione, default, Venezuela, Argentina; all’appello mancavano solo le cavallette e i meteoriti, e il senso del ridicolo sarebbe stato ampiamente superato.

Eppure, durante i governi precedenti, il deficit programmato è stato anche superiore, ma nessuno – dico nessuno – ha osato sollevare alcuna obiezione né ha paventato la fine del mondo. Questo certifica, inequivocabilmente, che il vero problema oggi non è il deficit, ma è il governo populista e sovranista. Il leone che le élite non riescono a domare non è un punto in più di deficit, ma è quello che è sotteso a quel punto in più: la volontà populista di rompere l’Unione Europea e la moneta unica. Ecco perché il sistema cerca di ribellarsi e attacca, appigliandosi a quel punto di deficit e paventando quale conseguenza di esso il pericolo di un default del nostro paese (fantascientifico), non prima però che nella visione della propaganda, lo spread abbia bruciato i mutui di mezza Italia.

Già per questo i gialloverdi hanno vinto. Hanno vinto perché ormai i cittadini italiani non sono più disposti a bersi le bubbole macroeconomiche neoliberiste sul debito e il deficit, e in parte perché le ricette – diciamo – contrarie, quelle applicate con rigore negli ultimi dieci anni, hanno avuto il solo (de)merito di creare un mare di povertà (cinque milioni sono i poveri in Italia), disoccupazione, calo generalizzato della produzione industriale e aumento vertigionoso del debito pubblico e della pressione fiscale. Grazie a quelle ricette stiamo vivendo una stagnazione perenne.

Davanti al mar morto dell’economia italica, il 2,4% di deficit ha la potenza dissetante di una goccia d’acqua per l’assetato: poche decine di miliardi messi a disposizione del Governo e della maggioranza per attuare politiche economiche simil-espansive la cui sostanza oggi non è prevedibile, ma che non è paragonabile a una vera manovra espansiva, nel senso keynesiano del termine. Non rappresenta in altre parole una vera rivoluzione, perché comunque la spesa per interessi sul debito si attesta oggi intorno al 3,7%, e l’avanzo primario è ancora lì a testimoniare che le politiche economiche fatte negli ultimi venti anni, compresa quella in procinto di essere varata, sono tutto tranne che anticicliche.

Ma se per i governi precedenti non si può affatto dire che non era certo questa la loro intenzione, e cioè che non era loro intenzione attuare politiche economiche austere e dunque pro-cicliche, altrettanto non si può dire di questo Governo, che sembra invece tracciare una strada coscientemente opposta. Dunque quel 2,4% non è il vero problema per l’Eurocrazia; il vero problema è il significato simbolico e politico che quel 2,4% rappresenta in un contesto di profonda crisi delle istituzioni eurocratiche, mai come oggi messe davanti alla insensatezza e alla iniquità del mostro economico-monetario che hanno generato e alimentato.

Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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