Il cattocomunismo e la psichiatria

Un aforisma latino mi piace molto: Quosvultiupiter perdere dementatprius, cioè Giove fa impazzire coloro che vuole distruggere. Questa verità, che avevamo già riferito ad un Pd allo sbando, viene certificata da uno dei suoi esponenti più autorevoli: Calenda, già ministro dell’Economia al tempo di Renzi, tempo che sembra ormai lontano un secolo, anche se era solo ieri. Un partito che fa una grande fatica a gestire un normale percorso precongressuale secondo norme che dovrebbero essere ben chiare e ben note ad esponenti, come quelli del PD, che provengono da due tradizioni piuttosto antiche e consolidate, come ben si sa. Una è quella del vecchio partito comunista di Gramsci, Togliatti, Berlinguer. Partito diventato, poi, nel suo itinerario DS, PDS, PD etc che ha regalato all’Italia ‘giganteschi’ statisti come Giorgio Napolitano. E la tradizione della Sinistra Democristiana alla quale appartengono non soltanto i Franceschini e i De Mita, ma lo stesso Renzi che tutto sommato viene dai boyscout della sinistra cattolica tra La Pira e Don Milani che ha popolato le regioni italiane dove i cattolici convivevano con i comunisti, condividendo oneri e onori, come l’Emilia e la Toscana. Insomma, un prodino dopo un prodone. Queste due tradizioni nobili, comunista e democristiana, hanno abortito un ircocervo: il cattocomunismo. Una filosofia che mescola grandi ideali e porci comodi e che esclude il principio di responsabilità nel nome di quelle buone intenzioni buoniste di cui sono lastricate le vie dell’inferno. Diceva don Milani, che certo non era un fascista o un leghista, che il massimo della colpa è pensare di poter dare tutte cose uguali a realtà diverse ma soprattutto promettere quello che non si può dare, esattamente quello che il PD ha fatto, obbedendo e incassando attraverso open society, da Soros e dalla sua sciagurata compagnia organizzata, per il cambio etnico degli Italiani. Bene, da queste due tradizioni si è arrivati ormai al massimo della proposta, neppure realizzabile, che è quella di una cena che avrebbe dovuto unire, attovagliati insieme, giustappunto Renzi, il conte GentiloniSivieri della nobiltà pontificia marchigiana, lo stesso Calenda e Minniti, già vice di D’alema ma uomo degli apparati e dei servizi segreti. Quello che nei governi del PD fece l’unica cosa decorosa: tentare di rallentare il flusso dei migranti dalla Libia, pagando tribù e milizie libiche attraverso servizi segreti italiani. Non il massimo della trasparenza e della visibilità delle azioni. Ma questo partito è affetto, come dice Calenda, da una vera psicopatologia. Di quale malattia soffre? Attualmente di una forma di depressione grave. Basta vedere il video di Del Rio su Twitter per capire che su quel volto segnato dal dolore, dalla malinconia e dal senso di impotenza a che cosa mi sto riferendo. Ma una depressione che, ripensando al Renzi di ieri, induce ad emettere una sentenza di bipolarità conclamata, cioè una successione tra una maniacalità euforica e onnipotente e l’attuale senso di impotenza frustrata. Circa alla già diagnosticata euforia onnipotente renziana occorre dire che questo pinocchio, che sprizzava un fatuo ottimismo senza costrutto da tutti i nei, non ha trovato una fatina dai capelli turchini che lo consigliasse bene, poiché Maria Etruria era semmai un interessato mangiafuoco che lo ha consegnato a tanti gatti e altrettante volpi intorno al Nazareno. Un pinocchio che dubito potrà farsi ora da burattino uomo. Preferisco per carità cristiana non soffermarmi sulla fisiognomica di Martina ma, certo, la sua gestualità e le sue movenze si situano all’interno di una manualistica molto tradizionale che, per ragioni politicamente corrette, non cito. Ci sono anche componenti borderline: pensare di procurarsi piacere in situazioni ad alto rischio. Ma esiste anche una certa dimensione di compulsione ossessiva alla quale ci hanno abituato certe performance televisive della Morani che ripete sconclusionatamente sempre le stesse verità. Non voglio, poi, parlare della sindrome narcisistica della Boschi che, nascondendo dietro le chiome le storie delle banche toscane, cerca di apparire come una fanfaniana bellissima in un’epoca che, aimé, non è più tempo. Non oso riferire anche le componenti di paranoia e di persecuzione che allignano in questo popolo allo sbando. Basta aprire un social network per rendersene conto. È un dibattito politico, quello del precongresso del PD, che tra le paraculaggini di Zingaretti e le percezioni dei Renziani, sembra davvero sempre più il DSMV, il manuale diagnostico dei disturbi mentali, nel quale sono descritte tutte le nosografie umane. Non voglio infierire. Effettivamente non c’è raggruppamento umano a cui una definizione di questo tipo non potrebbe attagliarsi, soprattutto nei momenti di grande crisi identitaria, come quello che il PD sta attraversando. Forse un po’ di silenzio gioverebbe. In fondo, è quello che anche gli psichiatri suggeriscono dopo i ricoveri coatti. Uno dei grandi trucchi per far uscire i matti dai manicomi di tutte le epoche è quello di fingersi sani. È ciò che vorrei amabilmente suggerire alle donne e agli uomini del PD.

La prima vittima dell’uso politico della psichiatria nella ex Unione Sovietica fu MarijaSpiridonova, rivoluzionaria, leader del Partito di sinistra Socialisti Rivoluzionari, che fu rinchiusa in ospedale psichiatrico nel 1921. Il primo ospedale psichiatrico sovietico, in cui vennero trattenuti prigionieri per cause politiche, fu quello di Kazan e dal 1940 al 1970 vi morirono 1802 pazienti, di cui 270 erano stati condannati ai sensi dell’articolo 58 del codice penale della Repubblica Sovietica, ossia per motivi politici. Nella colonia penale che si trovava sull’isola di Sviyazhsk e che divenne nel 1956 un ramo dell’ospedale psichiatrico di Kazan morirono 3187 prigionieri, tra cui il famoso Pavel Florenskij, padre della chiesa russa nonché chimico, ingegnere ed elettrologo.

È evidente che utilizzare la psichiatria per sbarazzarsi degli avversari politici o di coloro che sono diventati scomodi per un grande processo palingenetico-rivoluzionario è un’idea vecchia come i totalitarismi. Ha probabilmente radici anche più antiche: nei tribunali dell’Inquisizione o nelle vicende che accompagnarono deposizioni di re o eliminazione di avversari religiosi. Nessuno come Nikita Krusciov chiarì il concetto che oggi viene reso attualissimo da uno straordinario intervento della Procura della Repubblica Francese contro Le Pen, accusata di non si sa quale delitto per aver pubblicato in rete degli omicidi dell’ISIS dopo che qualcuno l’aveva accusata di essere simile all’ISIS stesso. Quindi, una reazione del tutto fisiologica e non certo un esibizionismo di tipo sadomasochistico o paranoide.

Ma torniamo a Krusciov. Dice questo umanizzatore del post-stalinismo: il delitto è una deviazione dalle norme di comportamento accettate dalla società, spesso causato da una distruzione psichica dell’uomo; Com’è possibile che in una società perfetta come il comunismo possano esserci persone che lottano contro il comunismo? Queste persone a quanto pare chiaramente non si trovano in uno stato mentale normale; contro il comunismo non può agire che un pazzo. Nel 1961, infatti, entra in vigore in Unione Sovietica una circolare per il ricovero d’urgenza dei malati di mente che rappresentino un pericolo pubblico. Effettivamente, in una società normata in modo totalitario chiunque ne dissenta non può che essere considerato che un criminale o un pazzo. Qualora il reato non si trovi, allora non rimane che l’eliminazione per pazzia. Quelli che i tribunali della Repubblica di Macron, e in generale del politicamente corretto, vorrebbero applicare a chiunque dissenta.

Credo che questo tipo di psichiatria quando di più lontano possa esistere da ogni etica e deontologia applicata allo studio del comportamento umano. Ben altra cosa è, invece, a mio modo di vedere, la psico-politica che ormai permea il linguaggio o il motteggio. Mentre l’uso di questa psico-politica appartiene alla normale dinamica dei contrasti e del linguaggio polemico, anche nelle sue figure retoriche, l’utilizzo manu militari della magistratura e della psichiatria forense per l’eliminazione del dissenso è ben altra cosa. In altre parole, credo che in una società fortemente massificata e assolutamente bisognosa di riferimenti etici, oltre che ideali, pensare di buttare in psichiatria le dinamiche dietro i movimenti politici sarà una tentazione irresistibile. Perciò, prima di finire come nel manicomio di Kazan del periodo staliniano, sarà bene fissare delle regole.

E queste regole sono, in definitiva, sono le stesse che una buona psichiatria forense applica alla ricerca del colpevole di un delitto. Cercherò di essere più chiaro. Se io trovo la vittima di un delitto, è legittimo che io cerchi di tracciare il profilo psicologico e antropologico di colui che l’ha vittimizzata. Dal tipo di esecuzione del delitto, cercherò di sapere se si tratta di un uomo o di una donna, di un vecchio o di un giovane, se conosceva o meno la vittima fino ad arrivare a ipotesi sulla sua professione. Questa tecnica si chiama profile. Ben altra cosa, invece, è una misura tanto totalitaria da essere vietata dal nostro ordinamento penale e che prende il nome di perizia psicologica. In altre parole, se arresto un potenziale colpevole iper-sospettato, fare una perizia sulla sua struttura di personalità per vedere se quest’ultima si incastra perfettamente a quella del colpevole perfetto è qualcosa che puzza di spiegazione a posteriori.

È esattamente quello che sta accadendo in Francia con Le Pen e i suoi accusatore psichiatrico-giudiziari. Percepire che qualcuno che sostiene delle tesi che sono così lontane dalle nostre rappresenti un pericolo per la consunzione del consenso ha a che vedere con l’idea per cui gli elettori dovrebbero avere una patente per poter esprimere un parere. È evidente che, quindi, il pensiero totalitario che cerca di vestirsi di scienza e di una rappresentazione attendibile del mondo è una minaccia dalla quale bisogna imparare a guardarsi. La vicenda di Le Pen si sgonfierà probabilmente come una bolla di sapone ma è strano che da quella Francia che doveva rappresentare l’orizzonte della civiltà del diritto d’asilo e della difesa della pluralità venga la punta d’iceberg di un pensiero totalitario spaventoso che pensavamo di aver seppellito insieme allo stalinismo e ai fascismi di ogni epoca. Ma è proprio vero che nel nome dell’antifascismo sta nascendo un fascismo del politicamente corretto che si scaglia contro tutti coloro che la pensano diversamente da un elite. Insomma, una questione davvero da psico-politica.

Ben altre perizie, e queste di natura tossicologica, dovrebbero essere fatte su qualcuno che ha grandi responsabilità nell’Unione Europea, provenendo da un piccolo paese come il Lussemburgo. Infatti, stentiamo a credere che quel ciondolare di un Junker possa essere attribuito alla sciatica. Ma come ben si sa la menzogna e la falsa coscienza hanno spesso a che vedere con un cattivo uso della psichiatria. Forse più onesto è stato Papa Bergoglio quando ha confessato di essere stato in psicoterapia per molti anni: un coming out sulla sua salute mentale. Ma d’altra parte, diversamente che per Le Pen, per lui o per Junker nessuno ha chiesto una perizia. Perché nel mondo del politicamente corretto per gli amici tutto e per i nemici la legge, magari quella relativissima del DSMV, il manuale diagnostico di psichiatria.

Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo. Per maggiori info, leggi la nostra Cookie Policy e la nostra Privacy Policy.

Chiudi