“Le conseguenze economiche… di Maastricht”

Più volte è stato fatto dagli storici e dagli opinionisti il paragone tra la situazione in cui versa attualmente l’Europa e quella dell’immediato primo dopoguerra, tra l’Italia odierna e la Germania della Repubblica di Weimar. Un libro però che potrebbe fornire ancor oggi un utile contributo a comprendere la direzione che sta prendendo l’Europa a causa di trattati che non hanno tenuto conto di una realtà complessa quale quella dell’Europa contemporanea e di burocrazie che quei trattati hanno preteso di applicare pedissequamente, senza nemmeno averne la legittimità scaturente da un’investitura popolare, è quell’autentico best-seller che fu il saggio di John Maynard Keynes del 1919 “Le conseguenze economiche della pace”.

In questo saggio il celebre economista riformatore del dogmatismo liberista e teorico del “deficit spending” (l’investimento in deficit) analizzava “spietatamente” – oseremmo dire-  e lucidamente quali sarebbero stati gli effetti immediati e venturi del Trattato di Versailles che sancì il nuovo assetto europeo dopo la conclusione della Grande Guerra. Egli affermava in uno dei tratti più “profetici” del saggio:<< Ci sarà una nuova guerra davanti alla quale appariranno trascurabili gli orrori della recente guerra tedesca (…) scoppierà, una guerra, insomma che distruggerà, chiunque ne sarà il vincitore, la civiltà e il progresso della nostra generazione>>.

Egli addebitava le responsabilità di questi rischi all’ostinazione francese che voleva a tutti i costi umiliare la Germania e reclamava riparazioni e condizioni territoriali che avrebbero oggettivamente ingenerato nella psicologia, e non solo, della nazione tedesca un senso di umiliazione ed una reazione rancorosa e tesa alla rivalsa a tutti i costi, fornendo così nuovi inneschi al deflagrare di un nuovo e più terribile conflitto europeo. Ovviamente Keynes denunziava anche l’incapacità dell’idealismo “puritano” di Wilson e degli altri alleati di temperare e moderare l’approccio francese.

Il 13 maggio del 1919 il conte Brockdorff-Rantzau, ambasciatore tedesco a Versailles, comunicò alla Conferenza di pace delle Potenze Alleate il rapporto della Commissione economica tedesca incaricata di studiare gli effetti delle condizioni di pace sulla situazione della popolazione tedesca. In questa comunicazione, Brockdorff-Rantzau, asseriva: «Tra brevissimo tempo la Germania non sarà in condizione di dare pane e lavoro ai suoi milioni e milioni di abitanti, cui viene impedito di guadagnarsi da vivere con la navigazione e il commercio». E concludeva con le seguenti parole: «Chi firma questo Trattato firmerà la condanna a morte di molti milioni di uomini, donne e bambini tedeschi». Keynes chiosò questa affermazione con questa osservazione: «Non mi risulta che queste parole abbiano avuto risposta adeguata (…) Questo è il problema fondamentale che abbiamo di fronte, rispetto al quale le questioni delle modifiche territoriali e sull’equilibrio europeo sono insignificanti». Nel novembre 1923, quando si raggiunse l’acme dell’iperinflazione tedesca, le condizioni in cui versava la stragrande maggioranza del popolo tedesco dimostrarono che le parole di Brockdorff-Rantzau e i timori di Keynes non erano del tutto infondati e campati in aria.

E’ possibile un paragone con la situazione attuale? Se la storia è magistra vitae, come dicevano gli antichi, o “politica sperimentale” come affermava Joseph De Maistre, possiamo ricavarne una “lezione”?

La stessa inflessibilità francese contro la Germania del 1919 è riscontrabile oggi da parte dell’asse franco-tedesco e delle burocrazie UE nei confronti  dell’Italia. Essi non hanno colto i segnali di degrado economico e quindi anche sociale che ha dato negli ultimi lustri l’Italia; anzi dimostrano di importarsene poco e, in taluni ambienti, persino di mirare a fare shopping a basso costo ai danni della ricchezza e della struttura economica italiana. La crisi italiana, così come la crisi tedesca degli anni ’20 e ’30, potrebbe innescare una serie di reazioni a catena tali da investire anche altre economie e contagiare anche altre nazioni. Magari non si tratterà di una guerra combattuta con le armi convenzionali ma con attacchi speculativi sui mercati finanziari, usando lo spread e i declassamenti del rating al posto dei carri armati; l’Europa comunque ne potrebbe uscir fuori profondamente destabilizzata e disgregata. Non è un caso che qualcuno abbia parlato di una 3^ guerra mondiale già in atto. Alain De Benoist, in una recente intervista ha asserito che:<<La politica delle sanzioni non è una politica. E’ una forma di guerra che usa solo mezzi “pacifici” per confondere la linea tra guerra e pace>>.

La storia non segue fortunatamente percorsi deterministicamente e fatalisticamente tracciati. L’umano riesce a garantire comunque margini di reversibilità. Francia e Germania dovrebbero apprendere dalla loro medesima storia dove potrebbero andare a parare taluni processi una volta innescati ed avviati. Le prossime elezioni europee potrebbe essere utili ad avviare un opportuno e necessario ricambio delle élites e delle classi dirigenti che questa situazione hanno determinato e creato senza tener in conto i traumi, le ferite, i disastri, le tragedie dell’Europa del ‘900 unitamente al rischio di riprodurli anche nell’Europa del terzo millennio.

Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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