L’MNS lancia i Comitati SUD-TAV: il documento presentato a Napoli

“Il Mezzogiorno è il terreno su cui si deciderà la sfida tra M5S e centrodestra. Per vincere questa sfida è necessario lanciare una nuova stagione di aggregazione e di confronto che permetta alla Lega di creare una nuova struttura politica radicata sul territorio. Tutti i partiti del centrodestra devono superate i difetti del partito personale, i cerchi magici, le candidature calate dall’alto e le cooptazioni personali, per toglier spazio sul territorio al qualunquismo demagogico dei grillini”. Lo ha affermato Gianni Alemanno nel corso del convegno che si è tenuto a Napoli sul tema “Sud 4.0”. “Contemporaneamente bisogna lanciare un nuovo progetto meridionalista che punti alla piena occupazione, attraverso un progetto di investimenti pubblici sulle infrastrutture e un piano per il lavoro che mobiliti tutte le risorse disponibili per creare subito 300.000 posti di lavoro. Il Movimento Nazionale lancerà i Comitati SUD-TAV, in aperta polemica con i NO-TAV che hanno bloccato per anni i cantieri in Nord Italia, per rivendicare l’arrivo dell’altra velocità nel Mezzogiorno, come simbolo di tutte le infrastrutture che mancano per avviare lo sviluppo economico del Sud”. Al convegno hanno partecipato tra gli altri il Sen. Claudio Barbaro della Lega, l’on. Paolo Russo di Forza Italia, l’on. Marcello Taglialatela di Fratelli d’Italia e l’on. Mario Landolfi.

Ecco il documento presentato al convegno:

PER SALVARE L’ITALIA

1 – PERCHÉ IL MOVIMENTO 5 STELLE È ESPLOSO NEL MEZZOGIORNO
IL TRACOLLO DEL SISTEMA DEI PARTITI AL SUD
COLONIA INTERNA DI UNA NAZIONE COLONIA
IL CROLLO DEMOGRAFICO E LO SPOPOLAMENTO
EMERGENZA AMBIENTALE

2 – UN PROGETTO PER USCIRE DALLA CRISI
UNA GRANDE STAGIONE DI AGGREGAZIONE E DI CONFRONTO: APRIRE I TESSERAMENTI, COSTRUIRE FEDERAZIONI TRA PARTITI, RILANCIARE LE PRIMARIE, ANCHE CON UNA NUOVA LEGGE ELETTORALE
LA CREAZIONE DELLA MACROREGIONE MERIDIONALE
UN PATTO STRAORDINARIO PER LO SVILUPPO E IL LAVORO: 15 MILIARDI PER 300 MILA NUOVI POSTI DI LAVORO DA ATTINGERE ALLA PROVVISTA DEI 96 MILIARDI DI EURO DI FONDI GIA’ DESTINATI AL SUD: 50 MILA EURO PER OGNI NUOVO OCCUPATO
SUD-TAV: UN COMITATO PER IMPORRE UN PIANO MARSHALL PER INFRASTRUTTURE AL SUD
ZONA ECONOMICA SPECIALE
UN MODELLO DI SVILUPPO IDENTITARIO E DIFFUSO
IL RITORNO DEI CERVELLI
BATTAGLIA PER LA LEGALITÀ E LOTTA CONTRO L’IMMIGRAZIONE CLANDESTINA.
1 – PERCHÉ IL MOVIMENTO 5 STELLE È ESPLOSO NEL MEZZOGIORNO

IL TRACOLLO DEL SISTEMA DEI PARTITI AL SUD
Nelle ultime elezioni politiche il Movimento 5 Stelle ha trionfato nell’intero Mezzogiorno, raggiungendo percentuali che nemmeno la Democrazia Cristiana della Prima Repubblica aveva mai raggiunto. L’M5S, infatti, raggiunge il 39,85% in Abruzzo, il 44,79% in Molise, il 44,90% in Puglia, il 44,35% in Basilicata, il 43,39% in Calabria, il 49,26% in Sicilia, il 44,53 in Campania 2, il 54,13% in Campania 1, con un risultato che appare assolutamente trasversale sia in termini geografici che in termini socio-politici, infatti il Movimento raggiunge il 62% nel quartiere popolare di Fuorigrotta, come il 41% a Cerignola che fu la città natale di Di Vittorio prima e di Tatarella poi.
Accanto a questo risultato va evidenziato come i partiti tradizionalmente presenti nelle regioni del Sud, il Partito Democratico, Forza Italia e Fdi-An raggiungono risultati poco lusinghieri, oscillando il primo dal 12,19% di Campania 1 al 15,20% del Molise, il secondo dal 12,40% della Basilicata al 20% della Sicilia, mentre assolutamente sotto la media storica della destra nel meridione è Fratelli d’Italia che oscilla nel Mezzogiorno tra il 2,5% di Campania 1 e il 5,03% dell’Abruzzo. Diverso è il discorso della Lega che, presente per la prima volta seriamente al Sud con una proposta di carattere nazionale, ha raggiunto risultati che oscillano tra il 2,89% di Campania 1 (dove è evidente la forte diffidenza di Napoli verso la Lega) e il 13,8% dell’Abruzzo diventando in tutto il Mezzogiorno il secondo partito del centrodestra dopo Forza Italia.
In pratica, alla vittoria dei cinque stelle si affianca il tracollo dei partiti tradizionali meridionali (PD, FI e FDI) che insieme non raggiungono le percentuali dei cinque stelle.
Il centrodestra, sostanzialmente, riesce a superare il centrosinistra nel Mezzogiorno solo grazie alla presenza nuova della Lega che trattiene nell’alveo del centrodestra voti di protesta e di rinnovamento.
Molti commentatori politici hanno ridotto il portato del risultato dei Grillini, dicendo che essi avrebbero raccolto i voti al Sud con la sua promessa di “reddito di cittadinanza”, contrapponendo al Nord che vota Lega perché vuole meno tasse, un Mezzogiorno che chiede, invece, ulteriormente assistenza.
In realtà tale analisi è assolutamente fuorviante e rischia di lasciare sotto traccia il vero malessere delle regioni meridionali: l’ormai ventennale mancanza di classe dirigente meridionale, sia politica, che imprenditoriale, che intellettuale.
Durante la Prima Repubblica il Mezzogiorno ha prodotto grandi uomini politici: da Aldo Moro a Ciriaco De Mita, da Achille Lauro ad Antonio Parlato, da Araldo di Crollalanza a Pino Rauti, da Giorgio Napolitano a Emanuele Macaluso, a cui si accompagnavano anche grandi personalità del mondo dell’impresa e della finanza, un ceto dirigentecapace di immaginare e inverare una narrazione del Meridionalismo che non era soltanto la Cassa del Mezzogiorno, ma anche progetti diindustrializzazione e grandi e piccole banche del Sud capaci di utilizzare sul territorio i risparmi raccolti dai meridionali.
Anche la Seconda Repubblica, pur tra mille difficoltà dovute alla definitiva distruzione del sistema bancario e industriale meridionale, aveva prodotto una classe dirigente interprete di un nuovo Meridionalismo: il primo Governatore della Campania Antonio Rastrelli, il Rinascimento napoletano di Antonio Bassolino, la Puglia di Tatarella, la nuova Reggio Calabria diGiuseppe Scopelliti, gli sportelli di Poste Italiane come Banca del Sud di Mario Landolfi, l’agroalimentare di qualità di Gianni Alemanno, ma anche Pasquale Viespoli e Filippo Bubbico. Sono tutti esempi di una nuova classe dirigente che, però, non riesce a fermare la sempre maggiore emarginazione del Mezzogiornoprovocata dalla egemonia culturale e progettuale dell’ideologia neo-liberista.
A questa sconfitta storica subentraquella che Antonio Gramsci in un’altra epoca aveva chiamato “burocratizzazione della classe dirigente meridionale”, ovvero il progressivo distacco dalle classi sociali di riferimento, l’incapacità di costruire una narrazione del Mezzogiorno e la progressiva chiusura a riccio con l’unico scopo di gestire il potere fine a se stesso. L’opaca Rosa Russo Iervolino che prende il posto di Antonio Bassolino a Napoli, Di Cagno Abbrescia che succede a Tatarella in Puglia, De Filippo che prende il posto di Bubbico in Basilicata, sono le manifestazioni evidenti di questo degrado progressivo della classe dirigente.
Una classe dirigente che nella migliore delle ipotesi punta a governare l’esistente, a gestire in maniera formale il proprio ruolo, se non a occupare tutti gli spazi di potere.
La vittoria del M5S alle ultime elezioni politiche è soltanto l’ultimo effetto di questo progressivo distacco tra le classi dirigenti e la società. Distacco che si era già manifestato con la sconfessione dei partiti tradizionali: Luigi De Magistris eletto sindaco di Napoli con la Sinistra dopo aver battuto il PD al primo turno, Michele Emiliano vittorioso in Puglia come scheggia impazzita anti-renziana, Marcello Pittella che riesce incredibilmente a proporsi come alternativa al sistema tradizionale del “Partito-Regione” democratico, l’ex presidente della Regione Sicilia Crocetta anomalia della Sinistra in Sicilia.
Il centrodestra,sconfitto in tutte le regioni del Mezzogiorno, non è riuscito a farsi interprete di nessuna proposta di rinnovamento, rinunciando sostanzialmente a competere nella sfida del governo dei territori, almeno fino alla vittoria di Nello Musumeci in Sicilia, espressione anche lui di una anomalia rispetto agli schemi consolidati.
La classe dirigente del centrosinistra, che aveva provato a proporre un’idea di cambiamento nell’alveo dello schema classico dei partiti, ha sostanzialmente fallito la sua missione; tutto questo, unito alla chiara percezione della rinuncia del centrodestra a competere nella sfida per il governo del territorio, ha creato le condizioni per l’incredibile successo del Movimento Cinque Stelle in tutto il Mezzogiorno.
I meridionali, in sintesi, hanno votato Di Maio non tanto per il reddito di cittadinanza quanto per il fallimento complessivo di una classe dirigente meridionale che, dopo aver promesso un cambiamentomai avvenuto, si è burocratizzata nella perpetuazione di un sistema di potere, con il centrosinistra al governo e il centrodestra fintamente all’opposizione.
Tra i volti logori di chi aveva tradito ogni promessa e gli sconosciuti alle prime armi, il popolo meridionale ha preferito i secondi.
Una legge elettorale fatta di liste bloccate con candidati calati dall’alto, la mancanza di qualsiasi proposta programmatica mirata sul Mezzogiorno, la scomparsa di ogni radicamento territoriale dei partiti, hanno fatto il resto.

COLONIA INTERNA DI UNA NAZIONE COLONIA
Ovviamente l’ecclissi della classe dirigente ha prodotto la totale incapacità del Mezzogiorno di reagire a una crisi economica e sociale che, pur colpendo tutta l’Italia, ha aumentato il divario tra il Nord e il Sud del Paese.Questo divario ha radici antiche che rimandano alla condizione di “colonia interna” che il Meridione ha subito nel processo di costruzione dell’unità nazionale e che si è consolidata in questi ultimi decenni.
L’integrazione europea, con la progressiva cessione di sovranità dell’Italia alle istituzioni di Bruxelles, ha aggravato questa situazione: oggi il Sud si trova ad essere “colonia interna” di una Nazione a sua volta ridotta a colonia.
Dopo fine imposta al Banco di Napoli e la distruzione del tessuto bancario meridionale, manca un istituto di credito che trattenga ed investa nel Mezzogiorno il risparmio raccolto tra i meridionali. La grande industria del Sud è stata massacrata da politiche di sviluppo che hanno favorito l’insediamento di multinazionali e non uno sviluppo autopropulsivo. La piccola agricoltura e la zootecnia a conduzione familiare sono state ridotte alla fame dalle scelte politiche comunitarie e nazionali, nonché dalla concorrenza sleale delle merci importate da Paesi che producono a costi irrisori. Il risultato è cheil Mezzogiorno è diventato un deserto e una pattumiera.
Lo Stato Italiano ha dimenticato il Mezzogiorno, il confronto territoriale tra i livelli di spesa della Pubblica Amministrazione evidenzia come il divario del Sud rispetto al Nord Italia non solo resta elevato ma è cresciuto negli anni della crisi dell’8,8%, passando da 2.174,3 euro per abitante nel 2007 a 2.378,8 euro per abitante nel 2015.
Anche escludendo la spesa previdenziale, che di per sé produce un’accentuazione del divario suddetto, l’ammontare della spesa pubblica complessiva consolidata, intesa come spesa di Amministrazioni centrali e territoriali, si presenta significativamente più basso nel Mezzogiorno: 6.573 euro per abitante nel 2015 contro i 7.327,7 euro del Centro-Nord. Per effetto delle variazioni di segno opposto registrate tra il 2007 ed il 2015 (–5,4% per il Sud; +1,4% per il Centro-Nord), la spesa pro capite della P.A. (al netto di quella previdenziale) nell’area meridionale ha rappresentato nel 2015 l’89,7% del livello del Centro-Nord, a fronte del 96,2% registrato nel 2007.
Non hanno quindi consistenza le affermazioni, pur avvallate da fonti autorevoli, che accreditano il Mezzogiorno di un volume di spesa pubblica più elevato ed attribuiscono il problema della mancata crescita del Paese ad un «assistenzialismo secolare», capace di generare solo sprechi e inefficienze.
Né la situazione migliora da un punto di vista occupazionale: il Jobs Actcon la sempre maggiore flessibilità dei contratti di lavoro hanno prodotto un’ulteriore riduzione della qualità del lavoro nel Mezzogiorno.
Volendo, infatti, effettuare uno studio vero della situazione occupazionale non possiamo non considerare il peso del part time che al Sud ha un incremento molto maggiore rispetto ad altre aree del Paese. (+8,8% a fronte del +1,3% di quelli a tempo pieno).
Le imprese hanno utilizzato i benefici della decontribuzione dei contratti a tutele crescenti ma l’hanno fatto attraverso contratti part time.
Tale dinamica risulta sensibilmente maggiore nelle regioni meridionali dove l’aumento del lavoro a tempo parziale è di 51.000 unità pari al +4,9% (a fronte dell’1,9% del Centro-Nord), maggiore anche in valore assoluto di quelli a tempo pieno (+50 mila).
Si tratta per lo più di “part time involontario” (+1,9%), che si concentra sempre più nelle regioni meridionali. L’incidenza del part time involontario sul totale del lavoro a tempo parziale resta al Sud altissima, di poco inferiore all’80%.
Tutto ciò, unito all’aumento dei lavori a bassa retribuzione ha contribuito negli ultimi anni ad aumentare il divario delle retribuzioni reali che aumentano rispetto al 2008 del 2,5% nel Centro-Nord mentre diminuiscono del 4,5% nel meridione.
Il risultato di questa situazione è la drammatica povertà del Mezzogiorno che presenta oltre due milioni di poveri, ovvero un meridionale su dieci è sotto la soglia di povertà.

IL CROLLO DEMOGRAFICO E LO SPOPOLAMENTO
Il Mezzogiornoè stato per anni la “culla d’Italia” con un’età media più bassa rispetto alle altre aree del Paese: oggi questo trend è stato completamente invertito.
Gradualmente i valori del Sud sono scesi sotto quelli medi nazionali. In un solo decennio il Mezzogiorno ha perso il primato della fecondità femminile e negli anni Duemila il numero medio di figli per donna ha proseguito nella storica tendenza alla riduzione.
Ad incidere in maniera forte nel crollo demografico incide l’altissimo tasso di emigrazione che riguarda in special modo le fasce lavorative e, quindi, le età più fertili, la qual cosa continuerà a ridurre ulteriormente la popolazione meridionale e, soprattutto, le fasce più giovani e produttive, trasformando il Mezzogiorno in una terra per vecchi.
Negli ultimi quindici anni sono emigrati dal Sud 1.700.000 persone di cui il 72% in una fascia di età compresa tra i 15 ed i 34 anni. Un terzo degli emigranti meridionali sono laureati. A questi numeri devono essere aggiunti quelli che risultano ancora residenti nel Mezzogiorno ma che da anni studiano o lavorano nelle regioni del Nord.
Considerato il saldo migratorio negativo nel periodo e l’incidenza dei laureati tra gli emigrati e moltiplicata questa cifra per il costo medio a sostenere un percorso di istruzione terziaria (circa 130 mila euro complessivi secondo i dati OCSE) la perdita finanziaria del Sud ammonterebbe a circa 30 miliardi di euro. Una cifra che, addirittura, considerando la spesa pubblica pro capite regionalizzata totale salirebbe fino a sfiorare i 40 miliardi.
La cifra minima di 30 miliardi di Euro trasferiti dal Mezzogiorno al Nord a causa della mancanza di lavoro stabile e sicuro nelle regioni meridionali corrispondo a circa 2 punti di PIL che incidono non poco nella valutazione dell’autosufficienza economica e produttiva dei territori.
A questi numeri vanno aggiunti i dati relativi agli studenti universitari meridionali che scelgono di studiare al Nord nella convinzione di riuscire più facilmente a trovare un lavoro: su 108.000 immatricolati meridionali quasi 26.000 scelgono le università del centro nord anche a causa della superiore attrattività delle stesse.
In pratica il Mezzogiorno sta perdendo in maniera inesorabile non solo risorse economiche ma anche capitali umani qualificati che sono costretti ad abbandonare la propria terra per inseguire speranze lavorative nel Nord Italia o all’estero.
La differenza rispetto alla grande emigrazione degli anni ’70 consiste nel fatto che i giovani meridionali che emigrano non solo non mandano rimesse al Sud ma spesso sono aiutati dalle famiglie meridionali per integrare i propri redditi. Questi giovaninon hanno tra i loro progetti un ritorno alle loro terre d’origine, puntando invece a realizzare il ricongiungimento familiare con il trasferimento della famiglia al Nord. Il Mezzogiorno si è avviato da tempo verso una lenta ma progressiva desertificazione demografica.

EMERGENZA AMBIENTALE
In questo contesto di progressivo declinoeconomico e sociale, il Mezzogiorno sta affrontando una sempre maggiore emergenza ambientale.
Dietro la retorica dei grandi parchi, che spesso sono diventati strumenti di ulteriore vincolo per uno sviluppo del territorio, si cela nel Sud una vera e propria emergenza ambientale che rischia di diventare un disastro se non ci si metterà immediatamente mano.
La “Terra dei Fuochi” tra Napoli e Caserta è solo la punta di un iceberg affaristico-criminale che lega tra di loro i grandi gruppi industriali, la criminalità organizzata e la politica locale in un connubio che punta allo sfruttamento speculativo del territorio.
In Basilicata l’attenzione sociale e politica sullo sfruttamento delle risorse petrolifere e i danni ambientali creati proprio all’interno del Parco dell’Appennino Lucano, hanno evidenziato come dietro i parchi non esista un vero modello di sviluppo ma soltanto una retorica vacua che non riesce a nascondere gli affari che derivano dallo sfruttamento del territorio.
A Taranto non da meno è stata la questione ILVA dove, dopo aver consentito ad imprenditori senza scrupoli di arricchirsi senza nessun rispetto per il territorio, non si è trovato niente di meglio da fare che bloccare gli impianti, ridurre la produzione industriale e affiancare ai danni dell’inquinamento anche i danni di una crisi industriale senza precedenti.
La Calabria fu caratterizzata qualche anno fa dalle notizie circa la presenza della nave dei veleni, affondata al largo della costa Calabrese dalle Ndrangheta e contenente rifiuti speciali.
A tutto ciò va ad aggiungersi il sistematico scempio del paesaggio con la realizzazione di parchi eolici che, senza nessuna programmazione territoriale, crescono in maniera disordinata ed illogica.
Il Mezzogiorno rischia di diventare anche la pattumiera dell’Italia e dell’Europa.

CONCLUSIONI
In questo contesto di un Mezzogiorno che non esprime più nessuna classe dirigente, che non riesce ad avere una narrazione né del suo passato né del suo futuro, che conosce di nuovo il dramma dell’emigrazione anche intellettuale, che depaupera il suo capitale umano e culturale e che rischia di diventare la pattumiera dell’Italia e dell’Europa, non c’è assolutamente da meravigliarsi se il Movimento 5 Stelle raccolga montagne di voti.
Non comprendere questo disagio, immaginare di poter riconquistare il consenso esclusivamente con la filiera corta del contatto diretto e/o con masanielli improvvisati senza nessun background culturale, è stato il grande errore dei partiti tradizionali.
Continuare a derubricare il voto ai Cinque Stelle come legato al reddito di cittadinanza, insistendo nell’auto-denigrazione di un Sud legato solo all’assistenzialismo è il modo migliore per non uscire da questo vicolo cieco.
La strada deve essere invece quella di ricostruire una classe dirigente politica radicata nel territorio, rigenerando i partiti politici del centrodestra attorno ad un progetto identitario e sovranista, in grado di dare una prospettiva credibile e concreta di fuoriuscita del Mezzogiorno dalla crisi economica e sociale.

2 – UN PROGETTO PER USCIRE DALLA CRISI

UNA GRANDE STAGIONE DI AGGREGAZIONE E DI CONFRONTO: APRIRE I TESSERAMENTI, COSTRUIRE FEDERAZIONI TRA PARTITI, RILANCIARE LE PRIMARIE, ANCHE CON UNA NUOVA LEGGE ELETTORALE
Nessuna risposta alla crisi nel Mezzogiorno è possibile senza la costruzione una nuova classe dirigente attraverso una rigenerazione di partiti politici radicati nel territorio. La fine dei partiti tradizionali, infatti, è il leaderismo sempre più accentuato che, nella illusione di accelerare la realizzazione di riforme strutturali, ha azzerato la democrazia interna e il radicamento territoriale.
Non più di quattro anni fa Matteo Renzi era il leader che aveva conquistato il 40% del consenso al Partito Democratico e che si preparava a conquistare l’Italia intera, oggi è uno sconfitto ex segretario di un partito che ha raggiunto il minimo storico della sinistra italiana ed è stato spazzato via da tutto il Mezzogiorno, scomparendo anche dalle regioni che erano diventate il suo tradizionale bacino di voti.
Il leaderismo accentuato, che è tipico di tutti i sistemi democratici occidentali, trova una sua maggiore accentuazione nel Mezzogiorno che, dopo la scomparsa di Alleanza Nazionale,non ha più partiti politici di riferimento. Forza Italia e la Lega respingono al Nord l’assalto dei 5 Stelle perché hanno una classe dirigente diffusa e radicata, il PD regge nelle due regioni rosse per gli stessi motivi, al Sud l’avanzata dei Grillini non ha trovato finora nessun ostacolo.
La prima cosa da fare nella costruzione di una classe politica meridionale è interrompere una narrazione che vuole necessariamente il Sud come carrozzone assistito e i meridionali come parassiti incapaci di lavorare e bisognosi esclusivamente di assistenza, che, se vogliono uscire dalla crisi, si devono omologare ai modelli nordici.
Il Sud ha una propria tipicità culturale e sociale che si trasferisce anche nei modelli economici. Galli della Loggia in “l’identità italiana” ha evidenziato che il Sud conquistato insegnò a tutta l’Italia il senso dello Stato. Non è un caso, infatti, che le quattro grandi famiglie politiche (liberali, marxisti, cattolici e fascisti) che hanno governato la nostra Nazione, abbiano trovato il punto di incontro tra le loro ideologie e lo Stato proprio grazie ad intellettuali meridionali (il liberale Croce, il cattolico Sturzo, il fascista Gentile e la tradizione comunista meridionale di Macaluso e Napolitano). Parimenti il Mezzogiorno d’Italia ha una propria specifica resistenza comunitaria ai valori dell’individualismo e quindi all’ideologia neo-liberista. Proprio dalla valorizzazione del “senso dello Stato” e del “comunitarismo” il Mezzogiorno deve ripartire, senza indulgere nei confronti dello statalismo assistenzialista o del familismo amorale, ma senza voler cancellare il luogo del “noi” dove le persone si integrano senza essere omologate dalla cultura dominate.
La Lega, appena sbarcata al Sud, può diventare il luogo naturale per trovare la sintesi per un nuovo Meridionalismo sovranista ed identitario, a condizioni che comprenda la specificità dell’identità meridionale e che riesca a darsi un modello organizzativo aperto, competitivo ed aggregante.
Prima dell’estate deve partire una grande stagione di aggregazione e di confronto, attraverso una vasta campagna di tesseramento e una stagione congressuale aperta ai nuovi apporti, e/o la nascita di una federazione tra più soggetti politici. Non bisogna avere paura dell’apertura alla società civile, superando il modello delle cooptazioni dall’alto e tornando a scommettere sul radicamento territoriale. Anche il metodo delle Primarie deve essere recuperato: fino a ieri era bloccato dalle resistenze di Forza Italia, oggi che la Lega è il partito guida del centrodestra, può imporre questo salutare cambio di rotta che ha sempre rivendicato inutilmente in passato.
IL Mezzogiorno, per necessita virtù, può essere il laboratorio di questa svolta, propedeutica per una nuova legge elettorale che preveda l’utilizzo del metodo delle primarie per scegliere i candidati a tutti i livelli.

LA CREAZIONE DELLA MACROREGIONE MERIDIONALE
Proponiamo la costituzione della Macroregione meridionale per dare maggiore forza e sostanza al progetto politico per il Sud, slancio allo sviluppo e al lavoro, attraverso una strategia di sviluppo coordinata per i diversi territori e la messa a sistema dei fondi nazionali ed europei dell’Obiettivo 1 e 2 per dare vita a grandi opere infrastrutturali.
La Macroregione meridionale può garantire maggiore qualità e celerità della spesa attraverso quelle necessarie opere interregionali che, oggi, stando alle normative europee, non sono realizzabili se non con fondi nazionali, vanificando molte delle risorse dei 96 miliardi disponibili e da spendere entro il 2023.
La funzione principale della Macroregione meridionale è quella di elaborare e attuare un modello di sviluppo autonomo, anche raccogliendo la sfida del federalismo fiscale, per dare forza e sostanza a un Sud protagonista e positivo che respinge l’assistenzialismo e chiede lavoro vero e opportunità al pari dei territori del Nord.
La Macroregione meridionale è tesa a rafforzare l’identità e ricostruire i percorsi storici e culturali dei popoli meridionali, anche come polo culturale attrattivo per il turismo internazionale.
Consapevoli dei tempi occorrenti per la riforma costituzionale al fine di costituire la Macroregione meridionale e coscienti che la povertà e la disoccupazione richiedono risposte immediate, si propone l’immediata costituzione di un Coordinamento delle Regioni del Sud, con i relativi tavoli tecnici e settoriali, per formulare piani di investimenti per uno sviluppo reale, concreto e veloce, per dare vita ad opere infrastrutturali interregionali, indispensabili per avvicinare il Sud alle regioni europee.
È evidente che la progressiva costituzione della Macroregione deve essere compensata territorialmente dalla ricostruzione – dopo il fallimento della riforma costituzionale abrogativa voluta dal Governo Renzi – delle Provincie, come strumento amministrativo intermedio tra Comuni e Regioni.
Gli strumenti della Macroregione meridionale (e, provvisoriamente, del Coordinamento delle Regioni del Sud) devono essere:
– una Banca del Mezzogiorno, intesa come una banca di sviluppo in grado di garantire non solo il supporto finanziario a tutti gli investimenti strategici, ma anche l’accesso al credito per le imprese e le famiglie meridionali, compensando la fuga degli istituti di credito dalle Regioni del Sud.
– la semplificazione delle procedure di spesa dei fondi europei e l’attuazione della fiscalità di vantaggio per le imprese che investono nel Sud, a compensazione degli attuali gap infrastrutturali e della mancanza di sicurezza. Questo implica l’apertura di nuovo pesante negoziato con l’Unione Europea, che solo una Macroregione può sostenere in prima persona e giustificare a fronte delle regole sulla concorrenza di Bruxelles.
– un progetto complessivo di potenziamento delle infrastrutture, dei trasporti e dei servizi nel Sud, che compensi progressivamente il gap oggi esistente rispetto al Nord.
– un coordinamento tra le città del Mezzogiorno, a cominciare da Napoli, delle funzioni di promozione delle sviluppo nel Mediterraneo, in campo culturale, formativo, imprenditoriale e dei serivizi.

UN PATTO STRAORDINARIO PER LO SVILUPPO E IL LAVORO:
15 MILIARDI PER 300 MILA NUOVI POSTI DI LAVORO DA ATTINGERE ALLA PROVVISTA DEI 96 MILIARDI DI EURO DI FONDI GIA’ DESTINATI AL SUD: 50 MILA EURO PER OGNI NUOVO OCCUPATO
Non ci può essere lavoro senza un programma di sviluppo reale del nostro Paese e in particolare del Sud. Uno sviluppo che deve avere tempi rapidi e certi di realizzazione e deve focalizzarsi nei seguenti settori: turismo culturale, balneare, ambientale e rurale; agroalimentare; Moda e alta Moda; Avio/Spazio; ICT- Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione; Giacimenti Culturali e archeologici; Piano Straordinario di bonifica ambientale e di prevenzione del rischio sismico e del dissesto idrogeologico.
Bisogna puntare su questi settori strategici e focalizzare su di essi gli investimenti dei prossimi anni, mettendo in campo un Patto Straordinario per lo sviluppo e il lavoro con le nostre aziende di eccellenza, aiutandole a crescere, rilevandone i fabbisogni e le esigenze occupazionali.
In questo Patto devono essere coinvolti i marchi meridionali di eccellenza, come: MSC crociere per il turismo; Keaton, Isaia, Marinella, Harmont and bleain e Carpisa per la moda; Rosso Pomodoro, Kimbo, Ferrarelle, Olisystem, Jacubucci, Peroni, Natuzzi, La Molisana, La Campitello Matese, Denso, Pilkinton, Caffè Mauro, Ferwal, Amarelli, Soras per l’agroalimentare.
COME CREARE SUBITO I 300.000 NUOVI POSTI DI LAVORO:
PMI E INNOVAZIONE PER IL LAVORO AI GIOVANI
50 mila posti di lavoro per giovani tra i 15 e i 35 anni, “Bonus Gioventù”, attraverso un Programma rivolto alle PMI del Sud che preveda investimenti ed innovazione tecnologica da un minimo di 50.000 a un massimo di 250.000 euro, prevedendo assunzioni stabili e puntando sulle eccellenze italiane presenti nel nostro mercato. 50 mila euro per un giovane occupato in più.
In questo quadro è necessario implementare il Programma Garanzia Giovani con maggiori risorse, estendendo la possibilità per le aziende di attivare tirocini al di là dei vincoli attualmente previsti riguardo al numero di dipendenti in servizio.

LA SFIDA PER INNOVARE LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE NEL SUD
100 mila nuovi posti di lavoro nella P.A., nei 2934 Comuni e nelle Province del Centro-Sud, per l’innovazione, l’informatizzazione e la digitalizzazione degli Enti, ottenendo anche economie dall’abbattimento della burocrazia.
La Pubblica Amministrazione è obsoleta e non risponde alle esigenze ed ai tempi dei cittadini e del mercato. La P.A., particolarmente nel Sud, va innovata con un articolato progetto di ammodernamento basato sul principio “chi fa cosa”.
Per questo è necessario l’ingresso di giovani che possano offrire servizi innovativi ai cittadini con concorsi e con affidamenti pubblici, attraverso bandi rivolti anche a cooperative di giovani ed ad aziende startup, convenzioni con Università, etc; sblocco del turnover con razionalizzazione delle spese e risparmi attraverso attività innovative.

MI CREO IL MIO LAVORO
100 mila nuove attività con il “Bonus over 30” di 50mila euro a fondo perduto ai disoccupati di lunga durata che avviano attività reddituali proprie.
Tali risorse vanno utilizzate per avviare aziende individuali, cooperative o aziende di attività artigianali, commerciali, piccola produzione o produzione di servizi, attraverso progetti di mercato in linea con i settori strategici indicati nel Patto per lo sviluppo.
Al fine di garantire l’accompagnamento per il primo anno di vita di tali attività reddituali, si può prevedere la sottoscrizione di accordi con Manageritalia e Federmanager, affinché manager in pensione possano collaborare con queste startup.

PIÙ SERVIZI PER IL LAVORO, PIÙ DISOCCUPATI AL LAVORO
20 mila unità come ricaduta occupazionale del potenziamento della rete dei servizi al lavoro per gli accreditati formati dalle Agenzie per il Lavoro, attraverso i consulenti del lavoro, gli Enti di formazione, etc.
Bisogna potenziare sempre più le Agenzie per il Lavoro che si affiancano ai Centri per l’Impiego e concorrono con loro nel fornire servizi ai disoccupati.
La prestazione è pagata solo al raggiungimento del risultato, ad esempio: pago la formazione se mi accompagni al lavoro, cioè se raggiungi l’obiettivo dell’occupazione. Deve essere previsto, inoltre, il “rating” per chi produce le maggiori performance ed avrà sempre più accesso al mercato.
Viene istituito un Portale del lavoro innovativo che diventi una autentica “banca delle competenze”, che renda libero, trasparente ed inclusivo il mondo del lavoro, permettendo l’accesso a tutte le imprese.

LAVORARE A SCUOLA E STUDIARE IN AZIENDA
30 mila unità come ricaduta occupazionale del potenziamento del servizio di “Job Placement” nelle scuole e nelle Universtià, con l’obiettivo di diminuire le difficoltà della transizione scuola-lavoro.
Gli strumenti nel sistema scolastico sono: alternanza scuola-lavoro, impresa simulata, tirocini estivi; tirocini extra-curriculari; Corsi CFP.
Per il “Job Placement” delle Università promuoviamo: incentivare l’assunzione a tempo pieno di dottori di ricerca attraverso contributi alle imprese per la stipula di contratti di lavoro subordinato a tempo determinato o a tempo indeterminato; contratti di alto apprendistato in azienda.
La proposta, Scuola-Azienda, mutua il modello realizzato in Lombardia con l’apprendistato di primo e di terzo livello, che interessa attualmente 2.600 giovani, che lavorano e studiano grazie al ‘sistema duale’ introdotto da una legge regionale lombarda.
Questi sono gli strumenti per accompagnare i nostri giovani al mondo del lavoro e trasferire innovazione, ricerca e competenze direttamente nelle nostre aziende. Ciò anche al fine di evitare che i giovani, una volta istruiti, non trovando lavoro, si rivolgano all’estero alimentando la cosiddetta “fuga dei cervelli” dal Sud.

SUD-TAV: UN COMITATO PER IMPORRE UN PIANO MARSHALL PER LE INFRASTRUTTURE AL SUD
Il Mezzogiorno ha una carenza strutturale rispetto al resto d’Italia. Al di là della vulgata dominante al Sud non sono stati fatti investimenti reali, la differenza di investimenti pubblici pro capite tra il Sud ed il Nord sono evidenti.
Del resto è evidente la differenza in termini di autostrade, di ferrovie ad alta velocità, di aeroporti, di infrastrutture in genere che non può essere sottaciuta.
E’ palese che un nuovo meridionalismo che inverta la rotta rispetto all’assistenzialismo debba pretendere e immaginare che il gap infrastrutturale tra il Nord ed il Sud vada ridotto.
Non è ammissibile che l’alta velocità ferroviaria impieghi 4 ore per percorrere i 255km che collegano Napoli con Taranto, più di 3 ore e mezzo per percorrere i 221 km che collegano Bari con Napoli mentre gli oltre 418 km che collegano Venezia con Torino sono percorribili in sole 3 ore e mezzo.
In un Italia a doppia velocità il Mezzogiorno viaggia su infrastrutture più che dimezzate rispetto al resto d’Italia.
Nel Nord ci sono 3500 km di autostrade, di cui 1100 km a tre corsie, nel Sud 1500 km di autostrade, di cui solo 168 km a tre corsie.
Nel Nord ci sono 847 km di ferrovie ad altra velocità contro i 180 km del Mezzogiorno.
Quasi 600.000 aerei decollano dagli aeroporti settentrionali contro i poco più di 120.000 dagli aeroporti meridionali.
Addirittura nel trasporto marittimo il Nord Italia ha una capacità di magazzini e silos per le merci di oltre 6 milioni di mc contro il milione di metri cubi di capacità dei porti meridionali con il risultato che nei porti del Nord sono sbarcate circa 176 milioni di tonnellate ogni anno contro le 103 milioni di tonnellate sbarcate al Sud, malgrado le 34 milioni di persone sbarcate nei porti meridionali contro le sole 4 milioni che sbarcano nei porti del nord Italia a dimostrazione che anche contro la geografia che vede un Mezzogiorno immerso nel mare ed un nord con meno sbocchi marittimi, gli investimenti pubblici in infrastrutture sono stati prevalentemente indirizzati verso il Nord.
Serve un piano di investimenti infrastrutturali nel Mezzogiorno, un autentico piano Marshall per il Sud che costruisca le strade, le autostrade, le ferrovie e gli aeroporti senza i quali il Sud non può essere connesso con il resto del paese.
Un piano straordinario di investimenti che porti il Mezzogiorno d’Italia ad avere la stessa estensione ferroviaria ad alta velocità, la stessa estensione autostradale a tre corsie e la stessa capacità portuale ed aereoportuale del Nord.
Senza un intervento di questo tipo è inimmaginabile costruire un nuovo meridionalismo che sostituisca l’assistenza con lo sviluppo.
Nel mezzogiorno vive il 34% della popolazione italiana, le amministrazioni centrali hanno destinato al mezzogiorno il 23,7% nel 2011, il 23,4% nel 2012, il 19,1% nel 2013, il 20,8% nel 2014, il 19,6% nel 2015 e il 27,3% nel 2016 delle risorse ordinarie in conto capitale.
Il governo ha raccontato (dopo averlo inserito nel Decreto Mezzogiorno) di aver destinato al mezzogiorno una spesa complessiva in conto capitale pari al 39% della spesa nazionale. Questa percentuale si ottiene, in realtà, sommando alle spese ordinarie, quanto destinato al Mezzogiorno dai fondi strutturali che, in questo modo, non sono più risorse aggiuntive per lo sviluppo ma risorse sostitutive.
Inoltre riguarda esclusivamente le amministrazioni centrali e non il settore pubblico allargato che ha, invece, ridotto in maniera esponenziale gli investimenti, basti pensare che Ferrovie dello Stato ha destinato nel 2015 al Sud soltanto il 19% delle spese in conto capitale.
Nelle infrastrutture il Governo spende nel meridione un quinto degli investimenti nazionali con una spesa pro capite che si aggira per il mezzogiorno a circa 106,6 euro, contro i 269 euro del centro nord.
Invertire questo trend è essenziale non soltanto per consentire al Mezzogiorno di ammodernare la sua rete infrastrutturale ma anche perché consentirebbe di attivare il meccanismo virtuoso del moltiplicatore.
Secondo lo SVIMEZ, infatti, la riduzione di un euro di tasse comporterebbe nel mezzogiorno un incremento di Pil pari a 0,19 centesimi annui, mentre un solo euro di investimenti pubblici produrrebbe un incremento di reddito pari ad 1,37 euro annui con un aumento complessivo dopo cinque anni di 1,85 euro.
Un euro di investimenti pubblici comporterebbe nel quinquennio un aumento del reddito di 1,85 ovvero un ritorno quasi doppio rispetto alla somma inizialmente investita.
Lo stesso SVIMEZ ha stimato quali sarebbero stati gli effetti dell’applicazione di una clausola che avesse destinato al Sud il 34% delle spese ordinarie in conto capitale delle amministrazioni dello Stato e del settore pubblico allargato.
In questa simulazione il Mezzogiorno avrebbe avuto nel periodo 2009-2015 circa 4,5 miliardi di euro in più l’anno, producendo dei significativi cambiamenti sia nel PIL che nell’occupazione.
In pratica con l’applicazione della clausola del 34% così come descritta, la “grande crisi” subita in questi anni si sarebbe fortemente ridimensionata.
Nel quinquennio in questione, infatti, il Mezzogiorno ha visto una riduzione del PIL pari al 10,7% che con l’applicazione della clausola si sarebbe ridotto soltanto del 5,4% con benefici effetti sull’occupazione. Nel periodo in questione si sono persi 500.000 posti di lavoro, mentre con l’applicazione della clausola del 34%i posti di lavoro persi sarebbero stati 200.000.
La cosa veramente interessante è che, proprio per l’alto coefficiente di moltiplicazione nel Mezzogiorno, tutto ciò avrebbe comportato un beneficio per l’intera Italia che avrebbe ridotto la perdita di occupazione complessiva, Infatti, la distribuzione delle risorse in maniera proporzionale al numero di abitanti avrebbe comportato un aumento della disoccupazione nel centro nord di solo 37.000 unità lavorative, di contro ad una riduzione della perdita di occupazione nel mezzogiorno di circa 300.000 posti lavorativi.
E’ necessario, pertanto, presentare una proposta di legge sostenuta da un Comitato che chiameremo SUD-TAV in polemica con i comitati NO-TAV dell’estrema sinistra, che chieda che non solo le amministrazioni centrali (come previsto ma non applicato nel cd Decreto Mezzogiorno) ma anche il settore pubblico allargato destinino al Sud risorse ordinarie in conto capitale ed in infrastrutture proporzionali alla popolazione residente.

ZONA ECONOMICA SPECIALE
Le Zone Economiche Speciali (ZES) introdotte nel Mezzogiorno ad opera della legge 3 agosto 2017, n. 123, possono assumere un’importanza fondamentale per il sostegno alle politiche di sviluppo industriale e logistico del territorio meridionale.
Per le imprese manifatturiere, logistico-distributive e di servizi che si insediano nelle ZES, la legge 123/2017 prevede benefici fiscali, procedure facilitate e semplificazioni amministrative per un’azione di effettiva sburocratizzazione, che in tempi di accelerazione dei cambiamenti, quali i nostri, rappresenta un potente strumento di vantaggio comparato.
L’avvio delle ZES nel Mezzogiorno mediante una legge nazionale pone le premesse per mettere in campo una effettiva azione di rilancio delle politiche per lo sviluppo del Sud potendo servire per attrare gli investimenti
Ciascuna Regione dovrà approvare con un proprio provvedimento l’istituzione delle ZES, prima della presentazione della domanda per la loro costituzione con incluso un piano di sviluppo strategico che contenga: la proposta di perimetrazione della ZES; gli obiettivi strategici di politica industriale e territoriale; le misure complementari messe in campo dalle istituzioni territoriali; gli strumenti di semplificazione regolamentare e ordinamentale; le priorità di intervento; le strategie di comunicazione verso la comunità degli investitori istituzionali e industriali; le modalità di accesso alle infrastrutture, con le misure regionali per favorire l’intermodalità; i risultati attesi con la creazione della ZES.
E’ evidente che una ZES può funzionare soltanto se gli obiettivi strategici di politica industriale e le misure complementari sono realmente coerenti con la struttura e le esigenze del territorio. La fiscalità differenziata, infatti, non è da sola sufficiente a garantire una maggiore competitività di un territorio se tale vantaggio non è sufficiente a superare i gap infrastrutturali e di connessione necessari per l’attività.
Proprio a tal fine, sarebbe opportuno immaginare delle strategie politiche industriali che mirino soprattutto alla creazioni di attività di servizi a distanza e telematici che possono essere svolti anche in luoghi dove la connettività fisica è inesistente o comunque molto più lenta in assenza di strade, autostrade, aereoporti e ferrovie.
Il limite reale per la praticabilità della Zes nel Mezzogiorno è che nell’individuazione del perimetro il Governo italiano ha indicato il criterio della presenza di un’area portuale collegata alla rete trans-europea dei trasporti, la qual cosa rischia di penalizzare eccessivamente le aree interne del Mezzogiorno.

UN MODELLO DI SVILUPPO IDENTITARIO E DIFFUSO
Come già detto un processo di sviluppo reale non può che essere rispettoso delle tradizioni e delle vocazioni dei territori, una classe politica che voglia essere autenticamente dirigente nel Mezzogiorno non può continuare a voler imporre un sistema economico e sociale che non sia corrispondente all’identità dei territori.
Nel Sud il modello industriale esogeno con un cuore ed un cervello al Nord e un capitale molto spesso straniero, ha fallito e non può essere sostituito con un modello di sviluppo che punti soltanto alla piccola imprenditoria e alla valorizzazione delle tipicità.
E’ necessario passare dalla grande industria che investe sul territorio alla “fabbrica diffusa sul territorio” che, tramite una struttura a stella, ruoti intorno ad un incubatore di imprese che fornisca trasversalmente le competenze necessarie per associare qualità ed innovazione e che garantisca ai piccoli produttori un sistema di commercializzazione e di conoscibilità che da soli non potrebbero mai garantire.
Organizzare il Mezzogiorno in ambiti territoriali che uniscano i produttori artigianali e agricoli e gli operatori turistici da un lato, le università e gli esperti di commercializzazione e di innovazione dall’altro.
Insomma è quanto mai necessario che la politica riesca a garantire ai piccoli produttori tutti quegli strumenti che da soli non potrebbero mai avere per poter superare il nanismo produttivo ed essere competitivi nel mercato globale, senza rinunciare alla propria tipicità.
Passare dalla grande industria alla fabbrica diffusa è una grande sfida identitaria per il Mezzogiorno che una nuova politica meridionalista deve riuscire a percorrere fino in fondo.

IL RITORNO DEI CERVELLI
Il Mezzogiorno sta subendo da troppo tempo la cosiddetta fuga dei cervelli, capitali umani che vengono trasferiti al Nord e all’estero sia per completare il proprio percorso universitario sia per realizzarsi dopo l’occupazione.
Questa fuga sta coinvolgendo il Sud in una spirale di un sempre progressivo depauperamento umano e di un complessivo invecchiamento della popolazione.
Invertire il trend è assolutamente prioritario nell’agenda di un nuovo meridionalismo.
Con la riduzione dei fondi per la ricerca e l’università e l’avvio di una competizione interna tra le Università al fine di ricevere fondi per la ricerca è aumentato la differenza tra le risorse destinate alle Università meridionali e quelle settentrionali.
Nel periodo 2008-2014 il Fondo di Finanziamento Ordinario per le Università (FFO) si è ridotto del 14%, ma mentre le Università settentrionali hanno perso il 7% quelle meridionali hanno dovuto rinunciare addirittura al 19% delle risorse.
La differenza sembra destinata ad aumentare: dal 2014 è stato avviato il superamento del principio del costo storico per arrivare a quello del costo standard che si ottiene calcolando il costo unitario di formazione per studente e lo si moltiplica per il numero dei soli studenti in corso di ciascun Ateneo e viene aumentata la quota premiale che ormai ripartisce il 20% del Fondo destinato alle Università.
Il fatto che il costo unitario di formazione per studente venga moltiplicato per i soli studenti in corso costituisce il primo grave danno alle Università meridionali, infatti, l’allungamento della permanenza nell’Università è inversamente proporzionale ai livelli di occupazione delle zone di residenza. Non sfuggirà a nessuno che un contesto con alti livelli di disoccupazione non sarà da stimolo per una veloce uscita dall’Università.
Ancora maggiore può essere l’effetto del fondo legato alla premialità:la ripartizione dell’FFO è ancorata agli esiti dell’esercizio di Valutazione della Qualità della Ricerca condotto dall’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR), utilizzavano criteri legati alla qualità della ricerca (peso 0.5), alla capacità di attrarre risorse finanziarie (peso 0.1), alle politiche di reclutamento (peso 0.1), al grado di internazionalizzazione (peso 0.1), all’attività di alta formazione (peso 0.1), le risorse proprie (peso 0.05) nonché al miglioramento registrato rispetto all’esercizio di valutazione VTR 2001-2003 (peso 0.05).
E’ evidente che Università che insediate in territori più ricchi e produttivi avranno maggiori capacità di attrarre risorse finanziare e di ottenere risorse proprie, nonché di favorire una sempre maggiore internazionalizzazione con il risultato che le università collocate in contesti meno ricchi e produttivi avranno sempre minori risorse e, quindi, sempre minori capacità di fare ricerca la qual cosa depotenzierà ulteriormente i criteri di valutazione.
Per invertire il trend e attirare nuovamente i cervelli in fuga dal Mezzogiorno è necessario ribaltare i criteri di valutazione tenendo conto del contesto in maniera diametralmente opposta, ovvero secondo la capacità delle Università e delle Istituzioni Accademiche di essere propulsive per un territorio e non (come adesso accade) nella capacità di una Università di essere collocata in un posto in grado di rendere competitiva l’Università.

BATTAGLIA PER LA LEGALITÀ E LOTTA CONTRO L’IMMIGRAZIONE CLANDESTINA.

La battaglia per la Legalità e la Sicurezza rimane una pre-condizione indispensabile per lo sviluppo del Sud, in particolare per quanto riguarda la lotta contro ogni forma di criminalità organizzata. Le organizzazioni mafiose non solo condizionano larghe fette del territorio meridionale, ma si infiltrano nel tessuto economico facendo concorrenza negativa alle imprese sane e contribuendo a diffondere la piaga del lavoro nero.
Nessuna attrazione di investimenti, nessun programma di lavori pubblici, potranno avere successo se le condizioni ambientali rimarranno difficili sul piano della legalità e della sicurezza. È perfino banale sottolineare che questa battaglia va condotta tanto sul terreno della repressione, quanto su quello della cultura e della educazione dalla legalità, da realizzare nel mondo giovanile, nelle periferie metropolitane e nel sistema scolastico.
Questi problemi storici del Meridione vengono acuiti dalla crescente invasione di immigrati clandestini che raggiunge le nostre coste e si moltiplica nei sempre più numerosi centri di accoglienza creati al Sud. È evidente, infatti, che questi disperati non stanno trovando altro sbocco se non quello del lavoro nero offerto dal caporalato criminale e, ancora più direttamente, come manovalanza della criminalità organizzata.
Anche se giornalisti ed intellettuali di sinistra continuano ad avere un atteggiamento schizofrenico su questi due fronti – grande mobilitazione a parole contro la Mafia e assoluta apertura all’immigrazione clandestina – nel Mezzogiorno, ancora più che nel resto d’Italia, è indispensabile costruire una politica di severo contrasto contro il flusso dei clandestini, impedendo gli sbarchi e riportando nei porti di provenienza i naufraghi salvati in mare.
“Aiutiamoli a casa loro” deve essere l’obiettivo di una rinnovata politica di cooperazione nel Mediterraneo, in cui il nostro Mezzogiorno può costruire un ruolo da protagonista, invece di subire un destino di vittima di un’invasione.

Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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