Non abbandoniamo la “via italiana” all’istruzione per non impoverire il “genio italiano”

L’assegnazione della Medaglia Fields (sorta di Premio Nobel per la matematica)  all’italiano Alessio Figalli , tra i vari risvolti che essa comporta per la cultura italiana, deve farci riflettere sulla direzione che sta prendendo la scuola italiana.

Alessio Figalli ha frequentato il Liceo classico e successivamente la Scuola Normale Superiore di Pisa; ha insomma seguito un percorso di studi che rispecchia pienamente i valori e i punti di forza della tradizione educativa e pedagogica italiana.

Questa tradizione si è da sempre contraddistinta per aver saputo condurre a sintesi “sapere umanistico” e “sapere scientifico”, per essere riuscita ad amalgamare versanti della conoscenza da molti considerati antinomici.

Questa tradizione affonda le proprie radici già nell’insegnamento che le università italiane del tardo medioevo, forti del retaggio classico greco-romano, della vocazione universalistica cattolico-cristiana, attraverso la scolastica, avevano diffuso in tutta Europa.

Successivamente personalità “forti”, quali quelle di Leonardo da Vinci e Galileo Galilei, erano riuscite a traghettarne la valenza nell’evo moderno. Questa sintesi tra due culture (quella umanistica e quella scientifica) che il mondo contemporaneo ci presenta come in antitesi e contraddittorie ha contaminato di sé diversi campi e settori anche della vita pratica. Dal settecento in poi, nelle scuola militari, non si poteva fare a meno di un accurato studio della storia e della geografia. Nell’ottocento alcuni letterati, per esempio il Foscolo de “Le Grazie”, si sono posti il problema di non lasciare che la cultura “scientifica” e “tecnica” si svincolassero del tutto da quella “umanistica” prendendo il largo ed allontanandosi definitivamente da quel sapere che ci deve indicare i “fini”, il senso del nostro essere in questa vita e in questo mondo, il “Logos”.

Sicchè, quando all’indomani dell’unità d’Italia si è dovuto costruire un sistema scolastico pubblico e nazionale si è individuato nel Liceo Classico la scuola che per eccellenza doveva preparare agli studi universitari e ad approcciare lo studente all’universo della conoscenza.

Sicchè per decenni il sistema scolastico italiano ha “partorito” ingegneri, ammiragli, generali, geologi, medici, biologi, come pure filosofi, letterati, filologi, artisti, che provenivano dal liceo classico.

Nel 1923, Giovanni Gentile, Ministro della Pubblica Istruzione, istituì il Liceo Scientifico che però non intaccò più di tanto quella tradizione perché in questo nuovo liceo la lingua e la cultura latina erano ancora solidamente insegnati accanto alle lettere italiane e straniere, alla storia, alla geografia e alla storia della filosofia; non vi era più il greco le cui ore erano destinate a discipline di indirizzo più scientifico. L’impostazione globale di fondo però rimaneva quasi la stessa.

Nel 1932 lo stesso Giovanni Gentile riformò la Scuola Normale di Pisa che andò sempre più trasformandosi in un Collegio Universitario la cui funzione doveva essere quella di preparare alla ricerca e alla conoscenza.

Questa tradizione, le cui linee di sviluppo abbiamo testè delineato sinteticamente,  ha “allevato” fior di scienziati, letterati, filosofi, inventori, esploratori, militari. Insomma ha preservato e trasmesso quello che brevemente è indicato come “il genio italiano”.

Da qualche anno a questa parte è in corso un graduale e subdolo tentativo di smantellamento di questa scuola pedagogica e di questo sistema educativo e d’istruzione. La “buona scuola “ di Renzi ha dato a questo processo un’accelerazione notevole e significativa con l’evidente e non più nascosto intendimento di sostituire la didattica delle “conoscenze” con quella delle “competenze”, ritenendo erroneamente le “conoscenze” mere nozioni e le “competenze” un sapere pratico utile e necessario per il futuro.

Si è individuato addirittura nella scuola della Finlandia il modello da dover seguire al riguardo. E il Ministero della Pubblica Istruzione, negli ultimi due anni, ha avviato un’operazione di obbligata “formazione” di docenti e dirigenti in tale direzione. Il momento clou di questa sorta di “lavaggio del cervello” di docenti e dirigenti è stato il così detto Piano Nazionale della Scuola Digitale per il quale si sono spesi circa 500 milioni di euro.

In conclusione: perché il premio ad Alessio Figalli ci aiuta a comprendere che la tradizione pedagogica italiana non va demolita ma , semmai, aggiornata, sviluppata, approfondita?

Nella sua prima intervista dopo l’assegnazione del prestigioso riconoscimento il giornalista gli ha chiesto: <<Ma quali sono i risvolti pratici di questi studi così teorici ed apparentemente astratti?>>. Lo scienziato ha risposto che tali studi si sarebbero rivelati utili per la meteorologia e per la stessa economia, a dimostrazione, insomma, che ogni “competenza” non può essere acquisita ed esercitata correttamente senza che alla base vi siano “conoscenze” solide e profonde.

Login

Welcome! Login in to your account

Remember me Lost your password?

Lost Password

Seguici

Ogni nuovo post ti verrà inviato alla tua Email

Unisciti agli altri iscritti:

Realizzato da You-Com.it