Più Stato, meno mercato. Dalla Destra sociale al Sovranismo

Correva l’anno 1994 quando Silvio Berlusconi fece partire il centrodestra della seconda Repubblica, arruolando l’MSI (ancora non Alleanza Nazionale) e la Lega Nord. Il messaggio elettorale vincente era quello del “partito liberale di massa” e da quel momento nel centrodestra fu una gara a chi era più liberal-liberista. La Lega già odiava lo Stato-Nazione come prodotto centralistico di “Roma ladrona”. Alleanza Nazionale resistette per un poco sull’idea di essere una “destra sociale”, ma poi, dopo la sconfitta elettorale del 1996, ci fu la “svolta” del seminario di San Martino al Cimino. In quel seminario furono invitati tutti i “professori” liberisti di Forza Italia (da Pera a Vertone) per rieducare la Destra ai dogmi di von Hayek. Lo Stato si doveva “ritirare”, fare poche “cose essenziali” ed abbandonare tutte le leve dell’economia e perfino della società. Ogni cosa doveva essere privatizzata perché la Globalizzazione stava arrivando e l’Italia era troppo indietro nel seguire la lezione neo-liberista del reaganismo e del thatcherismo.
In tutto lo schieramento del centrodestra rimase solo una piccola pattuglia che osava rifiutare i dogmi liberal-liberisti e insisteva nel definirsi “destra sociale”. Sorretta dall’insegnamento di Giano Accame, aiutata (poco) dai sostenitori della dottrina sociale della Chiesa, sempre sospettata di “rautianesimo” e di “nostalgie”, accusata di essere una “corrente che divideva il Partito”, la nostra Destra Sociale ci provò. Provammo, dentro e fuori ai Governi di centrodestra, a difendere le prerogative dello Stato-nazione, a combattere le privatizzazioni selvagge, a salvaguardare i diritti dei lavoratori e i redditi delle famiglie, l’economia sociale, la cultura identitaria e comunitaria. Ma eravamo maledettamente accerchiati e soltanto dal Ministero dell’Agricoltura riuscimmo, ad esempio, a fermare le multinazionali che volevano imporre gli OGM al Made in Italy agro-alimentare o in Campidoglio ad applicare il quoziente familiare alle tasse comunali. Per il resto, nelle riunioni di partito, come nei congressi giovanili, come nei Consigli dei ministri del centrodestra, non riuscimmo a scalfire il muro di chi identificava il futuro con lo scatenamento del libero mercato. Per carità, si trattava più che altro di una guerra di parole, perché i fatti, le liberalizzazioni selvagge come tutti i principali cedimenti all’ideologia neo-liberista, furono opera non del centrodestra, ma dei governi tecnici o di centrosinistra. Tanto per fare un esempio di drammatica attualità fu il Governo D’Alema a privatizzate Autostrade nel 1999, come fu Prodi a guidare – come tecnico e come politico – la liquidazione dell’IRI e Bersani l’inventore delle “lenzuolate” sulle liberalizzazioni contro le categorie del ceto medio.
Poi… poi la Globalizzazione è andata avanti e i danni prodotti dall’ideologia neo-liberista sono diventati evidenti agli occhi del popolo italiano. Salvini porta la Lega verso posizioni sovraniste e sociali, i 5 stelle seguono, pur tra mille contraddizioni. Oggi non è più impossibile chiedere l’abrogazione della legge Fornero, approvare il Decreto Dignità contro il precariato e le delocalizzazioni e, dopo il crollo del Ponte Morandi, parlare di revocare la privatizzazione delle autostrade. “Più Stato, meno Mercato”, che è sinonimo di “più Sovranità nazionale, meno Globalizzazione”, adesso possiamo urlarlo senza essere isolati e sconfitti. L’antico messaggio della “Destra sociale” ritorna nel “Polo sovranista” che oggi può essere maggioranza in Italia.

Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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