Riecco lo spread. Difendere l’Italia

Riecco lo spread. Tornano sul palcoscenico le statue di cera dell’UE, il franco-romeno-israelita massone Moscovici e l’ineffabile Juncker gran contribuente delle accise sugli spiriti, si materializzano nuovamente i fantasmi dei decimali nel bilancio dello Stato, risuonano gli ordini imperiali di sconosciuti funzionari stranieri, novelli corrieri dello Zar portaordini dei decisori delle nostre vite presso i governi eletti. L’occasione è la polemica sulla legge di bilancio, assai sgradita agli gnomi di Bruxelles e ai loro domines della cupola finanziaria. Non è inutile una rinfrescata alla memoria dei connazionali, alla ricerca di bugie tutt’altro che innocenti per una visione dei fatti alternativa alla vulgata corrente della stampa e delle accademie di luminari a contratto.

Una controstoria per nerd, lontana dai grafici, dagli istogrammi, dalle formule incomprensibili degli esperti, esposta senza utilizzare la lingua di legno anglotecnocratica. Partiamo da lontano, poiché il cappio che ci strangola ce lo siamo legati al collo dal 1981, allorché un ministro della sinistra DC, Beniamino Andreatta, con una semplice lettera concordata con i vertici della Banca d’Italia (Carlo Azeglio Ciampi), decretò il cosiddetto divorzio tra Tesoro e banca centrale. Venne cioè rimosso l’obbligo per l’istituto di emissione di acquistare i titoli invenduti alle aste mensili, calmierandone il tasso. Liberati gli istinti animali della finanza, pur in una situazione in cui il sistema bancario era in mano allo Stato, il debito pubblico dell’epoca, 142 miliardi di euro, il 58 per cento del PIL, triplicò in soli quattro anni, per quintuplicare nel 1994. Il divorzio più caro della storia: mille miliardi in quindici anni.

Basta questo dato per destituire di fondamento la narrazione che descrive gli italiani spreconi intenti a vivere allegramente a spese altrui. Andreatta e Ciampi, da brillanti funzionari della cupola bancaria che stava alzando la testa, ma da nemici del popolo che dovevano servire, perseguivano un doppio obiettivo, internazionalizzare il debito pubblico,  all’epoca detenuto dalle famiglie italiane risparmiatrici, una partita di giro interna; gettare le basi per la futura espropriazione della sovranità monetaria  e per la privatizzazione del sistema bancario nazionale, che realizzarono, sempre loro, undici anni dopo, al crollo provocato della prima repubblica e immediatamente dopo la fine del comunismo sovietico, con gli accordi di spartizione del panfilo Britannia, presente tra gli altri un funzionario in carriera di nome Mario Draghi.

Ci scuserà il paziente lettore se introduciamo un concetto che ci viene propinato in tutte le salse dal sistema di comunicazione, ma mai spiegato: il vincolo esterno. Si tratta del principio per cui non possiamo spendere se prima non guadagniamo o non ci facciamo prestare soldi. Se una comunità, uno Stato non possiede mezzi di pagamento legale propri, non può fare altro che correre con il cappello in mano da chi detiene (o meglio si è appropriato) il mezzo monetario, nel nostro caso l’euro della Banca Centrale Europea.

Poiché ci siamo spogliati di due enormi strumenti di sovranità, cioè di libertà, la sovranità monetaria e la determinazione del tasso di sconto, sono i banchieri a stabilire insindacabilmente se prestarci denaro, in quale quantità e determinare l’interesse. Se a ciò aggiungiamo che il denaro prestato non esisteva perché creato dal nulla, ex nihilo, e diventa reale solo perché lo accettiamo e circola come il sangue per il nostro lavoro, risulta chiaro chi comanda e chi obbedisce. Si rivela azzeccata la frase simbolo di un blog economico: è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita. Parole non di un saggio o di un filosofo, ma di un personaggio dei fumetti, Pippo, l’amico di Topolino.

Abbiamo il vincolo esterno che impone di vendere il frutto del lavoro collettivo del nostro popolo. Lo Stato si finanziava, nei tempi in cui possedeva la banca centrale e controllava le banche commerciali, emettendo prevalentemente BOT, buoni del tesoro ordinari a breve termine, acquistati attraverso i canali postali e creditizi dalle famiglie italiane come risparmio garantito e sufficientemente remunerato. Differenti sono i CCT, certificati di credito del Tesoro, il cui valore reale è variabile in base al mercato, investimenti di medio termine. Oggi BOT per almeno 400 miliardi sono in mano alle banche commerciali che li depositano a tassi negativi presso la Banca Centrale, un’immensa ricchezza ferma da cui trae profitto solo la cupola finanziaria, pagata per custodire gli impulsi elettronici che hanno sostituito i titoli di proprietà cartacei.

Ovvio che i risparmiatori italiani non li acquistino nella certezza di rimetterci, ponendo sul mercato la notevole ricchezza privata italiana, pari ad almeno 4.200 miliardi, due volte e mezzo il PIL. Lentamente, ma costantemente, essa passa di mano trasferendosi ai signori del rischio altrui. Da anni, nel mercato dei titoli pubblici prevale il BTP, buono del tesoro poliennale con scadenza anche a lunghissimo termine, che impegna chi lo emette fino a trent’anni, alimenta un vorticoso giro speculativo e lascia il Tesoro alla mercé dei mercati. Lo spread che tanto eccita i commentatori è la differenza di rendimento, a parità di scadenza, tra il buono considerato più sicuro, tedesco, dai tassi più bassi, e quello degli altri Stati.

Perché l’eurosistema non preveda l’emissione di buoni propri, gli Eurobond inutilmente chiesti da Giulio Tremonti, non è un mistero. L’economia tedesca, la più forte, non li vuole, per finanziarsi a basso costo e drenare ricchezza dai paesi concorrenti, il più pericoloso dei quali è l’Italia.  Il casinò finanziario (ma si può omettere l’accento per chi trae denaro dal denaro) ha inoltre inventato ulteriori meccanismi, i cosiddetti derivati. I più comuni sono i CDS (Credit Default Swaps), strumenti di copertura destinati a trasferire ad altri il rischio. Si può scommettere indefinitamente al rialzo o al ribasso sui dei conti pubblici, cioè sulla capacità o meno di rimborsare i BTP a scadenza da parte degli Stati. Basta un’oscillazione più elevata di quella normalmente accettata dai modelli matematici degli operatori, o una voce, magari diffusa ad arte, per scatenare ondate di vendite seguendo l’effetto gregge.

Azionare lo spread nel chiuso degli ambulacri finanziari non è altro che un elemento di pressione e dominazione economica dei più forti a danno degli altri. La disinformazione fa il resto del lavoro sporco, ad esempio asserendo che nei primi giorni del mese si sono persi sei-otto miliardi a causa dell’aumento del differenziale. Ciò è falso in radice in quanto non vi sono state emissioni, quindi il dato riguarda gli speculatori, e diverrebbe vero se il dato si mantenesse per un intero anno. Le menzogne, si sa, sono pane quotidiano, anche se sono definite tali, fake news, solo le affermazioni che disturbano i manovratori, i sapientissimi geni che conoscono i nostri interessi meglio di noi, con i risultati che ciascuno può verificare.

I meccanismi sono truffaldini pur essendo tutti legali. Vale la pena di conoscerli meglio, con l’avvertenza che è nei dettagli tecnici, noiosi e complicati, che si nasconde l’imbroglio. Dicevamo della profonda differenza tra il debito pubblico odierno, nella sua composizione e nell’offerta, rispetto al passato. BOT e, in misura minore CCT, sono forme di risparmio, i Buoni Poliennali del Tesoro di investimento, dunque molto adatti alla speculazione. La pacchia è enorme specie per gli intermediari, società create ad hoc dalle grandi centrali d’investimento, le banche d’affari, quelli che pomposamente chiamiamo mercati. Non fanno che incassare commissioni, il rischio è sempre del cliente, l’eventuale crollo travolgerà investitori e Stati emittenti.

La distinzione tra strumenti di risparmio (BOT, CCT) e di investimento speculativo (BTP) è decisiva, ci torneremo, ma il primo problema da aggredire, se vogliamo cambiare la raccolta di titoli pubblici, è invertire i meccanismi delle aste. Prima della cessione del tasso di sconto al mercato finanziario, si svolgevano aste competitive per BOT e CCT, che favorivano l’emittente, il quale contava che la (sua!) Banca d’Italia avrebbe ritirato l’invenduto a un tasso accettabile. Le aste odierne sono dette marginali, poiché il BTP va a chi offre il tasso più elevato, cui sono costretti ad adeguarsi l’offerente e gli altri compratori. Ma, qui sta il punto, chi sono i partecipanti all’asta, i cosiddetti investitori istituzionali? Un gruppo ristretto, un cartello di pochi giganti della finanza comprendente il gotha affaristico del mondo, Citygroup, Goldman Sachs, Morgan Stanley eccetera. Gli unici italiani sono Unicredit e Intesa San Paolo, massimi partecipanti di Bankitalia, di cui conosciamo la prevalente composizione azionaria estera.

Non ci toglieremo il cappio dal collo se continueremo a riservare il controllo del nostro debito sovrano a un cartello di speculatori internazionali che agiscono in sintonia e possiedono direttamente almeno 700 miliardi di nostri titoli, e molti altri attraverso partecipazioni e incroci azionari. Fortunatamente, è in corso un lento ritorno dei buoni in mani italiane, che andrebbe favorito con un cambio di marcia i cui contorni sono stati delineati da diversi docenti e esperti. La prima mossa è quella di imporre alla Banca d’Italia, che resta un soggetto di diritto pubblico, di comportarsi come la sua omologa tedesca, la Bundesbank, che, in caso di aste nelle quali il collocamento non è totale, non accetta vendite a tassi più elevati, ma trattiene i bond invenduti per piazzarli al momento più favorevole. Nonostante il Trattato di Maastricht, la Buba agisce come elemento di equilibrio del sistema tedesco.

Dobbiamo riprendere a utilizzare la ricchezza nostra, frutto di generazioni di risparmiatori laboriosi. Far scendere gradualmente la quantità di BTP (ora all’80 per cento del totale) a favore di BOT e CCT, da remunerare in maniera magari modesta, diciamo l’1, 1, 5 per cento, ma tale da suscitare l’interesse delle famiglie, sottraendole al ricatto degli investimenti a rischio offerti dal sistema creditizio. Il motivo per cui la nostra banca ci fa firmare pile di documenti fitti di clausole scritte in caratteri minuscoli, che non leggeremo mai e comunque non capiremmo, è per farci accettare il rischio degli investimenti che ci propone/impone, interessi spesso in contrasto con quelli del nostro Paese.

Attraverso l’inversione dei meccanismi d’asta, si potrebbe rimettere nel sistema pubblico un consistente pezzo di risparmio privato con l’opportunità di ricomprare nel tempo i BTP in mano alla speculazione. A quel punto, la pistola dello spread sarebbe scarica. L’arma del ritiro dei bond germanici utilizzata dalla Buba permette di aggirare il divieto dell’art.123 del Trattato di Maastricht che vieta prestiti diretti agli Stati, peraltro ampiamente superato dalle acrobazie finanziarie che permettono da quasi quattro anni l’iniezione nel sistema bancario da parte di BCE di decine di miliardi di euro virtuali ogni mese, per sconfiggere, con modesti risultati, la deflazione.

Il grosso problema all’orizzonte internazionale è la crescita costante del debito privato, una distorsione da cui l’Italia è risparmiata. Un prestigioso organismo di consulenza, il Boston Consulting Group, già nel 2011 ha pubblicato un rapporto in cui consigliava di cancellare parte del debito privato, prendendo atto che non sarà mai ripagato.  Una soluzione nota già nella Mesopotamia e tra gli antichi ebrei, a cui Dio ordinava di rimettere ogni debito dopo mezzo secolo (sette volte sette anni), di cui resta traccia nella preghiera del Padre Nostro. La finanza postmoderna ha escogitato una soluzione alternativa, che sta facendo inserire nelle legislazioni degli Stati assoggettati al suo dominio. Si chiama bail in (le parole devono sempre risultare oscure, arcane, per impressionare e confondere) e significa prelevare i nostri soldi, forzosamente e per legge, dai nostri conti. Nel diritto penale comune si chiama rapina ed è un titolo di reato, ma la nuova legalità incombe ed è urgente difenderci.

Fondamentale è disporre di un grande istituto bancario pubblico in grado di convogliare i risparmi, renderli sicuri rilanciando il ruolo fiduciario dello Stato. Gli strumenti esistono: Banco Poste è un istituto di diritto privato, ma la proprietà è pubblica, la sua diffusione sul territorio capillare. CDP, Cassa Depositi e Prestiti può essere convertita in una vera banca di investimento in grado di alimentare l’economia reale e assorbire parti di debito. Nulla di nuovo: è il ruolo della tedesca Kreditsanstalt fuer Wiederaufbau (Istituto di Credito per la Ricostruzione), attraverso la quale la Repubblica Federale finanzia operazioni che non figureranno nel bilancio dello Stato, mascherando al ribasso il proprio debito, a partire dal riacquisto dei titoli pubblici sul mercato secondario e dalla messa in sicurezza del debito degli enti pubblici. La raccolta di KfW (oltre 500 miliardi) è circa doppia rispetto alla nostra CDP. Analogo ruolo ha la francese BPI, Banque Publique d’Investissement, segno che gli Stati che intendono proteggere la propria sovranità economica riescono a farlo.

Alcuni propongono di estendere a tutti i cittadini l’obbligo di disporre di un conto fiscale già vigente per le partite IVA. Un conto corrente fiscale attivo presso Banco Poste, organizzato come sistema di pagamenti interno, renderebbe più semplice la raccolta del risparmio privato nazionale destinato a BOT dal rendimento modesto, ma certo, bypassando le regole che l’oligarchia ha imposto per i propri interessi. I rubinetti chiusi dall’esterno si riaprirebbero per merito della ricchezza che gli italiani hanno silenziosamente prodotto e conservato, di cui non devono essere espropriati dalla finanza internazionale nemica.

La conclusione è che la situazione è molto difficile, agire è complicato ma non impossibile, a patto che vengano assunte decisioni condivise da un popolo unito. Sappiamo che la tradizione di divisione intestina, il preferire lo straniero all’avversario interno è antica quanto la nostra nazione. Tuttavia, se intendiamo conservare non solo sovranità e indipendenza, ma la concreta proprietà del nostro denaro, frutto del sudore nostro e dei padri, da trasmettere ai figli, non vi sono alternative. La strada è stretta ma non del tutto impraticabile. Ai tempi della Roma repubblicana, minacciata nella sopravvivenza dalla potenza cartaginese, Catone il Censore, custode intransigente della romanità, usava concludere i suoi discorsi in Senato con una frase destinata a riassumere l’intera politica di Roma: ceterum censeo Carthaginem esse delendam”, per il resto, penso che Cartagine debba essere distrutta.

Nel presente, nessun vero cambiamento potrà ripristinare la sovranità popolare e la stessa democrazia politica se non recupereremo il controllo pubblico dell’emissione e della circolazione del denaro, sottraendola ai potentati finanziari privati che ce l’hanno legalmente sottratta, creando il debito nella forma e nell’abnorme dimensione attuale. Quel giorno i popoli torneranno a respirare. Sino ad allora, dovremo accettare un destino da servi o, al massimo, difenderci con meccanismi del tipo di quelli esposti, elaborati da studiosi estranei al potere dei signori del denaro. La Cartagine finanziaria non può essere riformata, ma sconfitta attraverso la volontà popolare.

Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo. Per maggiori info, leggi la nostra Cookie Policy e la nostra Privacy Policy.

Chiudi