Se gli algoritmi Facebook censurano pure la Dichiarazione d’indipendenza Usa

Algoritmi che decidono cosa si può dire e cosa no. E se sono gli uomini a prendere spesso dei granchi, figuriamoci le formule matematiche che dagli uomini sono state inventate.

Il caso che arriva dagli Stati Uniti in questi giorni è emblematico: il portale texano The Liberty County Vindicator, alla vigilia del 4 luglio, ha postato su Facebook dei passaggi della Dichiarazione di indipendenza americana. Niente insomma di tanto strano, anzi un’operazione da incoraggiare, laddove il promotore dell’iniziativa voleva solo diffondere un po’ di conoscenza storica fra i suoi lettori in occasione dell’importante festa nazionale.

Ma la mannaia era dietro l’angolo: un algoritmo di Facebook ha infatti oscurato uno dei post e informato l’utente che il testo che voleva pubblicare andava contro gli standard della piattaforma social in materia di incitamento all’odio. Il motivo? Il passaggio, scritto nel lontano 1776, parlava di “spietati selvaggi indiani”.

Il caso, di là dall’Atlantico, ha fatto molto rumore. “Sfortunatamente Jefferson, come la maggior parte dei colonizzatori britannici del suo tempo, non aveva una visione molto amichevole dei Nativi Americani”, ha commentato ironicamente l’editore del Liberty County Vindicator, Casey Stinnett.

Resosi conto dell’inciampo, Facebook ha ripubblicato il post e ha presentato al portale le proprie scuse per “l’errore”.   Lieto fine? Insomma… Affidare la “correttezza” di una cosa tanto complicata come il pensiero di un essere umano a una formula matematica non sembra rappresentare certo la risposta giusta alle sfide di questi tempi, così fecondi di cambiamento. Probabilmente, gli appelli a queste “sfide” andrebbero quindi rivolti proprio ai colossi del mondo digitale, che sempre più spesso inciampano in simili “epic fails”. A maggior ragione in tempi in cui la censura sul web arriva addirittura a spaccare istituzioni come l’Europarlamento, la semplicità di come si arriva a silenziare la base stessa di alcune civiltà del mondo fa riflettere sul grado di libertà reale di questo mondo così virtuale.

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