In Italia vige il presidenzialismo di fatto. Ora però serve anche di diritto

Pochi si sono accorti di quanto sia cambiato il nostro paese; almeno dal punto di vista costituzionale. Formalmente siamo ancora una repubblica parlamentare, con i suoi riti, i suoi tempi e i suoi dogmi. Sostanzialmente però, da tempo, è certificata la nascita di una repubblica presidenziale di fatto; di fatto, perché non è formalizzata in alcuna norma della nostra Costituzione.

Le direttive sulle quali si è sviluppato (e affermato) il “presidenzialismo” sono essenzialmente  due: da una parte, il tentativo quasi ossessivo (e direi legittimo) di Berlusconi di ritagliarsi durante i suoi anni di governo un ruolo di vero Premier (e non di primus inter pares), con la richiesta di maggiori poteri e il rivendicare il diritto di essere prescelto direttamente dai cittadini; dall’altra, un sempre più crescente ruolo del Presidente della Repubblica, non più mero notaio delle dinamiche parlamentari, ma vero e proprio protagonista della vita politica italiana.

Chiaramente siamo dinanzi a una modificazione sostanziale della nostra Carta Costituzionale, immutata negli anni, soprattutto per quanto riguarda questo tema. Il parlamentarismo è fallito; da anni non è più coerente né funziona a dovere. Soprattutto ha mostrato i suoi limiti in un contesto sociale che si evolve velocemente e che richiede azioni politiche tempestive. Il presidenzialismo, dunque, si è imposto quasi naturalmente, come risposta alle inefficiente dell’attività parlamentare, alle dinamiche partitiche non più capaci di dare risposte concrete ai cittadini.

Se noi guardassimo con occhio critico le vicende recenti, potremmo renderci conto di questa ineludibile verità. Quando mai, in passato, i partiti avrebbero chiesto “aiuto” al Capo dello Stato, addirittura pregandolo di rimanere al Colle? Quando mai il segretario di un partito che vince le elezioni (anche se di misura) si sarebbe lasciato condizionare dalle decisioni del Presidente della Repubblica? Quando mai un Capo dello Stato avrebbe parlato duramente alle Camere come ha fatto Giorgio Napolitano nel suo discorso di insediamento?

Un tempo il Quirinale era poco più di un mausoleo e il Presidente della Repubblica il monumento vivente alla gloria repubblicana. Ma nulla di più. La politica passava dal Colle solo di sfuggita e solo per adempiere ai riti costituzionali (come le consultazioni). La politica la si faceva nelle aule parlamentari e nelle segreterie dei partiti. Oggi invece le cose sono radicalmente mutate. Il Quirinale è diventato il crocevia politico fondamentale, e le decisioni presidenziali sono diventate pesanti come macigni, quasi determinanti e in ogni caso autorevoli.

Parlare dunque di presidenzialismo non è certo scandaloso; sarebbe impossibile evitarlo o negarlo. La nostra è diventata una forma costituzionale ibrida: formalmente siamo una repubblica parlamentare; sostanzialmente la nostra architettura costituzionale ha assunto dei correttivi presidenziali che hanno supplito le inefficienze partitiche in momenti delicati come questo. Il Presidente della Repubblica è diventato il punto di riferimento, la stabilità e la coerenza in un groviglio caotico di veti incrociati e pregiudizi politici. È diventato colui che sbroglia la matassa e rimette i pezzi del puzzle politico al proprio giusto posto. Addirittura, oggi è chiamato a prescegliere il capo del governo, con la inevitabile conseguenza che la sua fiducia è propedeutica a quella parlamentare (ne sa qualcosa Bersani).

Perché dunque vergognarsi ad ammetterlo? Perché avere paura del presidenzialismo? Paesi importanti come USA e Francia sono repubbliche presidenziali e vivono le loro dinamiche politiche in un contesto presidenzialista. Da noi, la logica antifascista ha precluso l’accesso a forme di repubblica che esprimessero governi forti e autorevoli. La paura di un rigurgito autoritario, attraverso un primo ministro forte e dotato di consenso popolare non mediato dai partiti, o in alternativa l’ipotesi di un presidente eletto direttamente dal popolo, indusse i nostri padri costituenti a optare per un sistema assembleare che fin da subito mostrò i propri limiti e la propria inadeguatezza a gestire un paese come l’Italia. E questi limiti soprattutto negli ultimi venti anni sono diventati fiumi inguadabili.

Dobbiamo avere la forza e il coraggio di cambiare strada e di saper cogliere l’evoluzione dei tempi e le nuove necessità. Nel presidenzialismo ci siamo già da un po’ e persino i suoi detrattori (ormai una esigua minoranza ideologicamente predefinita) ne sono pienamente consapevoli. Manca solo una norma costituzionale che lo riconosca solennemente. Quasi certamente, allora, potremmo dire addio ai governi lampo, ai governi tecnici, agli inciuci, allo scouting dei parlamentari e alle infinite mediazioni partitiche volte a rimediare qualche voto di fiducia per far sopravvivere un governo agli umori parlamentari. Perché saranno i cittadini a dargli direttamente la fiducia, una volta e fino al suo termine naturale.

Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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