Modifichiamo la norma sull’apologia del fascismo. Diventi apologia delle ideologie antidemocratiche

grazianiLeggevo stamattina che il sindaco di Affile (Lazio) è indagato per apologia di fascismo, per il finanziamento a un mausoleo intitolato al gerarca fascista Rodolfo Graziani. Mausoleo finanziato con i soldi regionali quando ancora la regione Lazio era governata dalla Polverini. Poi Nicola Zingaretti (PD) ha bloccato il finanziamento, con esultanza e soddisfazione delle associazioni partigiane.

Non voglio entrare nel merito della vicenda, anche perché non ho una approfondita conoscenza del Gen. Graziani, e le notizie sono contrastanti, e come sempre – quando si tratta del ventennio – si rischia di inoltrarsi in un intrico storico pericoloso.

Voglio semmai concentrarmi un attimo sul reato di apologia del fascismo introdotto negli anni ’50, in attuazione della XIIa norma transitoria della Costituzione. La legge è la n. 645 del 1952, la quale, all’art. 4 in particolare, stabilisce che “chiunque, fuori del caso preveduto dall’art. 1, pubblicamente esalta esponenti, principii, fatti o metodi del fascismo oppure le finalità antidemocratiche proprie del partito fascista e’ punito con la reclusione fino a due anni e con la multa fino a lire 500.000. La pena e’ aumentata se il fatto e’ commesso col mezzo della stampa o con altro mezzo di diffusione o di propaganda. La condanna importa la privazione dei diritti indicati nell’art. 28, comma secondo, n. 1, del Codice penale per un periodo di cinque anni“.

Sicuramente questa norma aveva una sua ratio negli anni ’50, quando il fascismo (o i suoi residui) impregnavano ancora la mentalità italiana e le istituzioni, e la cultura democratica non era ancora entrata pienamente a far parte del nostro corredo genetico-politico. Ma oggi risente chiaramente della pesantezza dello scorrere del tempo e dell’evoluzione dei costumi, costituendo – a mio parere – una straordinaria limitazione alla libertà di associazione, di pensiero e del godimento del diritto a manifestarlo con tutti i mezzi, che non sono più quelli della sola stampa cartacea, ma anche i mezzi telematici, i quali favoriscono un intenso interscambio ideale e culturale che va al di là dei confini territoriali in cui il pensiero stesso si manifesta.

Eppure, ciò nonostante, ancora oggi la questione si pone tra due esigenze fondamentali: da una parte quella di tutelare le libertà politiche dei cittadini italiani e dall’altra evitare che tali libertà possano essere utilizzate quali grimaldelli per alterare (o annientare) la struttura democratica del nostro sistema politico, inserendovi dei valori e dei principi contrari o comunque incompatibili con la democrazia. Ma se questa è la duplice esigenza, allora sarebbe opportuno che se reato di opinione deve essere (perché il divieto di apologia del fascismo è un reato di opinione), lo deve essere completamente.

La verità è che la norma soffre di una visione parziale del concetto di regime antidemocratico o anticostituzionale. Il fascismo del ventennio è solo una delle tante varianti di regime che sopprimono, limitano o addirittura reprimono le libertà individuali e si pongono (in teoria) contro l’architettura democratica stabilita nella nostra Carta Costituzionale. Ne esistono però delle altre che – paradossalmente e incredibilmente – non sono prese in considerazione dalla legge. Si pensi all’ideologia comunista e ai regimi comunisti, i quali tuttora predicano la dittatura del proletariato e la soppressione delle libertà fondamentali come la libertà di associarsi liberamente e di costituire partiti e associazioni, ovvero di manifestare liberamente il proprio pensiero o di essere i proprietari di qualcosa. Ma anche altri regimi, a sfondo teocratico, o comunque regimi che pur non avendo una chiara identificazione politico-religiosa, stabiliscono una concentrazione del potere nelle mani di un solo uomo (il dittatore) o di una oligarchia definita, con evidente disprezzo delle strutture democratiche.

Insomma, la fenomenologia antidemocratica è variegata e ridurre il reato di apologia al solo fascismo, comporta inequivocabilmente che il reato di opinione – come dissero i primi critici della legge – nega le libertà di associazione e di pensiero (garantiti costituzionalmente) a una (sola) categoria ideologica, o meglio ai possibili sostenitori di una predefinita fazione politica. Lasciando fuori tutte le altre che al pari della prima comunque si pongono in contrasto con gli stessi beni giuridici asseritamente difesi dalla norma punitiva. Trattasi dunque di una palese violazione di un altro principio costituzionale: il principio di uguaglianza, sancito all’art. 3 Cost.

E allora delle due l’una. O il legislatore abroga sia la dodicesima disposizione transitoria e di conseguenza la norma di legge in sua attuazione, traendo la conseguenza del superamento storico del fascismo, oppure modifica la norma affinché vengano ricompresi nella sua operatività penale qualsiasi partito, movimento, associazione e/o principi e/o esponenti (storici e non) che in un modo o nell’altro predichino, incitino (o abbiano predicato o incitato) l’abbattimento delle istituzioni democratiche, la limitazione o la soppressione delle libertà individuali, ovvero esaltino (o abbiano esaltato) regimi autoritari presenti o passati, o ancora denigrino le istituzioni democratiche e costituzionali. Se tutela deve essere lo sia a 360° e non solo a 180°.

Pubblicità

Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo. Per maggiori info, leggi la nostra Cookie Policy e la nostra Privacy Policy.

Chiudi