Sacrifichiamo la nostra sovranità per abbattere debito pubblico

Partiamo con due osservazioni. La prima è questa: il debito pubblico italiano ammonta all’incirca in 2000 miliardi di euro; il 30% di questo debito è già in mano estera (soprattutto mani americane, cinesi e arabe). La seconda è questa: lo Stato italiano deve abbattere debito per rientrare nei parametri europei, e una delle soluzioni più in voga è il taglio alla spesa pubblica e un sostanzioso programma di privatizzazione degli assets pubblici, molti dei quali strategici.

Fatte queste due osservazioni, non possiamo non tenere presente il crescente interesse degli stranieri nei confronti del made in Italy (gli investimenti americani sono cresciuti del 70% nel 2013). Ma non nel senso di acquistare prodotti fatti in Italia, bensì nel senso di acquistare chi produce “italiano”. Ecco dunque che sul mercato interno fa capolino Soros, che intende investire 22 milioni di euro su IGD, l’immobiliare della Coop. Mentre i cinesi puntano a comprare il 2% di Eni ed Enel, sborsando 2 miliardi di euro. E che dire poi del Fondo sovrano del Kuwait (KIA), che ha costituito con il Fondo strategico italiano una società che custodirà le partecipazioni in Ansaldo Energia, Metroweb, Hera, Kedrion, Sia e Valvitalia?

Uno shopping indubbiamente legittimo e che addirittura molti analisti, politici e osservatori auspicano, insistendo sull’opportunità che il Governo italiano abbatta debito, liberandosi del proprio patrimonio economico e produttivo e apra agli investimenti esteri. Ma è l’altro lato della moneta che non è confortante. Perché, se è pur vero che gli investimenti stranieri in Italia possono significare più lavoro, e dunque più ossigeno per gli italiani stremati dalla crisi, è anche vero che l’acquisizione massiccia di assets (strategici e non) da parte di potenze straniere o di potentati finanziari variamente definiti (miliardari, corporation, banche, società di investimento ecc.) relativizza sempre più la nostra sovranità e la svuota della propria sostanza.

La verità dunque è più complessa: debito, investimenti stranieri e sovranità sono elementi collegati fra loro in modo quasi indissolubile. Maggiore è la quota di debito pubblico in mano agli stranieri e/o ai potentati finanziari, minore è la capacità di un popolo di incidere o di influenzare le scelte dei propri governanti, condizionati dalle cancellerie di mezzo mondo o dai consigli di amministrazione delle corporation. Maggiore è la quota di debito pubblico in mano agli stranieri e/o ai potentati finanziari, maggiori saranno le probabilità che uno Stato si liberi dei propri assest produttivi strategici per abbattere debito. Assest poi acquistati da quegli stessi stranieri che hanno investito nel debito pubblico. Di fatto, dalla padella nella brace.

L’obiettivo pare essere proprio questo. E sicuramente non possiamo prendere a esempio paesi come la Gran Bretagna e gli USA, dove gli investitori stranieri (fondi sovrani e non solo) fanno affari d’oro. Se è pur vero che l’approccio in questi paesi è più aperto e il quadro istituzionale è più stabile, è anche vero che la perdita di autorevolezza e di influenza che ha contrassegnato le due nazioni nell’ultimo decennio è frutto di una politica eccessivamente aperta nei confronti degli investimenti stranieri. Del resto, non possiamo dimenticare che una buona parte del debito sovrano USA è in mano cinese, mentre quello della Gran Bretagna è prevalentemente in mani arabe e russe. Ed è chiaro che queste pesanti presenze poi, inevitabilmente, definiscono le scelte politiche ed economiche di fondo di quei paesi (immigrazione, libertà, geopolitica).

Indubbiamente l’Italia deve aprirsi agli investimenti che siano utili alla ripresa economica. Ma è chiaro ed è indiscutibile che l’abbattimento del debito pubblico – ammesso sia un problema (e per il Giappone non lo è, nonostante sia il paese più indebitato del mondo) – deve avvenire soprattutto per altre vie: razionalizzazione ed efficienza della pubblica amministrazione, stabilità politica, abbattimento del carico fiscale ed efficienti politiche di sviluppo con investimenti pubblici ad hoc. Gli investimenti stranieri ci possono pure stare, ma non dovrebbero mai superare un certo limite, e non dovrebbero mai poter mettere le mani sui settori strategici di una nazione. Soprattutto non dovrebbero mai compromettere né limitare la sovranità della nazione.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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