Analisi non convenzionale dell’astensione

basta_non_voto_nLe elezioni in Italia sono da sempre la fotografia di come il potere politico articola, consolida, mantiene o – quando vi riesce – estende la sua mano fin dentro i gangli più periferici della pubblica amministrazione.
Le astensioni di massa delle ultime tornate elettorali sono il rifiuto di questa logica, vissuto ed espresso dalla gente a pelle, senza tante ulteriori specificazioni ed approfondimenti.
Semplicemente, in modo molto radicato e ferino, chi non vota sa che non ha niente da guadagnare personalmente ad andare a votare.

È talmente radicato il significato delle tornate elettorali locali e nazionali così come incarnato da tutte le forze politiche tradizionali che la gente lo fa suo comunque: non mi dai niente, non vado a votare.
La scandalosa presenza di ben 19 candidati alla carica di Sindaco per Roma alle ultime comunali, ad esempio, a fronte di mezza metropoli che non si è recata a votare è la fotografia perfetta di questo dato di fatto.
Quelli che non votano sono coloro, tendenzialmente, che dalla politica sanno di non potere avere alcun che indipendentemente da chi localmente o a livello nazionale li governerà: gli esclusi.

Tale scarna definizione del think process attraverso il quale la gente comune va o non va a votare, per quanto non esaustivo, è abbastanza indicativo delle caratteristiche essenziali con cui qualificare le motivazioni di voto reali dell’elettorato medio in una democrazia immobile e bloccata come la nostra: bassa razionalità e/o ‘forte’ interesse personale a recarsi al seggio.
Per ‘forte’ interesse personale è abbastanza ovvio cosa intendere: si va dal “mi hai assegnato il parcheggio personale sottocasa e ti voto” al “mi hai facilitato quella pratica burocratica e ti voto”, “ho quell’amico o parente che si candida ed in vista di un eventuale favore e non avendo di meglio da scegliere lo voto”. Chi più ne ha più ne metta.

Per bassa razionalità si intende invece quell’atteggiamento decisionale che avendo per sottofondo il precedente, anche quando porta a prendere in considerazione alternative di voto che possono rappresentare una ipotesi di cambiamento reale, queste vengono percepite e vissute all’incirca così: “ti voto, ma devi cambiare qualcosa immediatamente altrimenti tanto valeva votare gli altri o starmene a casa”.
Quando la bassa razionalità si associa a grandi motivi di reale e giustificata protesta, comunque, è sempre in questo modo che essa viene declinata dalle persone comuni: più si ha voglia di cambiamento, più il cambiamento, anche perdendo talune caratteristiche di razionalità e credibilità, vuole essere visto e toccato con mano subito od almeno percepito in tal senso. Il voto di protesta in un clima a bassa razionalità come quello di cui stiamo parlando ha un arco temporale, quindi, breve ed ondivago.

Le forze politiche che si propongono per il cambiamento di questo paese, se lo vogliono ottenere realmente, dovrebbero tenere presente con maggiore attenzione questa caratteristica dell’elettorato medio incline al non voto, anche e soprattutto quando la situazione è particolarmente favorevole a farlo decidere di ritornare a votare per una forza alternativa al mero status quo.
Tutto ciò che esula da queste motivazioni è del tutto inutile da proporre nel breve-medio periodo, poiché implica un arco temporale di 5-10-20 anni per la sua realizzazione che non si coniuga mai molto bene con una situazione politicamente ed economicamente drammatica come quella italiana e con gli umori dell’elettorato medio.
È molto importante rimarcarlo, perché è dalla compatibilità tra la proposta politica effettuata e questa composizione dell’elettorato medio che possono essere valutate oggettivamente, al di là delle buone intenzioni, le qualità e la possibile incisività delle proposte politiche in grado di porsi alla guida di un cambiamento serio e credibile del paese in tempi rapidi e aderenti alla gravità della situazione.

Programmi e tesi validissime, ma che mancassero della necessaria aderenza a questo orientamento dell’elettorato medio incline all’alternativa, spesso possono nascondere la più o meno consapevole volontà effettiva di piccoli gruppi organizzati della società di migliorare o acquisire la propria posizione di rendita all’interno dello stesso identico modo di procedere di chi è stato prima di loro nella stessa posizione di privilegio alla quale si ambisce.
Non c’è programma innovativo che tenga di fronte a questi dati strutturali sulla situazione. Se tale programma politico, per quanto buono, non riesce ad essere percepito e sostenuto da proposte declinabili ed attuabili in tempi relativamente brevi, esso non si tradurrà in forme di consenso tali da consentire di aspirare al governo del paese.

Meglio un programma limitato, ma da subito in grado di incidere oppure nulla è credibilmente presumibile fare per riuscirvi veramente.
Verrà un tempo nel quale la qualità della proposta complessiva farà la differenza su tutto il resto, ma prima il paese ha bisogno, democraticamente se possibile ancora, di liberarsi dal porco che se lo sta divorando da anni, per ricominciare a respirare e a confrontarsi serenamente e ad armi tematiche e opportunità pari.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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