“Bibi” Netanyahu, Re d’Israele nonostante la campagna mediatica occidentale

1407403558244_wps_1_Tel_Aviv_Israeli_Prime_Mi“Speranza” e “Cambiamento”. Erano queste le parole d’ordine dei media italiani ed europei che con commovente abnegazione hanno tirato la volata a “Campo Sionista” di Isaac Herzog e Tzipi Livni, la strana alleanza di centro-sinistra costituitasi con il preciso obiettivo di “cambiare verso” (per dirla alla Renzi) ad Israele e detronizzare il Re, Benjamin “Bibi” Netanyahu.
Non è andata come previsto: il Re è ancora sul trono e Israele sembra virare ancora più a destra rispetto alla precedente legislatura. Era, in realtà, ciò che voleva lo stesso Netanyahu: porre fine alle divisioni che hanno lacerato il governo uscente e dare un segnale di forza. C’è stato. Re Bibi, acclamato dalla folla, ottiene il quarto mandato, terzo consecutivo. Il suo Likud conquista 30 seggi in parlamento sui 120 disponibili, distanzia di 5 punti percentuali l’accoppiata Herzog-Livni e ottiene una conferma che rafforza la figura del premier. Il prossimo governo sarà di centro-destra con un baricentro spostato a destra: Likud insieme a Naftali Bennet e Avigdor Lieberman (44 seggi in tre), più la destra ultraortodossa dello Shas (altri 7 seggi) e la sorpresa Kuluna, nuovo movimento centrista fondato da Moshe Khalon, che con i suoi dieci seggi si avvia ad essere l’ago della bilancia. Con gli ulteriori 7 seggi dello United Torah Judaism, partito religioso, si arriva ad una discreta maggioranza di 68 seggi. Niente governo di larghe intese, come avrebbe voluto il presidente Reuven Rivlin, salvo clamorose sorprese. E soprattutto niente fine dell’era Netanyahu.

Cosa non ha funzionato nella propaganda europea-obamiana cui si sono prestati i media nostrani? Dipingere Netanyahu come un Diavolo, il responsabile “dell’isolamento internazionale di Israele” e l’unico ostacolo all’avvio di un processo di pace in Medio Oriente può aver turbato qualche anima bella occidentale, ma non certo gli israeliani che hanno preferito scegliere a chi affidare la propria sicurezza e “i propri figli”, per citare un fortunato spot elettorale in cui il premier ha fatto la parte del “Bibi-sitter”. Appare evidente che il popolo israeliano abbia scelto la strada dell’intransigenza, persuaso che qualsiasi negoziazione con il terrorismo islamico sia destinata a fallire. “Pace, ma non incondizionatamente”, diceva Netanyahu baby sitter, nello spot elettorale. Lo dice anche da premier. Ed è quello che vuole Israele.

Non solo. Dando per scontata la buona fede dei sondaggi, Netanyahu ha fatto una promessa quando la sconfitta sembrava ormai quasi sicura: “Se vengo eletto, non ci sarà mai uno stato palestinese”. Tanto è bastato per il trionfo, inaspettato alla vigilia.

Gli israeliani, senza alcun condizionamento esterno, hanno scelto il loro premier da uomini liberi. Un privilegio impossibile a Gaza. I primi a doversene fare una ragione sono Barack Obama – che certo non può e non deve dare la colpa dei suoi errori (sostegno al nucleare iraniano compreso) alla politica interna di Israele – e i sostenitori occidentali dei “Due popoli, due stati” che hanno tirato la volata all’accoppiata Herzog-Livni. Questi ultimi, in caso di vittoria del centro-sinistra, avrebbero avuto un’amara sorpresa dopo essersi illusi che un tipetto come Tzipi Livni, ex agente del Mossad, sarebbe stata tenera nel trattare coi terroristi islamici. La sinistra israeliana non è quella italiana. Ma non potranno mai saperlo.

Ai giornalisti nostrani non resta che riprendere la campagna anti-Netanyahu, parlando di catastrofe e di pace impossibile, come se fosse colpa di Israele. Ma se davvero la democrazia non è un’opinione, bisogna rispettare la volontà del popolo israeliano: niente stato palestinese. E Bibi a proteggere i loro figli.
Se questo costerà l’isolamento da parte di Obama e dell’Ue, non sarà un grande problema. In fondo, elettoralmente parlando, abbiamo visto che fine abbiano fatto i candidati sponsorizzati dalla premiata ditta Obama-Ue.
E, al di là dei sondaggisti israeliani, anche qualche direttore di giornale o Tg italiano dovrà recitare il mea culpa.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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