Come il fallimento del federalismo all’italiana si è trasformato in un salasso

federalismoE hanno ancora il coraggio di chiamarlo federalismo, o addirittura federalismo fiscale. A quasi quindici anni dalla frettolosa approvazione da parte del governo Amato della tanto discussa riforma del Titolo V, il federalismo in salsa italiana si è rivelato un clamoroso – quanto prevedibile – fallimento che sta depredando il portafoglio dei contribuenti. Qual è il motivo principale di questo costoso flop? La risposta è piuttosto elementare: il pasticcio del 2001 non è classificabile come federalismo, ed è stata solo l’ennesima, confusa tappa di un più generico percorso di decentramento iniziato con le riforme Bassanini degli anni Novanta – le cosiddette riforme a Costituzione invariata – e proseguito all’insegna della ripicca politica piuttosto che dell’ordine e della razionalità. E’ superfluo ricordare, infatti, che la genesi di quella riforma – scritta in fretta e furia dal centrosinistra per ricercare consenso in vista delle elezioni – è degna del peggiore azzeccagarbugli.

La concessione di una sempre maggiore autonomia agli enti locali non ha trovato un corrispettivo nell’attuazione di un credibile federalismo fiscale: queste lacune hanno generato molte delle situazioni di malaffare che hanno riempito le cronache degli ultimi anni. E’ venuto a mancare, in sostanza, uno degli aspetti fondamentali che caratterizzano ogni sistema compiutamente federale: il principio della responsabilità di spesa. I motivi che spingono un Paese ad adottare un sistema federale – qualora il federalismo non sia già elemento fondativo e caratterizzante del sistema istituzionale, come nei noti casi della Svizzera e degli Stati Uniti – sono soprattutto legati ad un guadagno in termini di efficienza dal punto di vista amministrativo-burocratico e una riduzione dei costi, nonché ad un contenimento della spesa e del debito pubblico: la direzione giusta per un Paese come l’Italia, dove lo Stato è sempre affamato di denaro. Inoltre, un vero federalismo risponde anche ad una richiesta di una maggiore vicinanza tra cittadini e istituzioni, e di un maggiore controllo degli elettori sui propri rappresentanti.

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In cosa si è tradotto, invece, il finto federalismo italiano? In un salasso fiscale per i cittadini, in una moltiplicazione dei centri di spesa locali – divenute succursali del potere centrale spendaccione -, in numerose situazioni di totale irresponsabilità finanziaria a livello locale – sanate con la puntuale, richiesta di un cospicuo assegno al governo centrale -, e con un sistema economico ancora ingessato e anni luce distante dalla dinamicità di un mercato caratterizzato dalla competizione e dalla sana concorrenza che un buon sistema federale dovrebbe favorire. I numeri fotografano una situazione impietosa: dal 1992 la spesa corrente delle amministrazioni centrali è aumentata del 53%; quella di regioni, province e comuni del 126%, e quella degli enti previdenziali del 127%. Il risultato? Spesa pubblica raddoppiata e, ovviamente, un’impennata delle tasse dirette e indirette a livello locale, arrivate ad aumentare del 500%. Di fronte a questi dati, parlare di federalismo fiscale è ridicolo. La recente relazione della Corte dei Conti sulla finanza locale mostra un incremento progressiva della pressione fiscale comunale, passata dai 505, 5 euro del 2011 ai 618,4 euro pro capite nel 2014. I magistrati contabili aggiungono che “la crescita dell’autonomia finanziaria degli enti non sembra produrre benefici effetti né sui servizi, né sui consumi e sull’occupazione locale”, sottolineando che sarebbe necessario rispolverare “il progetto federalista che lega la responsabilità di “presa” alla responsabilità di “spesa”. Considerata la vocazione neo-centralista della riforma costituzionale in itinere, tale auspicio della Corte dei Conti è destinato a cadere nel vuoto.

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Abbandonare ogni velleità federalista significa fare un favore allo status quo e consegnare il proprio portafoglio allo Stato. L’Italia avrebbe bisogno non solo di federalismo fiscale, ma anche di un profondo riordino territoriale e amministrativo che riduca i livelli di governo, al fine di creare una struttura istituzionale più snella e vicina ai cittadini. L’abolizione delle regioni e la creazione di un nuovo ente intermedio in sostituzione delle attuali – e troppe – province dovrebbe essere il primo passo per disegnare un’Italia diversa e in grado di competere senza complessi di inferiorità in Europa e nel mondo. Questioni di secondaria importanza per chi è impegnato a ideare hashtag.

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* Federico Cartelli, autore dell’articolo è direttore di The Fielder e autore del libro “Costituzione, Stato e crisi – Eresie di libertà per un Paese di sudditi”

Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
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