Da Amburgo si conferma che gli indiani “costruirono” le prove per incastrare i Marò

Il peschereccio St.Antony, la barca "maledetta" in fondo al porto di Neendakara, uno dei più grandi del Kerala in India e meta turistica per il suo famoso mercato del pesce, 1° marzo 2012. ANSA/ MARIA GRAZIA COGGIOLA
Il peschereccio St.Antony, la barca “maledetta” in fondo al porto di Neendakara, uno dei più grandi del Kerala in India e meta turistica per il suo famoso mercato del pesce, 1° marzo 2012. ANSA/ MARIA GRAZIA COGGIOLA
Clamoroso autogol degli indiani consumato al Tribunale del Mare di Amburgo dove di recente è stata esaminata e discussa l’istanza di parte italiana perché fosse negata la giurisdizione indiana sul caso Marò – richiesta accordata – e per l’annullamento del dispositivo di custodia cautelare deciso dalla Corte Suprema di New Delhi per i due militari, per la quale il tribunale non ha invece preso decisioni in merito, lasciando in vigore i domiciliari in India per Latorre e Girone. Nonostante in quella sede non si entrasse nel merito del caso giudiziario, gli indiani per imperizia, o per l’innata tentazione di voler sempre fare i furbi, hanno incluso tra gli allegati del voluminoso faldone depositato presso il tribunale di Amburgo contenente la loro requisitoria, atti non pertinenti il giudizio, che ovviamente i giudici non hanno neanche preso in considerazione. Con tale sotterfugio, gli avvocati di New Delhi hanno forse tentato di influenzare i giudici, od oppure lasciare perfidamente intravedere le loro accuse a Latorre e Girone, ma invece hanno finito col fornire evidenti ed oggettivi riscontri, insieme a tanti altri elementi probatori, della piena innocenza dei Marò. Forse qualcuno se n’è accorto nella delegazione indù, però ormai la frittata era fatta e dalla montagna di menzogne sottoposte all’attenzione negata dal tribunale ne sono emerse alcune particolarmente significative.

L’infortunio in cui sono incorsi gli indiani riguarda l’allegato no. 46 del fascicolo processuale che ha per oggetto le “testimonianze” rese da tre dei superstiti della sparatoria in cui hanno perso la vita due degli 11 uomini a bordo del St Antony, nonchè l’allegato no. 4 con le risultanze delle perizie balistiche condotte sui cadaveri delle vittime. Occorre fare una brevissima premessa. Il comandante Fredy Bosco, alle ore 23.30 ora locale del 15 febbraio del 2012, giorno dell’incidente, appena attraccato ad un molo del porto di Neendakara nel Kerala, rilasciò in piena notte una intervista a caldo ai numerosi reporter delle TV indiane, in particolare all’inviato dell’autorevole canale NDTV, il principale canale news 24 ore dell’India, che erano stati avvertiti dalla locale polizia dell’arrivo del peschereccio con le due vittime a bordo. Immagini e dichiarazioni in lingua tamil di quella intervista sono stati immortalati in un video che la difesa dei Marò dovrebbe avere, ma che sicuramente è in possesso, oltre che della fonte, del giornalista Antonio Capuozzo di TGCOM24 che lo ha passato in tv e messo in rete.

In quel video ripreso alle 23.30 Bosco dichiara che “un paio di ore prima”, cioè alle 21.30, si erano visti sparare addosso dal bordo di una grande nave di cui al buio non avevano potuto leggere nè il nome, nè notarne il profilo. L’incidente tra i Marò sull’Enrica Lexie ed i pirati, veri o presunti che fossero, era avvenuto alle 16.30, cinque ore prima. Gli orari non quadravano. Allora, tre giorni dopo, in un’altra intervista Bosco si correggerà, riferirà di essersi confuso, che l’incidente non era successo di notte, ma di giorno, alle 16.30 circa e che la nave era sicuramente l’Enrica Lexie. Ciò premesso, i tre testi, il Bosco e due pescatori che erano a bordo, tali Kinserian ed Adamai, hanno rilasciato dichiarazioni fotocopia, in cui si usano esattamente gli stessi termini messi in fila esattamente nello stesso ordine. Tra le frasi che fanno insospettire “l’indicibile miseria e una agonia della mente ed una perdita di introiti” per descrivere la tragedia della morte dei loro due colleghi pescatori, e che la “loro ordalia non è finita”. E’ verosimile che si tratti di espressioni di poveri pescatori? E che in tre abbiano detto esattamente le stesse parole? Ma c’è anche la controprova, questa frase in cui i tre separatamente dichiarano all’unisono che “onestamente e con la massima integrità alle 16,30 del 15 febbraio 2012 il natante finì sotto il fuoco non provocato, improvviso dei marinai Massimiliano Latorre e Salvatore Girone della Enrica Lexi”. Tutti e tre scrivono correttamente il nome dei nostri militari, ma tutti e tre omettono la e finale di Lexie.

Se si ritagliassero le tre dichiarazioni e si disponessero sul vetro di una finestra illuminata tutti i caratteri di parole e frasi si sovrapporrebbero in modo perfetto. In criminologia, se la firma apposta su due documenti è esattamente sovrapponibile si conclude che essi, o almeno uno dei due, siano contraffatti. Le tre dichiarazioni sono state evidentemente replicate con il copia-incolla, e contengono dei termini e costruzioni di frasi assolutamente al di fuori delle possibilità espressive di tre semianalfabeti. Il che fa ritenere che qualche oscuro funzionario della polizia del Kerala, o cancelliere del locale tribunale, sia stato imbeccato sul contenuto delle testimonianze. Una volta costruito il testo secondo le istruzioni ricevute, il solerte funzionario per far prima o per mera disattenzione, abbia poi attribuito col copia-incolla la stessa versione a tutti e tre i testi. Se ne conclude che gli affidavit che contengono le dichiarazioni testimoniali sono FALSI, costruiti con dolo e privi di alcuna validità giuridica.

Un secondo clamoroso infortunio è il ritrovamento tra gli atti della copia del referto dell’autopsia condotta dall’anatomopatologo K. S. Sisikala, che esaminò i cadaveri dei pescatori. Sisikala è un vero luminare della materia che ha dovuto eseguire decine di perizie necroscopiche di poveri pescatori crivellati da colpi di armi da fuoco sparati da pirati, dalla guardia costiera dello Sri Lanka o da concorrenti che ritenevano violati i propri spazi di pesca. Quel referto esclude che le ogive rinvenute nei cadaveri di Valentine Jelastine e di Ajeesh Pink fossero compatibili con i proiettili in dotazione ai Marò, tipicamente quelli di uso comune tra le truppe Nato. Per questo era stata fatto sparire, per cui si può essere certi che gli indiani si siano dimenticati di toglierlo dal mucchio di documenti depositati ad Amburgo come allegato no. 4.

Questo fatto, ora presentato come novità da alcuni quotidiani nazionali, non è nuovo per noi che denunciammo queste manipolazioni degli indiani in un apposito articolo apparso su Qelsi il 10 aprile del 2013, dal titolo ” Perizie taroccate e sparizione del St. Antony: così in India intendono incastrare i Marò”, articolo cui si rimanda per conoscere ogni dettaglio di questo importantissimo capitolo dell’istruttoria del caso Marò. La vera novità è che le nostre anticipazioni non solo si rivelano fondate e veritiere, ma che trovano conferma proprio dalla parte, quella indiana, dalla quale nessuno poteva aspettarsi che arrivasse, anche se solo per un errore maldestro. Ma si sa che il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. Per comodità di esposizione riportiamo un paio di brani di quell’articolo di due anni fa:

“Messi in galera i Marò, la polizia s’è affrettata il giorno dopo, il 16 febbraio, a recapitare i corpi delle due povere vittime sui tavoli di freddo marmo del Laboratorio di Scienza Anatomo-patologica del Kerala per le perizie di rito. L’autopsia è stata eseguita da una eminenza rispettata e riconosciuta nel campo, il professor Sisikala. Dopo aver passato attentamente in ricognizione anatomica i corpi dei due pescatori come si conviene, Sisikala redige un rapporto circostanziato nel quale, nero su bianco, scrive che i proiettili che hanno trapassato i pescatori (omissis)….sono compatibili con un calibro 7 e 62 lungo, non in dotazione ai Marò. Ma per uno straordinario prodigio, nella copia del rapporto che arriva sul tavolo del magistrato di Kollam, che a ragion di logica dovrebbe essere la stessa firmata dall’anatomo-patologo, il calibro cambia e diventa di 5 e 56, ovviamente compatibile con quello dato in uso alle truppe Nato, e quindi anche ai Marò.

(omissi)… perizia balistica sulle armi. Per capirne di più ci affidiamo a Luigi Di Stefano, un balistico di riconosciuta fama internazionale, perito nel processo per l’incidente del DC 9 Itavia nel cielo di Ustica, l’esperto che ha dimostrato che l’aereo esplose in volo non per colpa di un ordigno situato tra i bagagli nella sua stiva, ma perchè colpito dal missile di un esercito Nato nostro alleato …(omissis)…Ha dichiarato testualmente il Di Stefano dopo aver vagliato tutti gli elementi che riguardano i due Marò con la perizia dell’uomo di scienza : “Il documento balistico esibito dagli indiani è stato palesemente e grossolanamente contraffatto”. La sua indagine parte dai “fermo immagine” scattati sui filmati trasmessi dal Tg 1 e dal Tg 2 della Rai. Per cominciare, Di Stefano aveva già fatto notare che le pagine mandate in onda si limitavano al frontespizio ed alle conclusioni, ovvero che non si fosse fornita nessuna immagine del testo. Nel passaggio riferito a Binki o Pink, una delle due vittime, si vedono addirittura due residui dello scritto originale parzialmente rimosso e sostituito. L’indicazione del mese e il nome sono sulla destra, mentre il resto del documento è ordinatamente allineato a sinistra. La stessa anomalia si ripete quando viene citato il reperto estratto dal cervello di Jelestine, l’altra vittima, a testimonianza del fatto che l’originale e la versione finale del documento non coincidono e non sono state redatte dalla stessa persona.

L’ingrandimento documenta le sbavature di una stampante diversa da quella usata per la versione originale del documento. Perfino la modalità di classificazione cronologica in esso si trasforma: nell’originale è Cr No.02/12, nella manipolazione è Cr. No: 02/12. E’ vero, ci sono solo due puntini in più, ma è una differenza significativa, perchè testimonia del fatto che si sia intervenuti a manipolare il documento originale. Perchè, a quale scopo? “

Concludevamo sottolineando che il 7 e 62 lungo da 31 millimetri è il calibro delle pallottole in dotazione al mitra Pk di fabbricazione russa. L’arma è montata di serie sulle torrette delle piccole unità Arrow Boat in dotazione alla Guardia Costiera dello Sri Lanka.

Infine, nella documentazione prodotta ad Amburgo dagli indiani segnaliamo la perla più fulgida ed abbagliante prodotta dalla loro stupidità, figlia diretta della loro ottusa malafede. Non sapendo più a quale appiglio attaccarsi, gli indiani hanno cambiato impostazione e tattica circa la richiesta di giurisdizione sul caso. Per i Marò l’Italia ha chiesto il rispetto dell’immunità funzionale che taglierebbe la testa al toro e renderebbe inutile la disputa circa il riconoscimento della territorialità del luogo ove avvenne l’uccisione di Valentine Jelastine ed Ajeesh Pink. Infatti, se tale immunità funzionale fosse riconosciuta, e l’India stando alla normativa internazionale la DEVE riconoscere visto che è firmataria dell’Unclos III, il procedimento giudiziario non riguarderebbe più direttamente i Marò, ma aprirebbe un contenzioso tra i due governi e i due militari dovrebbero essere immediatamente rilasciati (si fa per dire, dopo tre anni e mezzo di sequestro). L’immunità infatti va riconosciuta ai funzionari in missione ufficiale in rappresentanza di uno Stato, i quali non sono responsabili delle conseguenze del loro operato se questo si svolge sul teatro operativo e nell’ambito di quanto disposto dal mandato per compiere la missione loro affidata.

In Italia, recependo due Risoluzioni dell’Onu per il contrasto della pirateria in mare, la no. 1970 e la no.1973 entrambe del 2011, in base all’art. 5 del d.l. no. 107 del 12 luglio del 2011 varato dal nostro Parlamento, successivamente convertito il legge il 2 agosto del 2011 no. 130, vennero create delle unità militari specializzate delle forze armate italiane, i cosiddetti NMP, Nuclei Militari di Protezione, poi cooptate nel 2° Reggimento della Brigata San Marco. Il compito dei NMP, inquadrati come detto nella Marina Militare italiana, è quello di fornire protezione armata a navi italiane mercantili e passeggeri in navigazione in spazi marittimi internazionali a forte rischio di pirateria, ed in alcuni casi possono addirittura avvalersi del sostegno di altro personale delle forze armate. In base a questa nuova normativa, voluta dall’Onu e sollecitata anche dall’India, gli armatori possono sottoscrivere dei contratti per ottenere, dietro il pagamento di un premio forfettario giornaliero per ciascun Marò impiegato, servizi di protezione armata di equipaggio, nave e carico, cosa non permessa prima delle decisioni Onu ratificate e recepite dai Paesi membri. Tanto per chiarire, i Marò, cioè i militari dei NMP, sono funzionari dipendenti e stipendiati dallo Stato e non hanno alcun ritorno economico, a parte delle modeste indennità giornaliere quando all’estero in missione, dai contratti stipulati tra Marina Militare ed armatori.

È evidente che l’intervento di dissuasione e protezione preventitiva nei confronti del St Antony, se era il St Antony, perchè abbiamo dimostrato che quello non poteva essere lo stesso natante intercettato dai Marò, rientrava comunque tra le prerogative dei nostri militari che hanno temuto potesse trattarsi di un attacco di pirati su una imbarcazione che non esponeva alcuna bandiera (in spregio delle disposizioni internazionali), navigava a tutta forza su rotta di collisione, ed aveva in coperta numerosi uomini che imbracciavano armi automatiche. Quindi i Marò hanno agito da militari in missione ufficiale e si sono attenuti, come loro prescritto, alle previste regole d’ingaggio. Quindi del tutto legittima e fondata l’applicazione dell’immunità funzionale per il loro operato. Ad essere infondata era invece la richiesta di immunità avanzata ed ottenuta dall’India per 47 suoi soldati, ufficialmente Caschi Blu dell’Onu in missione di pace nel Congo, resposabili accertati da Onu e polizia locale di stupro di donne e bambine e di uccisione di molte delle loro vittime, di traffici illeciti di armi, droga e preziosi e di svariati saccheggi. In quella occasione, l’India invocò l’immunita funzionale per i suoi soldati, che fu riconosciuta da Onu e governo congolese nonostante i loro delitti non rientrassero certo nelle mansioni di peacekeepers, forze di interposizione di pace tra formazioni di belligeranti.

Tutto ciò premesso, nelle carte presentate ad Amburgo per evitare di riconoscere l’immunità ai Marò gli indiani si sono inventati, affermazione ovviamente non suffragata da prove, che Girone e Latorre non sono militari, ma due semplici contractors, cioè due guardie di un corpo privato di sicurezza a pagamento, una sorta di vigilantes per i quali l’immunità funzionale non vale. Siamo curiosi di vedere come il governo indiano potrà giustificare che nel momento del loro “cattura” i due “falsi” Marò indossassero divisa di ordinanza dell’Esercito Italiano, con tanto di piastrine di riconoscimento, e che imbracciassero armi regolarmente registrate Nato. Diranno che era carnevale e che s’erano travestiti? Ma soprattutto ci chiediamo come farà New Delhi a dimostrare che due militari della Nato non sono militari. Peccato che il Tribunale del Mare non avesse la competenza per entrare nel merito delle carte degli indiani, che ci saremmo fatti tutti quattro risate e Latorre e Girone non ci penserebbero più. E’ per questo che in India non passa loro neanche per l’anticamera del cervello di processarli. Con che cosa li accusano se le prove più schiaccianti nei loro confronti sono queste miserie?

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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