Il carabiniere e il poliziotto: storia di due servitori dello Stato infoibati e dimenticati

ricordoAnnibale D’Agnano era un Carabiniere Ausiliario, nato il 29 settembre del 1922. Nella Seconda guerra mondiale prestava servizio presso la 17ª Compagnia Autonoma dislocata a Tirana, in Albania. Si sono perse le sue tracce a partire dalla primavera del 1943. Il primo Verbale d’Irreperibilità (prot. n. 171671/2/A) risaliva al 29 aprile 1948, emesso dal Ministero della Difesa e riportato in un documento conservato presso l’Archivio Storico Comunale di S. Vito dei Normanni (Cat. VIII, Busta n. 91, fasc. n. 226), il paese in cui viveva il Carabiniere con la sua famiglia.
Un altro documento, conservato presso l’Archivio di Stato di Brindisi e redatto dall’Associazione Nazionale Famiglie dei Caduti e Dispersi in Guerra (A.n.f.c.d.g.), tuttora riporta che Annibale D’Agnano risultava disperso in Albania.
Secondo l’Associazione, la scomparsa sarebbe avvenuta il 1° aprile 1943 in località Solenice (Solenizza) durante un combattimento con i ribelli (A.S.B.: A.N.F.C.D.G., Busta n. 66, fasc. n. 259).
Soltanto il 24 febbraio 1962, quasi vent’anni dopo, il Tribunale di Brindisi ha emesso una sentenza di morte presunta, indicando come data il 24 gennaio 1943.

La verità si saprà soltanto nei primi anni ’90, quando inizierà a crollare l’inconcepibile muro di omertà sulla foibe. I resti di Annibale D’Agnano vengono infatti rinvenuti insieme a quelli di altri sessantotto Carabinieri trucidati nell’aprile 1943. La piastrina di riconoscimento del Carabiniere, al momento della scoperta, risultava ancora leggibile. Non c’erano dubbi sull’identità. Il luogo del ritrovamento risultava essere un grande fosso, una foiba situata in territorio albanese, in località Kremenar, piccolo paese a pochi chilometri da Valona. Si trattava della “Grotta del Pipistrello”, trasformata per l’occasione in un macabro cimitero.
Il 30 gennaio 1993 i resti di ventuno di questi Carabinieri sono stati portati in Italia.

Il Prefetto di Brindisi, Domenico Cuttaia, all’epoca ha immediatamente inoltrato una richiesta alla presidenza del Consiglio dei Ministri affinché D’Agnano venisse riconosciuto “vittima delle foibe” e gli fosse quindi conferita la “Medaglia del Ricordo” istituita dalla Legge n. 92 del 2010. La risposta però fu raggellante. La Commissione apposita con una lettera inviata il 29 luglio 2010 (prot. n. 10/5519/21.4/GAB)comunicava il non accoglimento dell’istanza «in quanto il caso rappresentato non è riconducibile alle tipologie previste dalla legge, ai sensi del comma 1, dell’art. 3, con particolare riferimento al territorio dell’avvenuta scomparsa». Erano foibe albanesi, non istriane.

Antonio Papagni era invece una guardia di pubblica sicurezza (che dal 1981 assumerà il nome di Polizia di Stato), originario di Bisceglie. Era il 1° maggio 1945 quando è stato dichiarato disperso. In quel momento era in servizio presso la questura di Trieste.
La verità è venuta fuori dopo qualche anno: è stato trucidato e gettato nelle “foibe” situate sul Carso triestino. Il suo nome tuttora non è censito all’interno dell’archivio delle onoranze ai caduti del Ministero della Difesa.
Papagni era nato l’8 marzo 1918. Nel 1939 è diventato aviere scelto di governo, prestando servizio presso l’aeroporto di Torino . Nel 1942 è stato trasferito presso la quarta Squadra Aerea di Bari. Nello stesso anno è stato poi nominato guardia di pubblica sicurezza e infine trasferito alla compagnia mobile di Trieste ed a Gorizia.

La storia di Papagni è stata raccontata per la prima volta dalla Gazzetta del Mezzogiorno soltanto nel 2010. Non ci sono targhe a ricordarla né una tomba, nonostante i vari e inutili tentativi di recuperare la salma dai parte dei parenti.
Due storie atroci. Due storie di servitori dello Stato, entrambi pugliesi. Un carabiniere e un poliziotto. Entrambi massacrati e infoibati. Dimenticati per anni e tuttora privati del giusto riconoscimento. Due storie tra le tante, utili a capire perché il 10 febbraio è il Giorno del Ricordo.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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