La Cooperazione Italiana finanzia l’opposizione siriana, un amore sbocciato con Monti

Mappa 1Non solo mondo radical chic e dame di carità, anche la Farnesina attraverso la Cooperazione Italiana ama l’opposizione siriana. Un amore pronto a tramutarsi in denaro con un milione e duecentocinquantamila euro sulla rampa di lancio. Ufficialmente per opere caritatevoli. “Sono in via di approvazione” così la Cooperazione Italiana “due iniziative di assistenza diretta finanziaria e in ‘kind’ a favore dell’Assistance Coordination Unit (Acu) della Syrian Opposition Coalition (Soc), per 1.25 milioni di euro: un Programma per la ricostruzione e la riabilitazione dei servizi essenziali in Siria, volto a migliorare l’accesso ai servizi di base per le fasce della popolazione più vulnerabile, nelle regioni settentrionali e nei dintorni di Damasco ed un’iniziativa di assistenza finanziaria all’Acu per la creazione di un sistema di early warning (Ewarn) per la prevenzione e il controllo delle epidemie”.

Documento Cooperazione Siria (1)

Per la Siria il cordone della borsa è sempre stato allentato con piacere. Un “contributo volontario” di un milione e mezzo di euro è stato, ad esempio, assegnato, sempre dalla Cooperazione Italiana, all’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni. Seicentomila euro sono invece andati a “interventi di assistenza tecnica” a “favore dei rifugiati in diversi settori” come “servizi di base e formazione professionale”. Un milione e duecentomila euro sono stati sborsati per “attività” attraverso “strumenti bilaterali già esistenti in Libano”, quindi due milioni e quattrocentomila euro per interventi sotto il rassicurante ombrello delle agenzie Onu Unicef, Unhcr e Undp.
La Syrian Opposition Coalition, che è poi la Syrian Coalition of Syrian Revolution and Opposition Forces, raccoglie di tutto e il contrario di tutto. Una rappresentanza si trova negli Stati Uniti, dove i rapporti con il Pentagono e la Casa Bianca sono abbastanza stretti. Il 13 gennaio, ad esempio, su uno dei suoi profili social – quello dove il presidente siriano Bashar al Assad è raffigurato in un tondino con i baffetti alla Hitler, uno scivolone per chi, come l’opposizione siriana, trama con i terroristi islamisti – veniva riportata con enfasi la dichiarazione del generale americano Martin Dempsey, fra i più accesi sostenitori del Free Syrian Army, sulla capacità militare americana di sferrare un colpo a Bashar al Assad, questo mentre continuano a emergere ritratti del senatore repubblicano John McCain fra combattenti estremisti.

Senatore McCain

Il Free Syrian Army, braccio militare dell’opposizione siriana, quelli che tutti amano dire “moderata”, ha in realtà e non da oggi rapporti con l’Isis oltre che con Jabhat al Nusra, della galassia di al Qaeda. Lo conferma, ad esempio, un video del giugno 2013, dove si vede un uomo con la kefiah, tale al Qusayr, portavoce del Free Syrian Army, mentre parla con estremisti dell’Isis davanti al cadavere di un militare morto.

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La Syrian Opposition Coalition, che dal 2012 ha il sostegno del Free Syrian Army, tanto caro a Greta Ramelli e Vanessa Marzullo, è quella che il 2 gennaio, dopo la diffusione del video delle due italiane rapite in Siria, ne ha preso le difese, chiedendone il rilascio. Più che un appello, un ordine rivolto a frange borderline dell’opposizione siriana con cui ha grande familiarità e con cui fondamentalmente, al di là di ogni distinguo, condivide speranze e obiettivi.

Un occhio di riguardo per le “amiche” dell’opposizione siriana e per l’Italia che dai tempi della destabilizzazione della Siria s’è seduta al banchetto, accarezzando i benefici di una sua spartizione. Erano i tempi in cui la Casa Bianca sognava di rovesciare Bashar al Assad con l’arrivo a Damasco di un uomo fedele a Washington che tutelasse gli “interessi occidentali”. Una doccia fredda per i ribelli siriani che speravano nell’aiuto occidentale per impadronirsi della Siria.

Obama

La Siria faceva gola a tutti.
Petrolio, gas naturale, oil shale, prima del conflitto era uno dei più importanti produttori d’energia del Levante. La Siria, che in questo settore aveva forti legami con l’Iraq, l’Iran, la Russia, il Venezuela, la Cina, l’India, la Dutch Shell, la Total, la Gulfsands Petroleum, la Sinopec e altre compagnie, non piaceva alla Casa Bianca, non piaceva alle petromonarchie del Golfo, non piaceva all’Unione Europa. Prima della crisi, le sue esportazioni di greggio andavano a gonfie vele, erano state avviate attività di esplorazione, erano stati stretti accordi con Iran e Iraq per la costruzione di gasdotti e oleodotti – come il gasdotto con origine nell’Azerbaijan, nel Caucaso meridionale – o ancora per l’ampliamento della Arab Gas Pipeline – che dall’Egitto porta gas in Siria e in Giordana – per il trasporto del gas verso il Libano, la Turchia, l’Europa, ciò che avrebbe fatto della Siria il più importante corridoio energetico della regione. Poi, a Damasco, tutto è cambiato, perché qualcuno ha voluto così, usando i ribelli come testa d’ariete. Le sanzioni volute dalla Casa Bianca, dall’Unione Europea e da altri, hanno, infatti, indebolito la bilancia dell’export energetico, con i ribelli che intanto danneggiavano infrastrutture come reti ferroviarie, oleodotti, raffinerie. Con il conflitto si sono fermate le attività di produzione ed esplorazione e anche i progetti per la costruzione di oleodotti e gasdotti sono stati accantonati.

U.S. President Obama and Saudi Arabia King Abdullah at the King's farm outside Riyadh

Una trama per nulla sorprendente: destabilizzare un paese sovrano foraggiando le frange più estremiste e impiantando governi fantocci. Il 20 e il 21 aprile 2013, ad esempio, i ministri degli Esteri di undici degli ottantotto paesi degli Amici della Siria – Italia, Giordania, Germania, Francia, Egitto, Turchia, Stati Uniti, Emirati Arabi Uniti, Regno Unito, Arabia Saudita, Qatar – si riunirono a Istanbul all’Adil Sultan Palace, antica residenza turca sul Bosforo, oggi hotel, per dire che bisognava fornire armamenti e aiuti ai ribelli siriani.

Incontro Istanbul (di spalle Marta Dassù)

In Italia era l’epoca del governo Monti. Il ministro degli Esteri, Giulio Terzi di Sant’Agata s’era dimesso il 26 marzo in contrasto con il governo sull’affare dei due fucilieri di Marina Salvatore Girone e Massimiliano Latorre rispediti in tutta fretta in India per non turbare gli interessi economici dell’Italia in quel paese, anche se da ministro non si era negato ai leader dell’opposizione siriana con tanto di incontri ufficiali.

Terzi di Sant'Agata con leader ribelli siriani

Terzi di Sant'Agata con leader ribelli siriani (2)

Terzi di Sant'Agata con leader ribelli siriani e Kerry (1)

Terzi di Sant'Agata con leader ribelli siriani e Kerry (2)

A Istanbul in rappresentanza del governo italiano andò il vice ministro Marta Dassù, che per l’occasione promise, dopo le prime briciole in aiuti umanitari, venti milioni di euro, in particolare per la ricostruzione.

Marta Dassù

Gli americani, con il segretario di Stato John Forbes Kerry, promisero invece centoventitrè milioni di dollari, mezzi blindati, giubbotti antiproiettili, occhiali per la visione notturna, anche se già allora la Casa Bianca non escluse di passare a ben altro.

John Forbes Kerry  (1)

Simbolo della politica fallimentare di Obama, a Istanbul Kerry chiese a tutti i partner di sostenere con finanziamenti a pioggia non solo il Consiglio Nazionale Siriano, ma anche il generale Mustafa Ahmad al Shaykh, un disertore dell’esercito regolare siriano ai tempi capo del Consiglio Supremo militare dei ribelli, questo quando in un’intervista al New York Times il presidente russo Vladimir Putin aveva già dichiarato come i ribelli siriani avessero già ricevuto, attraverso gli aeroporti confinanti con la Siria, ben tre tonnellate e mezzo di armi e munizioni. Dalla Giordania, ad esempio, erano transitate verso la Siria miliziani, armi da fuoco, lanciabombe, mortai leggeri, mentre i servizi segreti giordani s’erano occupati dell’addestramento dei ribelli. Che poi è quello che facevano da tempo i servizi segreti britannici, francesi, nonché la Cia, che oltre all’addestramento, aveva fornito ai primi importanti informazioni, con agenti Cia anche in Turchia, paese Nato, dove erano transitate, provenienti dal Qatar, dall’Arabia Saudita, nonché dagli Emirati Arabi Uniti le armi a loro destinate. Solo il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu avrebbe messo in guardia la comunità internazionale, chiedendo di non inviare più armi, visto che i ribelli già disponevano di armi anti-aeree, armi chimiche e altro ancora, tanto da costringere Israele a bloccare il transito attraverso il proprio territorio di armamenti destinati ai ribelli e che un giorno avrebbero potuto costituire una minaccia terroristica per il paese.

Quando a Istanbul arrivò la notizia della presenza dei jihadisti all’interno dell’opposizone siriana, l’allora il ministro degli Esteri tedesco Guido Westerwelle chiese all’opposizione siriana, presente all’incontro con i suoi massimi esponenti, di voler prendere le distanze dal terrorismo. “Non vorrei che le armi possano finire nelle mani sbagliate”, così il ministro di Angela Merkel. “È vero, c’è al Qaeda” ammisero i papaveri dell’opposizione siriana “però vi promettiamo che le armi non andranno a loro e che non ci saranno vendette, però intanto voi ci date le armi, bombardate con i droni le batterie di missili di Damasco, create una no fly zone e un corridoio per gli aiuti umanitari”.

La Casa Bianca, che sapeva da tempo della presenza di estremisti e di cui s’era già servita in chiave anti Assad, a Istanbul fu costretta, con il suo segretario di Stato, a rifugiarsi in un imbarazzante “forniremo aiuti solo ai ribelli moderati, cercando di limitare l’influenza dei jihadisti”. Promesse smentite dall’oggi. Nonostante le missioni aree sulla Siria di Pentagono e alleati, è ora l’Isis che giorno dopo giorno ha preso sempre più piede. Una strategia fallimentare? O una strategia voluta? La prova di quanto sta avvenendo è in due cartine, rispettivamente del 31 agosto 2014 e del 10 gennaio 2015, della Coalition for a Democratic Syria, definita nell’ambiente come “Syrian American opposition umbrella”.

Mappa 1

Mappa 2

Già due mesi dopo l’inizio delle missioni aree sulla Siria, i civili siriani che prima vivevano nelle aree controllate dai cosiddetti ribelli moderati, vivono ora in zone controllate da gruppi di Jabhat al Nusra e dall’Isis, ciò di cui le cancellerie occidentali sono consapevoli e non da oggi. Mouaz Mustafa, “political advisor” della Cds, cita in questo senso le sue “conversazioni con diplomatici europei che sostengono l’opposizione siriana”. Nel frattempo quasi tremila combattenti di alcune brigate del Free Syrian Army hanno giurato fedeltà (ba’yah), fra le montagne del Qalamun, al confine con il Libano, nel governatorato di Rif Dimashq, ora attratti dai successi dell’Isis in particolare nell’est e nel nord della Siria, all’autoproclamotosi califfo dello Stato Islamico di Iraq e al Sham o Isis, Sheik Ibrahim Abu Bakr al Baghdadi. Chi sono questi combattenti e che per tutto questo tempo hanno goduto del supporto finanziario e logistico di Turchia, governi occidentali, petromonarchie del Golfo? Sono le brigate Liwaa al Farouq con circa trecento combattenti, Liwaa al Qusayr con circa seicento combattenti, Liwaa al Turkomen con circa quattrocento combattenti, Liwaa al Haqq con circa quattrocento combattenti, Kataeb al Mouqna con circa duecento combattenti, Liwaa Matfareeq con circa cinquecento combattenti, Suqour al Faith con circa duecento combattenti, Liwaa 77 con circa quattrocento combattenti. Non solo, dopo un periodo di ostilità, si registra ora un riavvicinamento tra Jabhat al Nusra e l’Isis. I due gruppi sono stati visti insieme fra il Libano orientale e la Siria occidentale e combattere ad ‘Assal al Ward e Rankous contro i lealisti, i fedeli, cioè, di Bashar al Assad, lo stesso che Casa Bianca e alleati vorrebbero ancora deporre, venendo in soccorso dell’opposizione siriana, le cui maglie si sono ormai allargate a dismisura con fuoriuscita di elementi addestrati e armati dall’esterno.

Chi sono i ribelli siriani tanto cari all’Italia e alleati e a un certo mondo della cooperazione, ufficiale o di copertura che sia? Scrivevamo in una nostra nota dell’aprile 2013: “Il loro leader si chiama Ahmad Moaz al-Khatib ed è un predicatore musulmano. Molti sono civili, anche se fra di loro ci sono ex militari, veterani dell’Iraq e dell’Afghanistan. Quasi tutti sono sunniti. Ma non ci sono loro. A Istanbul, durante l’incontro sul Bosforo, è arrivata la notizia: Jabhat alNusra, punta di diamante della rivolta siriana, fa parte di al Qaeda. Sono quelli che tempo fa hanno bloccato in Siria quattro giornalisti Rai. Jabhat al Nusra è, infatti, così il giornalista Gian Micalessin, ‘una delle più fanatiche formazioni d’ispirazione jihadista attive sul fronte siriano. Una formazione che Washington, pur impegnata nel sostenere le forze anti Assad, inserisce nell’elenco dei gruppi terroristi. Una formazione che si batte per la trasformazione della Siria in un Califfato e conta tra le proprie fila i veterani del gruppo di Zarqawi, la cellula qaidista irachena famosa per la decapitazione di ostaggi occidentali. Ma questi particolari evidentemente appaiono irrilevanti. Dopo aver perso di vista l’involuzione fondamentalista della rivoluzione tunisina, egiziana e libica una parte della stampa preferisce chiudere gli occhi anche sulla radicalizzazione della rivolta anti Assad’. “Ci sono anche i terroristi dei Balcani” continuavamo nella nostra nota. “Secondo Koha Ditore, un quotidiano di Pristina, in Siria sono, infatti, arrivati dall’Albania, dal Kosovo, dalla valle di Preshevo, enclave albanese a sud della Serbia, diversi militanti dei movimenti estremisti fondamentalisti. La Casa Bianca deve, comunque, vivere un momento di grande confusione. Secondo ambienti conservatori americani, la Casa Bianca, che pure promette armi e dollari, non si fida come un tempo dei ribelli, di cui ora non sembra più voler la vittoria, ciò che porterebbe a un rovesciamento delle istituzioni e quindi al caos totale. ‘Vogliamo la caduta di Assad, è vero’ così un funzionario americano al Wall Street Journal ‘non delle istituzioni’. La paura è che i ribelli conquistino la Siria, non certo per farne dono a Obama e ai suo alleati o, peggio ancora, che al potere possano andare ribelli poco ubbidienti se non integralisti. Non solo. In un messaggio audio il capo di al Qaeda, il medico egiziano Ayman al Zawahiri, ha esortato i ribelli siriani a combattere per la creazione di uno ‘stato islamico jihadista’, primo passo verso la creazione di un ‘grande califfato islamico’, dove imporre in nome di ‘Allah la Shari’a come forma di governo. L’audio messaggio è stato diffuso, non a caso, da al Jazeera, la tv satellitare del Qatar, dove gli integralisti islamici sono di casa”.

La Siria è diventato così l’ennesimo pantano, un pantano dove l’Italia si muove seguendo i suoi storici alleati e assecondando i sogni di gloria di improbabili personaggi con finanziamenti sia sotto forma di riscatti che di aiuti che rischiano di prendere altre vie e per ben altri scopi.

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Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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