La marcia di Parigi. Grido di risposta del mondo libero o solito show? Perbenismo o prospettiva?

image (3)Occidente Show. A braccia incrociate, nella miglior tradizione francese scioperaia, quella degli operai, quella degli scioperi. La grande marcia del mondo libero, senza Marine Le Pen. 4 Milioni di persone, poi i leader, quarantaquattro in totale, in testa. Uno a fianco all’altro. La risposta al terrore. Nessun problema, colpo di testa, sciocchezza, molto sconforto e tutto regolare. Una marcia senza precedenti, la più grande del paese, come l’ha definita il Ministero dell’Interno francese. Tutti lì. L’Occidente risponde con la maturità del proprio sistema democratico, frutto di anni di fluidità alle libertà collettive ed individuali, in contrasto con un medioevo delle idee che inabissa la visione del mondo, dell’avvenire, del concreto e dell’assoluto. Tutti lì, tra gli applausi delle Forze dell’Ordine, la commozione, la fierezza, la Marianne ed i tricolori, gli striscioni dei giovani che, timidamente, non s’arrendono all’eventualità Eurabica. Sobrietà ed ossa forti.

Tutti lì. Tutto qui? Non si fraintenda. Ciò che è avvenuto, basta ed avanza. Riempie, scalda. Si sente, si vede, non si può ignorare. Frappone il buon senso alla tribù. Ma non sia solo buon senso. Oltre la marcia, c’è di più? C’è volontà di organizzare una struttura coordinata a livello europeo, di prevenzione, più che repressione, che contribuisca a rendere l’idea di un’Europa unita e non appiccicata solo in nome del denaro? Di adeguare leggi e regole, contro una nuova forma di guerra, asimmetrica, dal baricentro mobile? Di programmare una serie di necessarie iniezioni di fiducia all’etica condivisa che faccia chiarezza sulle nuove sfide, all’identità continentale più intima, propria, personale, di riprogettare un’appartenenza e di mettere il futuro su quei binari? Di riscoprire una civiltà, anziché inventarne coattamente ex novo, e donarla ai tempi che saranno, ristabilendo il contatto con la tradizione, come senso di continuità, riaprendo gli occhi su noi stessi?

La coesione va costruita, non strillata, non rispolverata all’occorrenza, tra provincialismi, barricate, censure e lotte per la conformità che vanno a riempire bigottamente quel vuoto di coesione ed integrità di una propria funzione sociale, dopo aver fatto dimenticare quale sia la sua essenza vera, nel tempo, poco alla volta. Dopo aver fatto staccare le mani l’un l’altro, dopo aver lasciato incancrenire il cordone che legava tutti come forma spontanea, automatica di rigetto e risposta.
Dopo la marcia dei 4 milioni? Perché è una guerra. Perché fa riflettere sul futuro, è inevitabile, anche se il salotto buono di una certa intellighenzia progressista ciarla sotto voce e non lo dice, spara qualche “fascista” qua e là, rassicurando che l’avvenire è sempre bello, il multiculturalismo e il relativismo siano magnifici orizzonti di libertà ed integrazione che colmano le parti mancanti di un’Europa vecchia, stronza e presuntuosa. Perché spaventa davvero, perché ha un nome ed un movente, un protocollo ed un centro d’addestramento, un tipo di arma, un passato comune, una continuità e, novità delle novità, uno stato dedicato. Perché non diventi, anche questa, una battaglia per il conformismo. O forse lo è già, forse, invece, l’incipit alla risposta culturale è tra le righe di questa marcia.

Dopo i fatti parigini, “je suis” o meglio “nous sommes”, fa più comunità. Non solo con la satira liberatrice, con i giornalisti di “Hebdo”. È inutile, su questa nenia, aggiungersi al coro fighetto di ciò che dobbiamo o non dobbiamo essere. All’uomo di buona volontà, non serve che accada questo per capire chi è, cosa deve o non deve “essere”. Di sicuro, o almeno così dovrebbe essere, nous sommes:

– Spaventati, innegabile. Soprattutto dopo aver saputo che l’intimità del vecchio continente si può stuprare con questa facilità. Bastano due Kalashnikov.
– Consapevoli, al più, quantomeno, di ciò che sia successo. Che potrebbe ripetersi. Che la matrice di quest’odio medievale ha un nome, un obiettivo chiaro, agisce per conto di un’idea netta. Che l’accaduto non è casuale; che l’Islam moderato è una fantasia del peggior buonista fricchettone, anche se, intimamente, non tutti gli islamici rappresentano la peggiore idea di Jihad, anche se, ovviamente e grazie a Dio (ognuno scelga quale, come un prodotto da uno scaffale), non tutti gli islamici incarnano odio e violenza. Consapevoli del vuoto europeo, che si riempie solo con inchiodate o sterzate incredibili e di quanto sia terribile vivere col terrore, ma ancor peggio sia non riconoscerlo, evitare di dargli un nome, un movente, anzi quel nome e quel movente, di combatterlo con ovvia chiarezza, pur evitando nuova Crociate. Consapevoli del fatto che la vera avanguardia potrebbe essere nel ritorno alle origini, ma in versione moderna, ad una ripulita, dopo tutta questa lunga corsa verso l’oro senza fiato.
– Tristi, abbattuti, amareggiati. Di sicuro.
– Charlie Hebdo, ormai simbolo di “battaglia”, perché amiamo la satira e vogliamo garantirla, senza sottolineature offensive ma, giustappunto, apprezzandola con la piena libertà di ciò che è, perché è identificazione inconscia alla lotta al terrorismo islamico o perché deve essere fatto per sentirsi ancora a bordo della nave?

Nous sommes, tante cose. Nous sommes italiani alle prese con la decadenza della nostra idea di civiltà nazionale, del nostro sistema paese, che ora accende fiaccole per la libertà di stampa ma, in casa propria, censura col paraocchi ed imbavaglia peggio del PolitBuro Sovietico. Nous sommes europei che non guardano all’Europa, anzi la ignorano, uniti solo nella disgrazia, sempre pronti a mettere da parte, se non combattere, l’idea fresca e rinvigorita d’Europa delle civiltà.
Non spetta a noi dire cosa Nous sommes o Nous ne sommes pas. L’importante è che, almeno questa volta, almeno ora che, oltre tutto, siamo stati colpiti al cuore, non finisca a tarallucci, vino e tanto, tanto perbenismo radical-chic.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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