La sapete l’ultima? Siamo stati rinviati a giudizio per vilipendio a don Ciotti

don-ciotti-e-pisapiaSono giorni delicati per la libertà di stampa, concetto spesso dimenticato e talvolta abusato nel mezzo di campagne sporadiche ed estemporanee che seguono il corso degli eventi.
Non sempre parlarne è ipocrisia anzi, a volte, è doveroso.
Quando la libertà di satira è messa in discussione da due terroristi incappucciati che entrano nella redazione di un giornale, sparano all’impazzata e uccidono dieci persone tra direttore, vignettisti e redattori nonché due poliziotti, allora qualsiasi campagna di solidarietà non è certo una moda da seguire ma un imperativo categorico. Di fronte alla gravità di un episodio del genere, il mondo si deve fermare ed è costretto a riflettere e farsi domande.
Senza distinguo, senza condizioni, senza giudizi di merito sulla qualità della satira.
Discutere o, addirittura, interrogarsi sull’opportunità di solidarizzare con le vittime di un tale attacco è un grave campanello d’allarme, un pessimo segnale ancor più dell’attentato stesso. La strage di Charlie Hebdo ci ha insegnato che, oggi, non tutti sono disposti a difendere la libertà di satira anche se non piace. Libertà di satira che, attenzione, significa anche libertà di non condividerla, di considerarla volgare, blasfema, idiota, inutile, triste, anche di querelare, ovviamente. Purché continui ad esistere, senza dover coesistere con intimidazioni e timori reverenziali.

Una premessa d’obbligo, affinché quanto scriveremo da adesso in poi non venga confuso con quelli che sono i veri problemi della libertà di stampa. Noi siamo una realtà piccola nel mare magnum di internet e non ci permettiamo di paragonarci a realtà più grandi o di ergerci a paladini di alcunché. Ma, nel nostro piccolo, ci è accaduto qualcosa che non condividiamo e che ci ha feriti e amareggiati profondamente. Una vicenda che, finora, avevamo deciso di trattare con un profilo basso, silenziosamente, senza lanciare appelli di sorta o chiedere solidarietà. Siamo giornalisti, ci può capitare di essere querelati ed è un diritto di tutti querelarci. Ma questa sgradevole sensazione di aver toccato intoccabili e doverne pagare le conseguenze non ci piace.

Il 2 gennaio 2014 siamo usciti con un articolo dal titolo “Rosy Canale e don Ciotti: fine dei miti dei paladini dell’antimafia di sinistra”, in cui abbiamo raccontato le vicende giudiziarie dei due. Don Ciotti, nella fattispecie, era stato denunciato da un giovane siciliano, Filippo Lazzara, che ha lavorato per lui. Una vicenda che risale al 2011, ma resa pubblica soltanto negli ultimi giorni di dicembre 2013, prima sul profilo facebook di Filippo Lazzara e poi sul quotidiano Libero. E noi, per raccontarla, non abbiamo fatto altro che riportare proprio l’articolo di Libero, in cui Lazzara racconta di essere stato picchiato da don Ciotti e di averlo denunciato, di essersi fatto refertare in ospedale (10 giorni di prognosi) e di aver poi ritirato la denuncia. Ma, soprattutto, su Libero era pubblicata una lettera che don Ciotti ha indirizzato a Lazzara, nella quale il noto prete antimafia si scusa per le «sberle», le «pedate» e «i nervi saltati, un po’ per la stanchezza e un po’ per il tuo modo di fare», asserendo «Quelle pedate le merito io».

Don Ciotti ci ha querelati. E noi abbiamo mantenuto il profilo basso, persuasi che tutto sarebbe finito con un’inevitabile archiviazione. Epilogo che, in effetti, aveva chiesto il PM, dottor Davide Pretti. L’avvocato di don Ciotti, la modenese Vincenza Rando, ha presentato opposizione. Lo scorso novembre c’è stata l’udienza davanti al Gip, il dottor Marco Dovesi. Ed è notizia di questi giorni che quest’ultimo ha disposto addirittura l’imputazione coatta, senza neppure richiedere nuove indagini al pm. Si andrà a processo, dunque. Prima udienza il 25 maggio.

Perché siamo stati rinviati a giudizio? Il reato è quello di diffamazione a mezzo stampa ma noi, qualunque sia l’esito del processo, ci siamo già auto-assolti. Sappiamo di non averlo commesso. Siamo stati accusati di non esserci attenuti all'”obbligo giuridico di verificare la verità dei fatti”, ma i fatti che raccontiamo sono reali: don Ciotti è stato denunciato (ed abbiamo copia della denuncia), la denuncia è stata ritirata, il ragazzo che dice di essere stato aggredito da lui è finito in ospedale (abbiamo il referto) e lo stesso don Ciotti si è scusato (abbiamo la lettera). Nella replica che ha pubblicato sul suo sito, il fondatore di Libera ammette di aver scritto quella lettera di scuse, che è la nostra fonte principale. Già, perché ci accusano anche di aver dato retta ad un testimone secondo loro “inattendibile”. Ma noi non conoscevamo Lazzara al momento della stesura dell’articolo. Né siamo stati contattati da lui. Né gli abbiamo creduto senza verificare. La nostra fonte è don Ciotti stesso, le cui scuse pubblicate su Libero e riportate da noi rappresentano anche la sua versione dei fatti.

Ci accusano persino per “l’accostamento” con Rosy Canale che, fino a prova contraria, per i reati di cui è accusata è ancora una presunta innocente, non essendo stata condannata in via definitiva. Don Ciotti, invece, è stato denunciato e poi la denuncia è stata ritirata. Non abbiamo mai scritto che don Ciotti è stato processato, né tanto meno condannato.
I fatti, veri, riportati dal quotidiano Libero, sono corredati da commenti per nulla offensivi. Ci siamo limitati a ipotizzare che l’immagine di don Ciotti possa essere rimasta “offuscata”. Non l’abbiamo definito un criminale o un violento.
Dunque qual è il reato che ci contestano? Probabilmente quello di vilipendio. Già, vilipendio nei confronti di don Ciotti. Non esiste nel codice penale, però può bastare per un rinvio a giudizio.
Inutile, perché non ci hanno scoraggiati e non ci hanno fatto venire voglia di smettere. E non ci verrà neppure se dovesse arrivare una condanna, ingiusta e incomprensibile.

Pubblicità

Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo. Per maggiori info, leggi la nostra Cookie Policy e la nostra Privacy Policy.

Chiudi