La Sinistra al governo sbriciola la Difesa, ma la guerra è alle porte. Imperativo intervenire

18520r11“L’Italia ha tagliato del 21% le spese militari” così recitava baldanzosa il Ministro della Difesa Roberta Pinotti solo un mese fa ai
microfoni di Radio1. I tagli dell’ultimo anno sono costati cari alla Difesa: 1.6 miliardi nel 2011 si sono trasformati in un miliardo nel 2014, poi la grande sforbiciata di Renzi, 542 milioni di euro per i primi nove mesi dell’anno in corso e una previsione di 722,6 milioni per l’intero anno.
La guerra costa cara alle casse dello Stato, non solo in termini di operazioni e spostamenti, ma anche di bombe. Ogni bomba “intelligente” costa mediamente tra i 30 mila e 50mila euro e un missile da crociera Storm Shadow quasi un milione, decisamente troppo per un governo che sforbicia voci importanti di bilancio non sapendo più dove tirare una coperta ormai troppo corta. Paragonandolo all’azione in Afghanistan, un intervento in Libia strutturato tra le 4000 e le 5000 unità munite di supporto aereonavale potrebbe venire a costare tra i 500 e gli 800 milioni di euro all’anno. La guerra è però, oltre che costosa, spesso necessaria. Non per manie di conquista, ma per prevenzione e tutela dei propri confini e del quieto vivere.

Il tema della Difesa non è stato sufficientemente compreso dal popolo italiano che nell’ultimo decennio, condito dal buonismo di sinistra e dall’intramontabile ideologia hippy, è stato sedotto dall’idea di smilitarizzazione.
L’Italia vive infatti da ormai troppi anni un complesso da post guerra fredda, che l’ha portata ad essere il Paese delle margherite e degli ulivi, con un armamentario spesso degno di un rigattiere. Fortunatamente i nostri governanti più accorti non hanno ascoltato la montante opinione pubblica pacifista, rinnovando pezzi da museo con mezzi decisamente all’avanguardia.
Certamente la preparazione dei nostri operativi non ha nulla da invidiare alle controparti dei partner del mondo civilizzato, contando corpi speciali di fama conosciuta.

Peccato però che ad oggi il 70% del budget difesa serva a mantenere il carrozzone pagando stipendi e spese di esercizio, con uno squilibrio inaccettabile, considerando che la media europea è del 51% per le spese fisse ed del 49% per investimenti e rinnovo delle tecnologie. Bisogna ringraziare quindi chi in questi anni di buonismo ha ridotto le spese militari. Chi ha fatto proteste contro gli F35, pur sapendo che la
flotta aerea della nostra Repubblica è composta da vecchissimi Tornado, mediocri Amx e sorpassatissimi Harrier. Ed ancora chi, convinto che i tempi erano maturi per una civile convivenza mondiale, ha fatto pressione affinché l’Italia abbassasse le difese.

Oggi una buona parte di quelle stesse persone lancia messaggi preoccupati e risponde alle minacce jihadiste dalla trincea, sicura del proprio account facebook. Gli stessi perbenisti, guardando preoccupati oltremare a soli 200 km di distanza dalle nostre coste, si chiedono cosa potrà fare l’Italia per difendersi dalle minacce. Ma ancora inorridiscono quando qualche leader propone il respingimento dei barconi di profughi.

In questa logica è naturale accogliere il prossimo anche quando giunge dallo Stato che ha appena dichiarato guerra, senza curarsi delle infiltrazioni terroristiche che tutto ciò naturalmente comporterà sul nostro territorio. Per una volta, gli storicamente indecisi italiani dovrebbero schierarsi compatti, invece di ballare la classica tarantella tra interventisti e non interventisti. Si dovrebbe agire per difendersi, prima di essere spazzati via da questa onda di terrore che dopo un anno si è spinta, come fanno notare gli stessi miliziani islamici con un pizzico di macabra ironia, da “una collina della Siria fino a sud di Roma”. Anni di dissennati governi hanno portato al taglio delle spese militari. Oggi la guerra è alle porte, è imperativo intervenire.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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