L’eterno osanna della destra italiana a Marine Le Pen

Marine-Le-PenSono lontani anni luce i futuristi italiani che invadevano di avanguardia la Francia uscendo col loro manifesto su Le Figaro. L’esempio s’è sovvertito, oggi è il contrario. Se un tempo noi dettavamo modelli e la Francia leggeva incuriosita, oggi stiamo a guardare strillando sui social, osannando Marine. Come nella canzone di Cocciante. Anziché Margherita, c’è Marine. Perché Marine è bella, buona, dolce, vera, brava. Marine è forte. Dicono non sia di destra, né di sinistra. Dicono abbia ucciso il Drago da sola. E poi che oratrice, che riflessione attenta, veloce ma completa. Sempre sul pezzo, sempre tra la gente. È ovunque. Anche in Italia e a “Di Martedì” ha stracciato D’Alema.

Sì, è vero. Marine è tosta. Marine è in gamba ed è eccezionale caposaldo del nuovo modello integrativo europeo delle destre, o pseudo tali, finché non decideranno di affibbiarsi un’immagine, crearsi o riscoprire un’identità culturale ancor prima che strettamente tecnica. Per ora la parola d’ordine di tendenza è “Ni Droite, Ni Gauche”. Insomma, il classico “Né Rossi, né neri ma liberi pensieri”, oppure, per essere un filo nostalgico-radicali, rimanendo in casa nostra elucubrando in tono più ricercato, “Né fronte rosso, Né reazione, ma Terza Posizione”, in una velocissima rivisitazione dell’inno di battaglia dell’estremismo di Terza Posizione.
Dai social, al parere condiviso. Dalla visione , al riferimento. Dall’esempio alla citazione, si eleva l’Osanna a Marine. E la destra italiana? Resta a guardare incantata. Ecco, appunto, resta a guardare. Confrontando prospettive di azione che nascono dalla contingenza, non dalla forza di un modello generale collaudato e contemporaneo.

Ora che Marine è così brava – e lo è comunque per davvero – è lecito farsi una domanda che odora di brevissima analisi dal tono un pelo irriverente? Marine è in Francia. Ed è lì che si candiderà alla guida. È Lì che agisce il Front National. Lì ha rappresentanza, lì ha struttura. E fintanto che parliamo di condivisione ed integrazione politica e culturale, fintanto che parliamo di una linea unica che getti le fondamenta per la nuova Europa, ci siamo. Fintanto, appunto, che parliamo di Europa e sovranazionalità, anche se ormai il confine tra nazionale e sovranazionale è più labile dell’Inglese “parlato” di Renzi, ci si può stare, eccome.

Domanda. Per carità, Dio ce ne scampi e liberi, è solo una domanda. È mai possibile che le destre di casa nostra non riescano più a partorire e generare esempi e riferimenti vicini, a dimensione italica, simili alle nostre concezioni, alle nostre visioni ed ispirazioni, al meglio del meglio della nostra storia? Che non si riesca a tirar fuori un modello italiano, netto, dalla chiara coscienza, da confrontare ed affiancare, poi, al modello francese? Si badi bene, non personaggi, situazioni, occasioni, battaglie e contingenze. Post, iniziative, convegni, ma modelli, quindi strutture ponderate, soppesate, continuative e costruttive. L’italianità non va più di moda.
Cosa siamo diventati? Oltre alla comune visione sovranazionale, europea, c’è di più. C’è l’incredibile differenza tecnica, sociologica, culturale, strutturale che sta alla base tra la destra lepeniana e quella italiana. Ci sono differenze e divergenze molto marcate. Marine, in Francia, può, con le sue previsioni percentuali, riuscire a dire e fare ciò che dice e fa. Poi ci siamo noi, che non riusciamo ad aggregare tra le strade, a creare nuova cultura, visione ed avanguardia, chiusi nei proclami e nelle intenzioni, seppur ottime. Disconoscendo, dimenticando, nella maggior parte dei casi, il dna, la radice dura, se non tra pochi “intimi”. Incapaci di ammodernare un pensiero. Si fa prima a svenderlo. Ci siamo noi che non sappiamo confrontarci, né reinventarci, limitati a percentuali di cuore ed orgoglio. Poca pazienza in un mare di Tweet, affetti da moderatismo preventivo, utile a condurre al tavolo delle trattative. Per carità gli italiani sono difficili. Ma lo sono anche i francesi, sessantottini, illuministi, figli del giacobinismo e della ghigliottina. Se proprio si vuole emulare, lo si faccia per bene. Papà e figlia, Jean Marie e Marine, raramente hanno ceduto terreno alla paura, rimanendo non duri e puri in maniera auto ghettizzante, ma coerenti ad una visione nazionale.

Che forse la nostra “destra” non ha storia, non ha modelli né esempi, non ha cultura né stimoli, orizzonti, non senso primordiale ed intrinseco della comunità? Sì perché nel tempo che passiamo ad imitare ed idolatrare, perdiamo sempre più di vista noi stessi e la costruzione delle nostre proprie colonne, innamorandoci dell’esotico e facendolo nostro per trasposizione, come la paziente s’innamora dello psicologo. E quando si arriva all’imitazione, la fantasia è finita, l’ispirazione è terminale. Chiedetelo ad uno scrittore, ad un cantautore.
C’è la non destra e non sinistra di Salvini, che di sicuro non è sinistra ma che confonderla con la destra, canonicamente intesa, sarebbe eccessivo, c’è la destra della Meloni, c’è la destra berlusconiana. Poi la destra destra di Casapound. Ce ne sono di destre in Italia, esattamente come in Francia, in cui ce n’è una e ben piazzata – oltre a micro satelliti degni di dignità ma non di nota. Poi la destra pentita cittadina, comune, individuale, quella nostalgica, di chi aveva la tessera di AN, per carità, ma oggi ha votato 5Stelle perché il vaffanculo è diventato un esercizio di stile, l’unica risposta strutturata e culturale ad una sistema fallimentare, matto e pericolosissimo. Mostri, questi, nati dalla perdizione della bussola, quando le radici sono diventate ortiche, la capacità di generare nuovi dettami capaci di cavalcare alla nostra maniera, la contemporaneità, di trasmissione intergenerazionale, sono venuti meno, quando la tradizione ha fatto la muffa per compiacere “qualcuno”, anziché essere senso e legame con la continuità, quando si è spento il motore culturale a questa destra, fondante ed assolutamente presente nella nostra idea, e si è dato il via ad un profondo restyling di marketing.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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