L’India chiude ogni dialogo per i Marò. Ora si fa dura riportare Girone in Italia

marò-1Con la formula “Eliminated due to excess matters. Now this matter is noted for being listed August 4th, 2015”, cioè in pratica per sovraccarico di lavoro, la Corte Suprema dell’India ha posticipato dal 14 luglio al 4 agosto p.v. l’udienza per l’esame del ricorso dei Marò. Si dirà che dopo 37 rinvii, uno più uno meno sposta poco. Invece non è così, perchè questo rinvio ha un significato profondamente diverso dai tanti che lo avevano preceduto. Sinora le motivazioni per procastinare le varie udienze, benchè trasparisse sempre netta la volontà dilatoria ed ostruzionistica degli indiani, erano spesso almeno plausibili, ancorchè poco credibili: l’avocazione a New Delhi presso la CS del fascicolo sui Marò sottratto alla corte del Kerala, la necessità di unificare le varie lingue in cui erano redatti gli atti istruttori, l’affidamento del caso alla NIA seguito quasi subito dalla revoca dello stesso. Poi le questioni legate alle due licenze concesse ai Marò per trascorrere a casa il Natale 2012 e quella per partecipare alle elezioni politiche del 2013.

Poi il ricorso dei Marò alla CS che ha ufficialmente bloccato qualsiasi iniziativa dei tribunali ordinari, la rinuncia all’incarico del loro principale difensore, l’avvocato Mukul Rohatgi divenuto Attorney General, cioè capo dell’Avvocatura Generale dello Stato. In talune occasioni i motivi dei rinvii sono apparsi fondati, quali ad esempio quelli per la conclusione delle varie perizie e delle fasi dell’istruttoria. Facendo un pacchetto di tutto quanto effettivamente successo nell’iter giudiziario, si potrebbero giustificare al massimo 12-18 mesi di tempo per arrivare ad una conclusione: proscioglimento o processo. Invece di tempo ne è passato molto di più, quasi 3 anni e mezzo, ed è quindi evidente che ci sono almeno due anni di troppo nell’iter degli indiani, peraltro per non arrivare ancora ad una qualche concreta conclusione.

Questo nuovo rinvio segue l’arrivo a New Delhi della nota del governo italiano con la quale si comunica all’India l’avvio della procedura di arbitrato internazionale presso l’Alta Corte di Giustizia dell’Aia. A questo punto il governo indiano avrebbe potuto reagire in tre modi: aderire all’iniziativa italiana per rimettere il caso al giudizio di una parte terza dirimente; chiudere la questione con un accordo bilaterale con l’Italia secondo il quale la CS indiana avrebbe riconosciuto la giurisdizione italiana in cambio del coinvolgimento della magistratura indiana nelle attività inquirenti e giudiziarie condotte dalla polizia e dai magistrati italiani; non aderire all’arbitrato lasciando passivamente che le cose seguano il loro corso, magari mettendo anche qualche ostacolo qui e là per intralciare il procedimento giudiziario internazionale per l’attribuzione della giurisdizione sul caso all’Italia, all’India od ad un paese terzo. L’India ha tempo, secondo la normativa internazionale, sino a fine mese per rendere note le proprie intenzioni, ma il suo atteggiamento attuale secondo noi non lascia adito alla speranza di una equa e rapida soluzione della vicenda e che la CS dell’India abbia sposato la terza delle tre eventualità che abbiamo elencato, cioè quella della rottura e della non collaborazione.

Le conseguenze, se questo è veramente il caso, non saranno di poco conto. Benchè come firmataria della Convenzione Unclos attuata sotto l’egida delle Nazioni Unite l’India non potrà sottrarsi alle decisioni finali che saranno prese dal Tribunale dell’Aia, sino all’emissione della sentenza essa si riterrà libera di comportarsi come crede più opportuno per qualsiasi disposizione interinale venga adottata dalla Corte dell’Aia, senza che niente e nessuno possa imporle di rispettare tali decisioni. Poco male se non fosse per le preoccupazioni che suscitano due aspetti di questa vicenda. Il primo è la durata dell’iter giudiziario all’Aia, che può essere valutato tra i 3 ed i 5 anni per arrivare a sentenza; il secondo, che Girone è tuttora trattenuto in India e c’è il rischio che ci rimanga per volontà indiana, anche se l’Aia dovesse chiederne la liberazione, sino a pronunciamento finale avvenuto ed a sentenza passata in giudicato. Naturalmente, il ricorrente ha la facoltà di richiedere in via preliminare che si disponga per la restituzione della libertà personale e del passaporto a Salvatore Girone per consentirgli di attendere in Italia ed a piede libero le decisioni del tribunale olandese circa il caso che lo riguarda con Max Latorre, il quale ultimo è scontato che ormai non si muoverà dall’Italia per nessun motivo.

Secondo indicazioni che arrivano dall’India, pare che il collegio difensivo dei due Marò sia comunque intenzionato a chiedere alla CS di prolungare il permesso per convalescenza concesso a Latorre e di consentire anche a Girone di lasciare l’India in attesa delle decisioni definitive sul caso. Queste richieste sarebbero state avanzate per svelenire il clima e ribadire il rispetto che i Marò hanno per la CS dell’India, nonchè per fare attenuare l’irritazione della corte che si è risentita per l’iniziativa italiana ritenendola offensiva nei suoi confronti e lesiva del suo ruolo di massima istituzione di giustizia in India.

In conclusione, ribadiamo che il ricorso all’arbitrato da parte del nostro governo ci è parsa un’iniziativa tanto doverosa, quanto intempestiva. In effetti si sono persi tre anni in chiacchiere, perchè se l’arbitrato fosse stato avviato alla fine del 2012, quando era divenuta evidente la malafede degli indiani e che le loro erano solo pratiche dilatorie e perditempo, a questo punto saremmo già in dirittura di arrivo verso una conclusione che, stando al Trattato di Montego Bay, non può che essere favorevole al riconoscimento della giurisdizione italiana sulla vicenda dei Marò, nonostante la mancanza di specifici precedenti. Però, avendo perso tutto quel tempo, tanto valeva aspettare ancora qualche giorno sino al 14 luglio per vedere quali decisioni avrebbe preso la CS in merito al ricorso dei Marò che, in linea teorica, avrebbe persino potuto accogliere.

Invece, questo ennesimo rinvio potrebbe essere il segnale del palese risentimento della Corte Suprema per l’Italia, con evidenti ritorsioni sui Marò, perchè le abbiamo chiesto con un ricorso di prendere una decisione in senso a noi favorevole nello stesso momento in cui, per altra via, disconosciamo la sua autorità sul caso Marò. Per questo temiamo che, a meno di fatti nuovi al momento imprevedibili, sarà il povero Girone a dovere subire le pesanti conseguenze di questa incresciosa situazione, addirittura rischiando il trasferimento in un carcere indiano, e chissà per quanto tempo. Per cui ormai l’arbitrato non basta più ed occorre prendere altre e più concrete iniziative in sede Onu e nei più opportuni consessi internazionali per esercitare tutta la pressione necessaria a convincere l’India a recedere dal suo arrogante ed irragionevole atteggiamento, in aperta violazione dei più elementari diritti umani, quali quello della difesa e della libertà individuale.

Questo governo Renzi ancora una volta si dimostra un disastro: le cose o non le fa, o le fa male al punto che sarebbe stato meglio non l’avesse fatte. Ma dopo 4 anni, un premier normale che possa contare su un mandato popolare proprio non si può?

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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